Una primavera dei popoli nord africani, una primavera di coscienze rimaste sopite per troppo tempo. Popoli in rivolta contro governi dispotici, paesi in subbuglio dilaniati da rivolte e proteste: e' il Regime change. Eppure una situazione che, per certi versi, appare come inevitabile, quasi scontata e persino già congetturata dai più acuti retroscenisti ha avuto il potere di sconquassare l’Alleanza Atlantica e mettere in ridicolo l’Europa, sempre più incapace di rispondere con “un’unica voce”. Abbandonati gli approcci mediatici e di colore, messe da parte le considerazioni più scontate ma non per forza realistiche, è d'obbligo tentare un’analisi che prenda in considerazione i punti di vista di tutte le parti in causa ed analizzi, oltre che la disastrosa situazione dei paesi nord africani, anche lo stato di incertezza in cui versano quasi tutti i governi europei.
Se, all’inizio del suo processo di integrazione, l’Europa si fosse mossa con più determinazione sul fronte dell’unità politica e militare avrebbe reagito, forse, con più vigore e soprattutto con maggiore unità d’intenti nelle crisi internazionali che la coinvolgono direttamente. Ma la storia non si fa con i se e con i ma, è piena di incidenti, di imprevisti ed è ineluttabilmente segnata dal ruolo o dall’assenza delle leadership. Bisogna tenere conto, però, che l’importanza e l’essenzialità delle Istituzioni è spesso preda dei capricci umani che tendono a piegare a loro vantaggio le situazioni contingenti. E in quest’ottica, la pretesa degli occidentali di pilotare, o per lo meno accompagnare, le transizioni politiche dei paesi meno sviluppati e' una tendenza consolidata da tempo: è lo spettro dello spirito del colonialismo che si aggira ancora per il Vecchio Continente.
Epperò, bisognerebbe perlomeno ipotizzare che il Regime change possa non essere la soluzione condivisa all’unanimità dai libici, e soprattutto valutare obiettivamente il terrore del “dopo”. Perché, in ogni analisi che si rispetti, la conservazione e la sublimazione del presente rappresentano la soluzione più rassicurante. Il “dopo” angoscia e terrorizza. Sempre. E poi, la storia vista dalla prospettiva degli occidentali potrebbe non essere perfettamente coincidente con quella dei popoli nord africani. L’aspetto più inquietante resta, comunque, l’inadeguatezza dell’Europa nella gestione della crisi del nord Africa; si fa fatica, dunque, a credere che una compagine così incerta e pericolosamente divisa possa realmente guidare una transizione democratica. E in tutta questa situazione, l’inadeguatezza della politica estera dell’Italia appare come il vulnus peggiore. Un’Italia che vaga nel buio, in balia di uno scenario che la rende partecipe ma inerme; un’Italia che si ingelosisce dello scatto d’orgoglio francese, che guarda con ossequiosa ammirazione la ritirata della Merkel, che soffre per l’attivismo inglese, ma che non riesce ad agire essendo ormai priva di autorevolezza e dignità. Povera Italia, sin dall’inizio ha oscillato tra l’“addolora mento” per lo stato d’animo del Colonnello Gheddafi e l’esitante volontà di impegnare il nostro paese in una operazione militare che, con ogni probabilità, avrebbe rappresentato l’unico episodio in cui il ministro col pizzetto avrebbe potuto ergersi, non proprio legittimamente, a capo supremo delle forze di terra, di mare e di cielo. E Frattini che, affidatosi alla moral suasion, segue alla lettera le disposizioni del suo premier, alternando giudizi servili a puntuali e condivisibile critiche nei “fuori onda”. E va registrato anche il dato sardonico della “versatilità” della sinistra italiana la quale, pur dichiarandosi apertamente pacifista, sposa, ancora una volta, la teoria texana dell’esportazione della democrazia.
Ebbene, la ragion di stato eclissa anche i sani principi dei democratici, che non perdono l’occasione per acuire la crisi interna. A torto o a ragione. Però, se in passato la politica estera serviva all’epilettico parlamento italiano per mostrare una certa unità, se con il sistema delle astensione e dei voti incrociati le mozioni di politica estera passavano dribblando le più acute tensioni, oggi l’incertezza, l’inadeguatezza e il frazionamento della nostra classe politica sono usate dagli alleati per escluderci. E non dobbiamo mai dimenticare che l’Italia è sempre quella che ha perso la guerra, iniziata da un lato e finita dall’altro. Se come e' vero, dunque, il processo decisionale in politica estera si ascrive a pochi attori, l'Italia, grande esclusa dal ‘gioco’ libico, ha dimostrato di essere soltanto una comparsa. Sarà difficile recuperare autorevolezza e prestigio, dimostrare di essere un paese in grado di incidere nello scacchiere internazionale, un paese che possa avere la presunzione di esprimere la propria posizione, il proprio punto di vista senza il timore di essere derisa o canzonata. Siamo certi che con questo presidente del Consiglio, con questo governo e con questa incapacità politica non ci riusciremo mai.
di Clio Pedone
da www.areanazionale.it


