domenica 31 ottobre 2010

C'E' ANCORA VOGLIA DI POLITICA, LA GENTE DICE SI! .

Si è svolto il 29 Ottobre 2010 presso la sala convegni dell'Oratorio di Capocroce a Frascati il convegno “C'è ancora voglia di politica? Il PDL dice SI. Il Territorio protagonista della politica”.

Grande affluenza di partecipanti sia di Frascati sia di comuni limitrofi, e nutrito numero di interventi, a seguire l'introduzione e l'intervento del moderatore, il Consigliere Comunale PDL Mirko Fiasco che ha aperto il convegno, iniziando da quello autorevole del Senatore Domenico Gramazio. A seguire l'intervento del Sindaco di Monte Porzio Catone Luciano Gori, e quello molto apprezzato del direttore “La Destra delle Libertà” Fabio Torriero sul significato dell'impegno nel PDL oggi.

Si è poi entrati nel vivo del dibattito locale con gli interventi del Consigliere Comunale PDL Simone Carboni e quello del Capogruppo PDL Vincenzo Conte, a cui sono seguiti quelli degli altri esponenti della minoranza del Consiglio Comunale di Frascati, Alessandro Adotti per la lista “Progetto Frascati”, e i Consiglieri Sandro D'Orazio e Giuseppe Privitera per la “Lista D'Orazio”.

Il dibattito si è animato con l'intervento di Marco Boldrini sulla sanità locale, E con gli interventi di Giacomo Cristofanelli e Costantino Lucatelli, e di altri esponenti della politica frascatana del PDL, tra cui Virginia Lanzidei, Angelo Cristofanelli, Angelo D'Uffizi e Marco Ciotti.

Ha chiuso i (lunghi) lavori del convegno l'Onorevole Francesco Aracri, facendo il quadro attuale della politica nazionale e locale e sulle prospettive del PDL nei prossimi mesi. 

di Club della Libertà di Frascati

MANZONI E IL SENSO DELLA PATRIA

"Una d'arme, di lingua, d'altare, di memoria, di sangue, di cor". Questa è la più celebre frase di "Marzo 1821", la poesia che scrisse Manzoni in occasione dei moti carbonari piemontesi, quando sembrava probabile che i soldati avrebbero varcato il Ticino per entrare in Lombardia. Il desiderio del poeta milanese però non si avverò, e dovette nascondere, per anni, questa magnifica lirica, ripubblicata soltanto nel 1848, in occasione delle celeberrime cinque giornate di Milano. In questa elencazione, il Manzoni racchiude gli elementi fondativi ed emblematici di una Nazione. E, proprio  in questi principi peculiari dell'idea di Patria, si possono riconoscere molte delle idee che stanno alla base del pensiero di Destra in Italia. I concetti di "Dio, Patria e Famiglia", ora da riadattare ai repentini cambiamenti della società globalizzata, stanno alle fondamenta della costruzione di un Paese unitario, lo stesso che l'illuminista milanese voleva realizzare con il contributo delle sue opere.
L'importanza dell'"arme", ovvero dell'esercito, tradotto in un senso di unità nazionale che si è  spinto fino all'estremo dono della propria vita per il Paese, ha fatto sorgere negli italiani la coscienza comune di un Paese diviso, ed ha progressivamente condotto alla sua unificazione. Sul Piave ed a Caporetto si sono trovati a combattere uniti, per la prima volta sotto un'unica bandiera,  siciliani, veneti, calabresi, umbri e lombardi. Anche al problema della lingua poi, contribuì lo stesso  Manzoni, quando si recò "a sciacquare i panni all'Arno", durante la stesura del suo capolavoro "I Promessi Sposi". Lì si è riannodato quel filo linguistico che è partito proprio della poesia dei trovatori, passando per Dante Alighieri, ed espandendosi da Firenze in tutta Italia, fino ad alfabetizzare quasi ogni famiglia, fino all’inizio del ‘900, legata solo al proprio dialetto. Anche l'"altare" è stato molto caro a Manzoni, data la sua fervente conversione al cattolicesimo e il suo forte legame con la Provvidenza, che implicava l’autodeterminazione per tutti gli esseri umani.
Le innegabili radici cattoliche dell'Italia, non vennero tagliate via dal pensiero liberale e laico di Cavour, con il suo "Libera Chiesa in libero Stato", ma trovarono binari paralleli su cui correre, verso il fine comune di una laicità positiva. Riguardo al tema della memoria invece, c'è ancora molta strada da fare: un Paese che si divide ancora su tematiche relative a secoli fa ed è incapace di creare una memoria condivisa senza scindersi in particolarismi e partigianerie, non può definirsi un Paese coeso. Per il bene della Nazione è giusto fermarsi a riflettere, scevri da ogni possibile ideale politico, su quello che è il nostro passato. Al futuro bisogna invece guardare quando si parla di "sangue". Non è possibile nell'era della globalizzazione continuare ad operare discriminazioni etniche, soprattutto per un Paese come il nostro che, dal Friuli alla Calabria, accoglie da sempre numerose minoranze. Dobbiamo perciò riflettere se non sia giusto attribuire la cittadinanza a chi se la merita, per diritto di nascita e per aver contribuito allo sviluppo della nostra Patria. Perciò, citando Giuliano Amato, occorre capire che la vera unità di una Nazione sta nella consapevolezza di lavorare tutti insieme per un futuro comune. Eccolo il nostro "cor", per l'Italia di domani.

di Stefano Basilico


I FALCHI DI FLI IN PICCHIATA SUL PARTITO

Fermare l’opa che Generazione Italia ha lanciato sul partito. Questo l’obiettivo non dichiarato di tanti finiani che non si riconoscono nelle posizioni strong di Bocchino & C. Sì ma come? Semplice: utilizzando il nascente partito di Futuro e libertà come una coperta, capace di coprire i tanti figliocci nati dallo strappo futurista. Restano lontani tra loro i pianeti che compongono la galassia che ruota attorno al sole-Fini ma quello di Bocchino rischia di avere più luce del necessario. Meglio iniziare a fargli un po’ d’ombra. Un indizio: la convention di Perugia del prossimo 6-7 novembre era nata come evento di Generazione Italia ma s’è poi trasformata in kermesse di Futuro e libertà. Certo, l’accelerazione dello strappo con il Pdl e l’esigenza di strutturare un vero e proprio partito hanno aiutato a strappare l’etichetta Gi e appiccicare quella del Fli all’evento perugino. 
Sta di fatto che ora, mettendo tutto insieme nel grande contenitore di quello che sarà un vero e proprio partito, si cercherà di annacquare e contenere lo strapotere di Italo. Il quale, dalla sua, ha l’aver creato fin da subito una struttura mastodontica. Ha lavorato sul territorio, ha creato circoli e apparati, ha forgiato militanti e dirigenti, ha costituito apparati e gruppi di potere e, di fatto, ha messo in piedi l’ossatura del partito che verrà. «Generazione Italia rappresenta il vero grande motore di Futuro e libertà - questa la benedizione del katanga finiano Fabio Granata -. A Perugia diventerà il movimento dei nostri giovani ma allo stesso tempo dovrà preservare una rete organizzativa autonoma e capillare sui temi della legalità».
In effetti pistoni e cilindri del Fli li ha forgiati più che altro Bocchino con l’aiuto dell’instancabile Gianmario Mariniello, giovanissimo colonnello già vicecoordinatore del Pdl in Campania. Qualche numero: quindicimila iscritti, settecento circoli, centinaia in Lombardia e Puglia. A seguire Campania, Lazio e Sicilia. Proprio in Sicilia il blocco di potere finiano è fortissimo grazie a Granata, Briguglio e Pippo Scalia. Insomma, una potenza di fuoco che, tuttavia, un anonimo finiano moderato tende a smontare: «Non è vero che tutti gli attuali circoli di Generazione Italia sono sovrapponibili alle posizioni più radicali di Bocchino e Granata». Di fatto il militante più soft e che mal sopporta le prese di posizione dei Granata, dei Bocchino e dei Briguglio, già oggi può scegliere di iscriversi all’associazione guidata dal sottosegretario Roberto Menia. La sua Area Nazionale ha piazzato bandierine su tutto il territorio nazionale e raccoglie, e continuerà a farlo, simpatizzanti fortemente ancorati ai valori della destra. Il che vuol dire: elettori scettici a governi tecnici e decisamente contrari alle sbandate a sinistra su temi etici e sulle politiche legate alla sicurezza e alla cittadinanza. Tutto, comunque, confluirà in Futuro e libertà in occasione della Convention di Perugia: primo passo per arrivare, a metà gennaio, all’Assemblea costituente, vero e proprio battesimo del partito. In questa fase, come da tradizione, il ruolo di mediatore ma soprattutto di interdizione all’offensiva di Bocchino e soci, è ricoperto da Adolfo Urso. È lui, vice ministro per lo Sviluppo economico, coordinatore nazionale di Fli e segretario generale di FareFuturo, a dover gestire la galassia finiana, i cui pianeti sono spesso distanti tra loro.
Le contrapposizioni più evidenti si manifestano quasi quotidianamente tra i due astri Generazione Italia (Bocchino) e Area Nazionale (Menia-Moffa-Viespoli). Quest’ultimo corpo celeste, infatti, è nato i primi di maggio non solo perché disorientato dalle divisioni nel Pdl (all’epoca si era ancora tutti insieme) ma soprattutto perché non si riconosceva nelle posizioni di Generazione Italia. Ma poi c’è anche l’anima liberale e libertaria di Benedetto Della Vedova che col suo think tank porta avanti le battaglie garantiste e la neonata associazione Socialismo e Libertà, fortemente voluta da Chiara Moroni. Riuscirà Fini a tenere tutti insieme? Negli ambienti finiani si giura di sì: «In fondo dal Msi ad An Gianfranco ha sempre governato un partito diviso in correnti».


di Francesco Cramer


da "Il Giornale"

ALBANO LAZIALE (ROMA) - CIRCOLO TERRITORIALE DI GENERAZIONE ITALIA VERSO FUTURO E LIBERTA'

Il direttivo del circolo territoriale di Generazione Italia – Verso Futuro e Libertà, comunica a tutti gli organi di informazione che, dopo l’ufficiale registrazione del Circolo, avvenuta nel mese digiugno, primo circolo riconosciuto nell’area dei Castelli Romani, il direttivo ha proceduto ad una prima campagna di adesioni e di organizzazione interna, onde dotarsi di sempre maggiori risorse umane e politiche per incidere all’interno della vita politica e sociale della nostra città, per rappresentare al meglio gli stimoli lanciati dal Presidente Gianfranco Fini. Rivolgendo la nostra attenzione ai giovani ed a tutte le energie vitali che pulsano attivamente in seno alla nostra comunità, tutti gli iscritti ed i militanti del circolo hanno proceduto, unanimemente e convintamente, all’elezione del Responsabile del Circolo Territoriale nella persona di Andrea Titti e del Vice Responsabile nel Dott. Valerio Vella. 


di Andrea Titti


Responsabile Circolo Territoriale di Generazione Italia – Verso Futuro e Libertà – Albano Laziale-


Contatti e info: andrea.titti@tiscali.it

sabato 30 ottobre 2010

LA "BASE" DELLA POLITICA

Nell'era delle nuove tecnologie è sempre più pressante la domanda di comunicazione in tempo reale. Viviamo, ormai, nel tempo e nell'era, se vogliamo, dell'informatizzazione. Da un decennio, ormai, ci si è resi conto che il potere decisionale del mondo si è spostato dalla moneta all'informazione. Oggi l'informazione è potere. E più questa è veloce, diffusa e condivisa, più essa conferisce un valore indiscutibile e potente in qualsiasi ambito, contesto ed apparato. Anche la politica ha scoperto, giocoforza, il potenziale di questo valore. Spesso ci si imbatte in fondazioni che hanno il loro punto di ingresso in un portale o in un magazine, o anche meccanismi di rappresentatività piuttosto complessi che si basano su un certa interazione virtuale, ovvero da casa con il pc. Ad esempio gli abbonamenti online alle riviste, le iscrizioni a qualsiasi livello di rappresentanza, ad esempio non ultimi le rappresentanze sindacali e così via.

 
Ultimamente in Italia va di moda l'associazione online, la fondazione o il circolo virtuale. E la domanda d'obbligo è: Puo' un simile meccanismo, anche a livello di reclutamento, garantire quel livello di rappresentanza che, invece, ciò che noi definiamo come partito sul territorio o partito gerarchicamente organizzato, garantisce anche sul terreno reale della partecipazione e della proposta? La risposta è sicuramente, non proprio. Ci sono molte variabili in gioco, ci sono tanti aspetti che vanno approfonditi e, soprattutto, bisogna ricordarsi che la politica è soprattutto comunicazione. Non a caso il successo di un partito o di un politico è tale se accompagnato, ad esempio, dalla TV, mezzo che ormai definiamo classico. La gente vuol guardare i propri politici, rappresentanti, simpatizzanti de visu e anche, come dire, riconoscersi in coloro che ti guardano e parlano negli occhi. La politica è partecipazione. In un blog, per esempio, niente di tutto questo è garantito. A parte il meccanismo freddo e per niente spontaneo o partecipativo del rullar commenti a strascico e senza controllo, vi è anche un limite invisibile che è della non riconoscibilità. E pur mettendosi in piazza con nome e cognome, in ogni modo non si ha certo la garanzia di parlar o scambiar pareri con un uomo, una donna, lo stesso politico magari che si diletta a prender in giro qualcuno, un giornalista, magari o, che ne so, per assurdo anche la stessa persona che si crea mille identità.

Si, per carità, è pur sempre un punto di incontro, interessante, perché una certa visibilità sul web, magari, è garanzia di popolarità. Ci sono sempre persone reali che leggono, in fondo. Ma la partecipazione, il riunirsi e condividere, tra persone, con la voce, gli sguardi e la gestualità, a volte, è qualcosa che mai potrà abdicare in politica a meccanismi virtuali. Ciò che è in fondo, come dire, giusto, non è tanto dal virtuale al reale, cioè non si puo' certo pretendere di passare da un blog ad una associazione di persone, idee, contributi e proposte. Anzi, semmai, sarebbe vero e concreto il contrario. Dalla piazza reale a quella virtuale. Sappiamo che internet, la rete sono lo strumento del presente e del futuro, ma non basta aprire un sito o un blog per ottenere risultati. Bisogna riorganizzarsi e capire come comunicare con una base, soprattutto come ascoltare e far parlare i cittadini. Il protagonismo in futuro riguarderà soprattutto le nuove generazioni e loro comunicano via internet. Questo è innegabile.



E dunque? Beh, sicuramente è artificioso e anche un po', come dire, poco rappresentativo o poco serio, avocare a sé una 'base' fatta di soli blog, nickname, email e quant'altro. Anzi, mi spingerei molto più in là. E' anche poco serio, poiché non mostra, da parte del politico o del rappresentante di
comunicazione, quello sforzo di cercare tra la gente, tra i cittadini e tra le associazioni radicate sul territorio quella cosiddetta 'base' che, anzi, in questo perverso meccanismo che porta inevitabilmente al facile protagonismo, è realmente abbandonata e poco considerata. Esattamente come è successo, da 2 legislature a questa parte, con la legge elettorale che non porta le preferenze. Che i politici tornino tra la gente, ma quella vera, non quella che popola la rete. Si abituino a questo, perché la rappresentanza conta più di qualsiasi post, intervista, 'mi piace' o 'condividi come messaggio'. Molto ma molto di più.

di Giuseppe Cavallo


giovedì 28 ottobre 2010

SE IL MIO COLLEGA E' FIGLIO DI...

Qualche giorno fa in redazione è arrivata la lettera amareggiata di un giovane – chiamiamolo Giovanni - che racconta la sua storia. Una storia che potrebbe essere quella di tanti, fatta di studio e di lavoro, di entusiasmo e di frustrazione per aver visto delusa la sua aspettativa per una meritata crescita professionale.
Trent’anni, di un paese del Sud, laureato, un lavoro in una grande azienda. All’inizio, l’entusiasmo, l’abnegazione, l’impegno al limite delle sue possibilità, l’umiltà, la voglia di crescere, di migliorare, di imparare sempre di più. Un impegno che viene ricambiato, cosa rarissima soprattutto in un frangente economico come quello che stiamo attraversando, con un contratto a tempo indeterminato. Poi, nel suo ufficio arriva un nuovo dipendente dal cognome molto conosciuto, figlio di un noto sindacalista. Un giorno, così, tanto per marcare un po’ il territorio, papi si presenta in visita dal direttore dello stabilimento e dai vari manager. Da allora il destino di questo giovane meritevole nell’azienda è segnato, subisce una frenata brusca, mentre quello del nuovo arrivato decolla rapidamente, proiettato verso le cariche più alte degli uffici amministrativi, senza averne alcun titolo, anzi, con una formazione diversa rispetto al tipo di lavoro che deve svolgere.
Un tipico e sfacciato esempio di familismo, tanto più fastidioso perché arriva da una figura che formalmente dovrebbe tutelare i diritti dei lavoratori e non utilizzare il proprio ruolo per “sistemare” la progenie. E la cosa ancora più fastidiosa, per Giovanni, è che la nuova direzione appena insediata aveva dichiarato guerra ai “figli di...” e agli “appartenenti a...”. Ma a quanto pare questa determinazione non vale per questo nuovo dipendente. E il motivo, in base alle informazioni in possesso di Giovanni, c’è. Ed è che dietro a questa assunzione c’è un patto del sindacato rappresentato dal papi con l’azienda. Per cui, il nuovo arrivato è non solo intoccabile, ma anche destinato a diventare responsabile del settore amministrativo del gruppo.
Una storia di ordinaria italianità, verrebbe da dire se non fosse ingeneroso per quella parte del paese che ogni giorno lotta per costruire un paese diverso. Ma come non chiedersi quanto potrà durare ancora questa logica per cui gli interessi della famiglia, della parte e della cordata vengono anteposti al bene di tutti, della comunità, del paese? Come si può sperare di far ripartire l’economia e il Sud se si perpetua la logica della “raccomandazione” che talvolta può favorire giovani in gamba e preparati per il ruolo che vanno a occupare, ma talaltra avvantaggia individui che non ne hanno le qualità e le competenze, con danno per la qualità del lavoro e per l’efficienza? Purtroppo, sembra che di questo a qualcuno – o a più di qualcuno - non importa. Quanti “figli di…” sono parcheggiati nelle scrivanie sbagliate?
Perché, chiede amareggiato Giovanni, si continua a promettere di riconoscere il merito, di voler aprire le porte ai giovani che si impegnano e hanno le capacità per imporsi nel mondo del lavoro e poi invece si cede davanti al raccomandato di turno, incapace e impreparato alla mansione che gli viene riservata? Perché non dare a tutti la possibilità di giocare ad armi pari e di misurarsi sul terreno?
Interrogativi legittimi e comprensibili, ma che si scontrano con una realtà consolidata che perpetua un’anomalia. Quella che Banfield alla metà degli anni ’50 individuò in un paesino della Lucania e definì come “familismo amorale”, che fa prevalere le logiche del clan a discapito del senso di appartenenza a comunità più ampie, ostacolando anche lo sviluppo del senso civico.
E così, ancora spesso, il legame familiare e di gruppo rimane un infallibile strumento di promozione professionale e un salvagente sociale protetto da una solida rete che – per proteggere gli interessi di cordata – manda in soffitta la selezione attraverso il merito, mette un’ipoteca sulla crescita e sul cambiamento del paese e danneggia il mercato del lavoro dividendolo - come osservava tempo fa l’economista Giavazzi in un articolo – tra un gruppo di super-tutelati e un esercito senza alcuna protezione. La via d’uscita? È un’utopia, forse, ma non arrendersi, non rassegnarsi a piegare la testa davanti alla logica della raccomandazione, del familismo e del clientelismo. 


di Rosalinda Cappello


da www.ffwebmagazine.it

IN FUGA DALLA "GIOVANE ITALIA" E DAL PDL: "STANCHI DI CHI DICE DI INVESTIRE SUI GIOVANI. NEI FATTI SISTEMA GERONTOCRATICO"

Al Presidente del Popolo della Libertà
On. Silvio Berlusconi
e p.c.
Al Presidente di Giovane Italia
On. Giorgia Meloni
Al Coordinatore di Giovane Italia
Francesco Pasquali
Al Presidente di Studenti per le Libertà
Armando Cesaro
Caro Presidente Berlusconi,
abbiamo creduto in Forza Italia, nel Suo progetto e nella rivoluzione liberale tanto declamata dalla Sua scesa in campo fino ad oggi. Purtroppo tutto ciò è rimasto soltanto nello spirito di quel progetto e nella Sua azione personale e di pochi altri.
L’abbiamo seguita, senza alcuno scetticismo ma con tanto entusiasmo, nella costruzione di un nuovo grande partito: il Popolo della Libertà. Un partito in cui ci sarebbe stato spazio per tutti e per le idee di tutti, ma a due anni dalla sua nascita il fallimento è evidente.
Abbiamo confidato nella speranza che fosse possibile unire due movimenti giovanili molto diversi tra loro come Forza Italia Giovani e Azione Giovani, che sarebbe stato un vero movimento di giovani pronti a dare il loro contributo alla creazione del grande partito di centrodestra. Giovani pronti a dire la loro “senza padrini e senza padroni”, ma anche qui siamo rimasti delusi. Oggi ad evidenziare ciò non siamo soltanto noi ma anche importanti esponenti del partito, come l’onorevole Cicchitto, che recentemente ha aspramente criticato proprio quei dirigenti giovanili che provengono dalle fila di Forza Italia Giovani.
L’abbiamo ritenuta il nostro leader, abbiamo applaudito ai Suoi discorsi e abbiamo creduto alle Sue parole difendendola a spada tratta contro tutti quelli che La denigravano gratuitamente. Abbiamo investito tempo e denaro per seguirla; ma quello che leggiamo quotidianamente sui giornali e vediamo in tv non ci piace, è lontano da tutto quello che era nell’idea originale del movimento.
Siamo stanchi di sentir parlare di politici indagati senza che nessuno entri nella questione morale; di starlette, figli, amici, nipoti e amanti senza alcuna cultura e formazione politica inseriti nelle liste bloccate o nominati nei ruoli dirigenziali del movimento senior e junior. Siamo stanchi dell’assoluta mancanza di un processo democratico nella costruzione della struttura del partito che prenda forza a partire dal coinvolgimento della base. Siamo stanchi di chi dice di investire sui giovani, ma che nei fatti continua ad alimentare un sistema basato sulla gerontocrazia.
Giovane Italia doveva essere il fortissimo movimento giovanile del primo partito d’Italia, incubatore della nuova classe dirigente del PDL e del Paese, purtroppo oggi è il contenitore di gruppi portatori di interessi personali o del politico di riferimento. Il processo di fusione dei movimenti giovanili di Forza Italia e Alleanza Nazionale non si è mai concretizzato, perché sono mancati dei riferimenti e volontà comuni che consentissero l’unione intorno ad un unico progetto e spirito politico. Questa unione che in molti casi si è trasformata in una guerra tra “fratelli” ha avuto come unico risultato l’allontanamento dei giovani dalla politica, situazione questa che un partito, qualsiasi esso sia, non può permettersi.
In 10 anni di fedele e costante militanza abbiamo fatto avvicinare al partito tantissimi ragazzi, abbiamo costruito una forte realtà territoriale che si è affermata in ambito universitario come mai nessuno prima aveva fatto a Palermo, eleggendo decine di rappresentanti negli organi collegiali tra cui uno nel Consiglio d’Amministrazione e uno nel Senato Accademico dell’ateneo palermitano; abbiamo sempre partecipato e contribuito alle innumerevoli iniziative promosse prima da Forza Italia e poi dal PDL sia a livello locale, sia quando siamo stati chiamati per le grandi manifestazioni nazionali.
Abbiamo lavorato tanto e, come per chi fa, l’unica cosa che abbiamo ottenuto è stata la contrarietà e l’odio di tutti, a partire dal coordinatore nazionale dei giovani Francesco Pasquali a finire a esponenti locali del partito ed ai loro giovani rampolli. Chi ha dimostrato ampiamente incapacità di fare e di produrre, chi negli anni non ha avuto scrupoli nell’andare contro il movimento giovanile stesso solo per portare avanti i propri interessi, paradossalmente oggi è stato premiato e nominato in ruoli di vertice di Giovane Italia dove ancora una volta la dimostrazione della profonda incapacità emerge ma è difesa dalla classe dirigente che guarda al vassallo piuttosto che al futuro del movimento giovanile.
La meritocrazia purtroppo non si è trasformata in azioni ma è rimasta solo uno slogan.
Con grandissimo dispiacere, rispetto all’esperienza che abbiamo compiuto, oggi non riusciamo a ritrovare nel PDL quello spirito originario.
Non possiamo più percorrere una strada che non ha nè sbocchi nè orizzonti a cui mirare, umiliati da continue ingiustizie compiute in ragione di interessi personali. Preferiamo accettare le sfide che altri ci pongono, di coloro i quali vogliono credere in noi e nel lavoro svolto fino ad oggi. Non abbiamo l’arroganza di dire che ci riusciremo, ma di certo non vogliamo mancare l’occasione di metterci in gioco coerentemente alle idee che in questi anni hanno caratterizzato la nostra azione.
Per questo rassegniamo le nostre dimissioni dagli incarichi ricoperti all’interno dei movimenti giovanili del PDL.
Palermo 28 ottobre 2010
Gabriele Vitale
(Coordinatore Giovane Italia/FIG – Città di Palermo e Dirigente Nazionale Giovane Italia)
Gaetano Canzoneri
(Coordinatore Regionale Studenti per le Libertà – Sicilia)

