La maggioranza è plurale e così il centrodestra e il Pdl. Si discute di spazi, di regole, di quote. Assolutamente giusto. Ma se ripensassimo anche alle responsabilità e ai ruoli? La Lega rivendica il ruolo di rappresentare un Nord operoso. Altri si candidano a rappresentare un Sud negletto. E così si sfascia l’Italia. L’unica vera Patria. La nazione in difesa della quale qualcuno deve oggi scendere in campo. Se non noi, chi? Se non ora, quando? Non mi piace banalizzare, ma la tentazione di dire che abbiamo sprecato un mese a discutere all’interno del Pdl di cose non proprio essenziali, ci sarebbe. Mi parrebbe però ingiusto, perché molti dei temi portati alla luce – forse dovremmo dire finalmente – e che invece sinora erano stati consegnati alle “interpretazioni giornalistiche”, sono importanti per una corretta e responsabile riflessione su un partito – il più grande della storia d’Italia – che ha come legittima missione quella di trasformare radicalmente la nostra Patria e consegnarla rinnovata ai nostri figli.
Ma proprio per questo non posso esimermi dal ricordare – soprattutto a me stesso – che il centro dell’attenzione di qualsiasi riflessione e – perché no? – dibattito, non può sempre essere quello che hanno fatto o non fanno gli altri, ma quello che non abbiamo fatto noi. A me non piacciono le derive antinazionali dei “compagni di strada” leghisti, ma non posso non dire onestamente a me stesso che le derive possono esserci soprattutto perché noi, che del pensiero nazionale e di tutte le lotte e le sofferenze che hanno consegnato a noi una nazione unita e fiera, non stiamo facendo bene il nostro lavoro. La Lega, come ho pedissequamente più volte affermato, interpreta il suo ruolo e spinge verso la realizzazione del suo progetto per l’Italia – che io non condivido perché ne mina l’unità – ma in questo è aiutata dalla quasi invisibilità dell’anima più antica e per me più nobile dell’attuale centrodestra: quella che abbiamo ereditato noi dai martiri di Trieste e da tutti gli italiani che, realmente e col proprio sangue, hanno arginato il comunismo quando era un pericolo reale, fisico, incombente e armato e abbiamo riaffermato, di generazione in generazione, l’onore d’Italia, mai veramente sconfitta, mai definitivamente asservita, grazie a quei pochi che, in ogni momento e a qualunque costo, hanno tenuto alta e lontano dal fango la nostra bandiera.
Non scappo dalle polemiche. Non mi sottraggo alle tensioni. Ma devo dire a me stesso e a quelli come me dove davvero penso che dovremmo andare. Non dovendo certo ricordare a nessuno, lo do per scontato, da dove veniamo.
Riperimetrare una soggettività politica della destra: questa è la sfida che ci si pone davanti dopo un anno incredibile in cui è successo di tutto. Un anno caratterizzato politicamente dalla fusione in unica forza dei due più grandi partiti di centrodestra. Un anno in cui soprattutto la destra si è resa volontariamente orfana dei propri punti di riferimento strutturali, politici, programmatici e dirigenziali. Quella fusione era fredda e destinata a creare problemi, anche se la rapidità in cui si sono prodotte scorie radioattive era imprevedibile persino ai detrattori più convinti. Oggi non solo non si può tornare indietro sul piano formale perché sarebbe illogico e controproducente, ma su quello sostanziale occorre fare un balzo in avanti e, se la sfida è quella dell’innovazione, è urgente farsi avanguardie. E’ urgente riposizionare un’area. Un’area politica, culturale e sociale. Un’area che ha una sola definizione: AreaNazionale.
Una sola definizione e decine di declinazioni. Un’area che dal principio della nazione, una indivisibile fatta di lingua, cultura, tradizioni ed istituzioni, possa essere area sociale e penetrare tra le pieghe delle mille contraddizioni di questa decade del secondo millennio in cui l’economia si trasforma e le vecchie categorie di capitalismo, mercatismo, comunismo, socialismo sono termini sempre più lontani che ammuffiscono tra le pagine dei libri; un’area che sia culturale e capace di interpretare il nostro patrimonio millenario sviluppando al canto delle 8 muse la creatività del genio italico; un’area di azione “geopolitica” capace di riposizionare il sistema paese nello scacchiere mobile mondiale e renderlo protagonista delle tematiche più importanti che riconfigurano oggi i confini del mondo e il peso delle nazioni; un’area verde all’interno della quale coltivare il rispetto per il creato e uno sviluppo armonico e sostenibile proprio oggi che la tutela dell’ambiente è un tema finalmente deideologizzato; un’area multimediale dove il tumultuoso sviluppo tecnologico dei mezzi di comunicazione possa essere cavalcato come tigre e non subito con un approccio acritico.
Non è una sfida facile perché fin dalle sue premesse rischia di essere sfuggente, ma è proprio questo il tema da svolgere: è possibile descrivere, disegnare, armonizzare, plasmare questa area nazionale? E’ certamente possibile, ma occorre umiltà e pazienza perché in pochi minuti si può bruciare una foresta, ma per farla occorrono secoli. Non avremo secoli a disposizione, ma l’incendio non ha ancora bruciato l’intera foresta e le radici sono ancora profonde. In ginocchio di fronte all’Italia come diceva Beppe Niccolai, possiamo accettare questa sfida. La nazione esige rispetto e responsabilità. Dal parlamento alle amministrazioni locali, dai comitati di quartiere ai circoli culturali ogni luogo può essere area di discussione e di azione. Abbiamo il compito di ricostruire, rimbocchiamoci le maniche. Nel 2011, come più volte ricordato in questi giorni di dibattito acceso , ma un po’ confuso, ricorrono i 150 anni dell’unità d’Italia. Ricordiamola, celebriamola, ma facciamo sì che, da ora in poi, ogni giorno sia risorgimento.
di Roberto Menia
Responsabile del Territorio di Futuro e Libertà
L'Italia deve venire prima di tutto, ha ragione l'Onorevole Menia, l'anniversario dei 150 anni dall'Unità d'Italia va onorato accettando la sfida del cambiamento!
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