da www.generazioneitalia.it

GENTILE FINI

Utile che il presidente della Camera precisi se è un bipolarista o un emulo di Dini. 
Una parte maggioritaria della destra pensa che Fini sia un traditore, categoria moralistica e fanatica da noi sempre considerata l`anticamera della faziosità più deformante e becera. Scriviamo a nome della minoranza che, senza bisogno dì entusiasmarsi per le peripezie di pensiero e azione dell`ex capo di Alleanza Nazionale, ha trovato al contrario interessante la sua iniziale ricerca di un ruolo personale e politico di nuova e diversa leadership della destra (destra-sinistra è una nomenclatura estenuata e forse obsoleta, ma tuttora orientativa). Vorremmo gentilmente sapere con una certa chiarezza se, a rottura consumata, Fini resta bipolarista, se il suo obiettivo è di lanciare una sfida competitiva per la leadership a destra, se la sua parabola si svolgerà nel rispetto effettivo e perfino nell`obbedienza, perinde ac cadaver, del mandato dei suoi elettori.
La nostra curiosità, di nuovo, non è moralistica: Fini può benissimo decidere, ciò che farebbe supporre una serie di suoi recenti comportamenti pubblici e dichiarazioni, di "fare come Dini", cioè di negoziare su due fronti o tenere aperta la compravendita del pane politico da due forni; può mettere le esigenze della tattica politicante prima di quelle della strategia, inclinando a un fregolismo trasformistico e mettendosi sotto la suola delle scarpe il problema dell`identità, sua e di una destra moderna, altra, diversa da quella attuale. Sarebbe un modo di essere come un altro, tradizionale e abituale nella storia italiana. Comporterebbe un giudizio severo, ma non una condanna astiosa, fanatizzata. Ora che Fini non è più nell`angolo, però, ora che la storia immobiliare di Montecarlo ha perso incisività, ora che in tanti si affollano nell`anticamera del presidente della Camera non più per chiederne le dimissioni ma per discutere questo o quel dettaglio di trattative su leggi, scudi, riforme elettorali, voti parlamentari; proprio ora che ha riguadagnato autonomia e una certa libertà di movimento per sé e per i suoi, nel frattempo costituitisi virtualmente in partito e determinanti per la sopravvivenza del governo, è ora urgente che Fini faccia capire se il suo futuro è la costruzione di un`ipotesi nuova a destra o la ripetizione del vecchio tic del ribaltone. Le due cose insieme non si tengono. E` una semplice e ovvia questione di credibilità. Se Fini si spiegasse bene e irrevocabilmente. Se dicesse in modo impegnativo e serio: non mi prosterno a Berlusconi, continuo a dire la mia, preparo un futuro in competizione con quello a cui pensa il Pdl che mi ha cacciato e in cui non mi riconosco più, ma non farò in alcun caso il salto dall`altra parte, nemmeno con il trucco del governo tecnico o dell`emergenza costituzionale, perché la mia ambizione è ristrutturare e guidare una destra moderna secondo un progetto competitivo con quello del Cav., la sfida secondo noi andrebbe accettata, Non una miserabile tregua darmi nel piccolo cabotaggio, né una pace né una finta amicizia, ma una convergenza politica nel segno di un mandato comune e una leale competizione. Il meglio. E tutto il resto è il peggio.
di "Elefantino"

da "Il Foglio"

mercoledì 27 ottobre 2010

UNA QUESTIONE POLITICA E MORALE. LA CRICCA DEI PALADINI DEI DIRITTI DEI LAVORATORI E BOLOGNA LA ROSSA...DI VERGOGNA.


Parliamo di politica e cultura a Bologna. Ma dobbiamo prenderla un po' alla larga. Seguitemi. La Promo Music sas di Marcello Corvino, produttore teatrale dei "paladini" dei diritti lavoratori e della giustizia Moni Ovadia e Marco Travaglio, è stata condannata dal Tribunale civile di Bologna in data 26.11.2009 per violazione della normativa in tema di lavoro subordinato. Il titolare, già in causa dal 2005 (nessuno lo sapeva?...), è stato candidato alle elezioni Comunali di Bologna 2009 con l'Idv per la giunta del Bono. Dichiaro subito che so questa cosa perché la parte lesa ero io. Mi ero buttata questa storia alle spalle dopo cinque anni di processo...poi oggi La Repubblica Bologna da notizia che non può farmi tacere. Ma non dal punto di vista personale, se fosse una questione personale ne avrei parlato a suo tempo quando ho avuto in mano la sentenza cioè quasi un anno fa. Nulla di personale dunque, è evidente. Ora la questione è POLITICA. La notizia è che La Regione Emilia Romagna ha scelto il suddetto titolare come membro del Cda del Teatro Comunale di Bologna. Ora. Nulla osta, in base allo statuto della Fondazione del Teatro che il soggetto faccia parte del Cda, trattandosi di una condanna in sede civile. 
La questione è un’altra. E’ una questione morale. E’ una questione civile. E’ una questione politica, perché Bologna è dominata da un monopolio culturale totale che non guarda in faccia a niente e a nessuno. E tornando ai paladini della giustizia sociale, vorrei tanto sapere Moni Ovadia, sempre in prima fila per la difesa dei diritti dei lavoratori che ne pensa di questa cosa. Perché lo sa. Vorrei proprio sapere che ne pensa del suo produttore? E Travaglio? Pure lui cosa ne pensa del produttore? E’ diventato garantista? E Tonino Di Pietro che ne pensa del suo candidato? Distingue tra reati piccoli e reati grandi? Non parla sempre di questione morale? C'azzecca o no questa cosa Di Pietro? Questo è il punto. Un imprenditore che ha usurpato i diritti dei lavoratori, che dopo la sentenza, puta caso, ha regolarizzato gli altri lavoratori...i facile fare i soldi con il portafoglio degli altri...ecco, questo imprenditore può moralmente entrare nel Cda di un Ente Pubblico? Vorrei anche sapere cosa pensano i lavoratori del Teatro Comunale. E i sindacati cosa pensano? I sindacati che sono stati a battagliare per i diritti dei lavoratori di quel Teatro contro un Sovrintendente che doveva fare i conti con 1 milione e mezzo di euro di deficit che pesano sulle spalle dei cittadini bolognesi? E la Regione Emilia Romagna di Errani che cosa dice? Smentisce l'articolo di Repubblica o no? 
Detto questo, FLI e Generazione Italia vigileranno sulle nomine del Cda. Ora cominciamo a fare sul serio. E partiamo pure dalla cultura che c'è un bel mondo sotterraneo da far venir fuori, qui a Bologna: la ROSSA. Una volta aveva un altro senso, non politico. Ora è solo ROSSA politicamente e dovrebbe esserlo pure di VERGOGNA! 

di Senerella Accorsi

Coordinatrice di GI Bologna  e coordinatore (fino a votazioni interne) di GI REGIONE EMILIA ROMAGNA CULTURA

martedì 26 ottobre 2010




COESIONE E CAMBIAMENTO: LE RICETTE DELLA NUOVA DESTRA


Le idee finiane sono state accolte con grande successo da chi auspicava un cambiamento nella destra italiana, stanca degli eccessi del berlusconismo e vogliosa di ritornare a parlare alla gente. In pochi mesi si sono moltiplicate le associazioni legate a questo nuovo fenomeno politico, accogliendo numerose persone prima disimpegnate e completamente fondate sullo spontaneismo, senza imporre direttive dall'alto, ma facendo partire dai partecipanti la spinta propulsiva. AreaNazionale e Generazione Italia si ritrovano unite sullo stesso fronte, quello della lotta alla cattiva politica e alla costruzione di un comune futuro per il Paese.

Tutti i movimenti che si sentono vicini alla cosiddetta “nuova Destra” dovrebbero sottoscrivere un patto di coesione, per fortificare il sentimento che li accomuna e per trovare posizioni e soluzioni condivise, pur nel rispetto delle proprie e doverose differenze. L'importanza di una tradizione consolidata da una storia lunga e travagliata, fatta di cultura politica e di idee che si trasformano in azione, ma anche di momenti drammatici fatti di scontri violenti e di vite perse, non va dimenticata. Va piuttosto collegata, legata con un doppio nodo al nuovo millennio e alle novità politiche. Valori importanti e storici della Destra come “Dio, Patria e Famiglia”, in uno stato liberale e moderno, possono e devono coesistere con altri valori quali il rispetto delle diversità e dei diritti civili, la consapevolezza dei cambiamenti che la nostra società sta affrontando, il sorgere di un'Europa sempre più competitiva e globalizzata.Il compito più importante di Futuro e Libertà per l’Italia sarà proprio questo: riuscire a innovare il Paese e a tenere la politica allo stesso passo della società civile e dei suoi mutamenti, senza dimenticare il passato, continuando a conservare con cura l'idea di Destra, anche se declinata in un’accezione più moderna.
E’ necessario recuperare il patrimonio culturale di Alleanza Nazionale, con la coscienza della svolta di Fiuggi che ha trasformato il Msi in un grande partito nazionale, in grado di inserirsi nella tradizione europea: questa dev'essere la nostra missione. Convincere gli amici del Partito Popolare Europeo, che anni addietro negarono l'ingresso ad AN nel gruppo, che l'unica vera forza europea ed europeista nella Destra italiana siamo noi. Noi della generazione del 2000 prendiamo le distanze da chi paga i pullman, forte del proprio potere politico ed economico ma povero di idee, per contestare Fini a Mirabello o per organizzare blitz nel Principato di Monaco, vogliamo dimostrare la differenza tra chi riesce ad essere davvero coeso per un'idea e non chiede quote di rappresentazione o denaro in cambio del proprio impegno politico. Guardiamo al futuro senza dimenticare il passato, perché un albero, senza radici, non può crescere.

di Stefano Basilico

da www.areanazionale.it

UN NUOVO IMPEGNO PER UNA NUOVA RES PUBLICA

Ecco il testo del manifesto di ottobre: un appello aperto a tutti


Ottobre 2010: si apre un varco per un atto di politica generativa, una decisione perché qualcosa avvenga. Politicamente, cioè nella vita di tutti, con l’azione di tutti: un patto per la rinascita della res publica. Non una litania di valori ma un progetto per l’Italia contemporanea, una concreta costruzione di rigore e di impegno civile.
La politica oggi non ha visione né passione, non sente né esprime i bisogni e i desideri dei cittadini, che, votanti o no, la rifiutano e ne sono rifiutati, confinati ai margini di una sfera pubblica occupata da interessi privati e oligarchici. Solo attraverso l’immaginazione e il progetto la politica può ritrovare il senso della realtà, rimediando alla rassegnazione esistenziale che spegne lo spirito individuale e contrastando lo scetticismo diffuso che azzera ogni sentimento della cosa pubblica.
Ma politica e cultura crescono insieme o insieme declinano. Senza cielo politico non c’è cultura, ma soltanto erudizione e retorica: un rinnovato impegno politico e intellettuale si offre oggi come occasione di rinascita civile, come segno di responsabilità che coinvolge tutti i cittadini e in prima persona chi lavora con il pensiero e l’invenzione, con l’intelligenza e la fantasia, per stabilire la stretta relazione tra Potere e Sapere che dà virtù all’etica pubblica.
La corruzione politica più grave non è quella di cui si occupano i tribunali: l’illegalità è solo l’altra faccia della routine e del cinismo al potere. La crisi è profonda perché come una vera ruggine ha sfigurato l’immagine e intaccato la sostanza della politica. Non sono solo i partiti a essere in crisi ma la politica stessa è in pericolo perché non ha più né parole né ragioni per dirsi. Le parole della politica sono corrose, sono spuntate, non fanno presa sulla realtà.
È urgente uscire da una fase di transizione infinita, aprendo la strada alla modernizzazione della politica, della cultura, dell’economia italiana. Occorre promuovere una fase costituente, sottoscrivere un nuovo patto fondativo: costituzionale in un senso non solo giuridico, politico in senso non solo istituzionale.
Occorre ritrovare il filo di un grande racconto, di una narrazione più vera e più nobile della cultura e della storia repubblicana contro il degradante clichè di una italietta furba e inconcludente: ripensare il modello italiano e incarnare quel progetto, ridare corpo a una tradizione civile di cui si possa andare orgogliosi.
Mettere in gioco un libero pensiero, critico e creativo, in sintonia con le energie del presente per investire in questo nostro tempo: pensiero per sfidare il presente, ma insieme pensiero per costruire il presente. Non c’è cultura né azione politica efficace senza passione del proprio tempo.
Non c’è politica senza un pensiero di rottura delle consuetudine usurate: occorre abbandonare la retorica che inchioda il futuro al passato. Superando le vecchie e inaridite appartenenze, congedando le ossessioni e i ricatti delle memorie ferite, la politica rinasce nel punto in cui si incontrano immaginazioni diverse che congiurano per un nuovo patto politico.
Non c’è politica senza un pensiero che esprima la passione del presente come intelligenza del futuro, che non è solo dopo, ma è anche altro: è sparigliare le carte e le compagnie del gioco per disegnare nuove coordinate dell’impresa comune. Esatta passione, mobilitazione di energie intellettuali e politiche per l’edificazione di un nuovo paesaggio nazionale.
Il patriottismo repubblicano è la forma non retorica di questo sentimento che è regola, prima che tradizione, impegno prima che eredità. E che è anche cura del bene comune e dei beni comuni, difesa del paesaggio italiano, consapevolezza collettiva del patrimonio materiale e immateriale.
Patriottismo repubblicano è promuovere un’idea espansiva e non puramente negativa della libertà. La migliore garanzia contro l’ingerenza arbitraria del potere nella sfera della libertà personale è infatti l’attiva partecipazione dei cittadini alla vita pubblica: “La libertà politica significa infatti il diritto di essere partecipe del governo oppure non significa nulla” (Arendt). Per questo è essenziale assicurare ai cittadini gli strumenti utili a “conoscere per deliberare” (Einaudi). La politica vive nel nesso inscindibile tra pensiero e azione, tra cittadinanza e partecipazione politica, non nella rigida “divisione del lavoro” tra rappresentanti e rappresentati, che aliena gli uni e gli altri e degrada la vita pubblica, spingendola alle opposte derive tecnocratiche e populistiche.
La politica laica protegge, custodisce, riveste la nuda persona di tutti i diritti civili che vanno precisamente declinati e garantiti: ma afferma anche il valore dei diritti politici che fanno di una persona un cittadino attivo. Patriottismo repubblicano è anche coltivare un’idea positiva della competizione tra le parti e dell’agonismo tra le forze politiche come presidio della libertà, secondo la lezione che Machiavelli desume dall’esperienza della repubblica romana.
Politica, però, è non solo rappresentazione dell’esistente, ma presentazione dei ‘senza parte’. Rappresentare gli ‘invisibili’, la realtà molecolare e disaggregata degli outsider i cui interessi non contano e non pesano nei rilevamenti statistici o nelle simulazioni dei sondaggi: che non hanno espressione e finiscono schiacciati e confusi nell’area indifferenziata del non voto e della renitenza civile. Non sono tutti poveri. Non sono tutti disoccupati o sottooccupati. Non sono tutti marginali. Non sono tutti stranieri. Ma sono tutti ‘clandestini della politica’, esclusi dalle logiche della rappresentanza e della decisione pubblica. Si tratta di persone – e sono milioni – la cui precarietà, prima ancora che da condizioni economiche e sociali, dipende da ragioni di esclusione e di afasia politica: refrattari alla vita pubblica e, proprio in quanto politicamente e intellettualmente più esigenti, non corrisposti dalle logiche privatistiche, antipolitiche, anticulturali che in questi anni hanno monopolizzato la sfera istituzionale.
Non c’è politica senza un pensiero che anticipi e accompagni l’azione trasformatrice. Il principale compito intellettuale della politica consiste nel riaccendere l’immaginazione progettuale della società. La politica deve rispondere con parole e azioni adeguate alle opportunità e alle sfide della scienza e della tecnologia nell’era della globalizzazione, dotandosi delle forme procedurali e istituzionali che possano governare i processi e i progressi dell’innovazione: investire strategicamente nella ricerca, nelle arti e nelle nuove sfide dell’apprendimento per avere presa sul futuro.
Azione politica e impegno intellettuale: l’obiettivo è accrescere il capitale sociale rappresentato dall’intelligenza e dalle virtù civili degli italiani. La qualità di una Città e del suo futuro si misura sulla virtù e sul merito dei suoi cittadini.
È in atto un sommovimento geologico delle categorie della politica e, in questa accelerazione dei tempi, la forza dinamica sprigionata dalla crisi può essere convertita in energia produttiva. La principale sfida politica e intellettuale che attende l’Italia è trovare la misura per riconoscere, chiamandoli con nuovi nomi, quanti sanno governare il presente e progettare il futuro, rispetto a quanti difendono l'esistente come il miglior mondo possibile. Il compito richiede coraggio – virtù politica per eccellenza.


da www.ffwebmagazine.it

NOI, SCHIAVI DELL'IMMAGINAZIONE AL POTERE

Invece di fare i conti con la realtà, ci rifugiamo nelle illusioni del consumismo e nei mondi virtuali E quando c’è da sognare riduciamo tutto ai bisogni materiali e alla tecnica. Colpa (anche) del ’68


Abbiamo smesso di sognare, dice la gente. Non siamo in grado di accettare la realtà, dice la stessa gente. Due cose opposte, dice la gente, qual è vera tra le due? Ambedue. Come succede ai bambini, abbiamo scambiato il giorno con la notte. Provo su strada la filosofia, la porto in mezzo alla gente. So che sui giornali non si usa, ma io ci provo. Trovo conferma dei due modi di dire. La gente ha paura della vita, ha paura della realtà. Ha paura della violenza, ha paura dello straniero, ha paura delle malattie, ha paure dell’inquinamento, ha paura delle discariche e delle antenne. E ha paura di far figli, di uscire la sera tardi, di perdere il tenore di vita, ha paura del futuro ma anche del passato. E allora si rende schiava delle illusioni, che cerca in video, in fumo, nelle trasgressioni, in vacanza, nei carrelli della spesa. Non è una novità aggrapparsi alle illusioni, cambiano gli oggetti ma non i soggetti. In passato, un passato anche recente, le illusioni furono le utopie rivoluzionarie, le ideologie che promettevano paradisi in terra e società perfette. Le illusioni degli uni erano le paure degli altri, il terrorismo, la violenza, gli anni di piombo. C’era chi bruciava nel fuoco i sogni dopo aver incendiato la realtà e chi faceva il contrario. Ma i disagi, la violenza, le paure del presente sono passate dalla sfera pubblica e storica alla sfera intima e privata, ma rivelano la stessa cosa: abbiamo scambiato il sogno con la veglia. Quando dovremmo vivere alla luce del sole la realtà quotidiana, fare i conti con ciò che siamo davvero, con il mondo concreto che ci circonda, con la nostra vita, i suoi limiti e le sue imperfezioni, ci rifugiamo nei desideri, inseguiamo chimere, viviamo di universi fittizi, mondi perfetti, società inesistenti, fughe nella realtà virtuale; incapaci di vivere, ci abbandoniamo ai sogni, compreso il sogno della merce. E quando invece dovremmo sognare, lasciare il campo alla libera immaginazione, all'incanto o all'irruzione del mito, allora ci barrichiamo nelle ferree leggi della ragione, nella contabilità, nella tecnica e nei bisogni materiali. Così l'amore è ridotto all'atto sessuale, la religione è ridotta a proiezione nei cieli dei nostri bisogni e delle nostre paure, l'arte è ridotta alle condizioni economiche e materiali, le idee ai rapporti di produzione, la cultura all'egemonia. In più ci snaturiamo quando dovremmo vivere la natura e ci aggrappiamo alla natura quando dovremmo liberare i sogni soprannaturali. Funzionano a pieno regime le fabbriche dei sogni, dalla fiction all'astrologia: si veda a tal proposito il saggio di Theodor Adorno, Stelle su misura, ristampato in questi giorni da Einaudi (pp.134, E11.50) in cui il filosofo di Francoforte analizza questo trasloco nella veglia delle allucinazioni oniriche e delle psicosi notturne.
Questa inversione tra il giorno e la notte, tra il sogno e la veglia, trovò nel '68 una formula di successo: l'immaginazione al potere. Il risultato fu rovesciare l'uomo, farlo camminare con la testa e pensare con i piedi, ribaltando così il rapporto con il cielo e con la terra. Se ci fate caso, i malesseri del presente - come i dolorosi furori del passato - hanno quella stessa matrice: sogniamo quando dovremmo vivere, viviamo quando dovremmo sognare. Dormienti di giorno, insonni di notte, apriamo gli occhi quando è buio, gli chiudiamo quando c'è il sole. Pesanti nella leggerezza e leggeri nella gravità.


Passo dalla realtà alla letteratura, senza citarvi testi di filosofia o romanzi dove sarebbe facile pescare quel che dico; ve ne cito solo due agli antipodi. Uno è di un ex presidente della repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, Non è questa l'Italia che sognavo, un diario delle illusioni perdute nella repubblica italiana, il bilancio di una delusione. L'altro, all'opposto, è di un medico dell'anima, Ethan Watters, e si intitola: Pazzi come noi. Depressione, stress, anoressia: malattie occidentali da esportazione (B.Mondadori, pp.204, E.22). Watters racconta che succede quando si perdono i sogni di notte e la realtà di giorno. Non dice così, non voglio affibbiargli un mio pensiero; ma quella mi pare la chiave più giusta per spiegare la malattia occidentale che egli descrive. Vogliamo pestare il cielo con i piedi e camminare con la testa. Così i nostri dei sono pedestri, all'altezza delle nostre scarpe, e la nostra vita terrena si perde nel cervello, in quella tirannia dell'immaginazione sulla realtà, del cervello sulla vita concreta che Paul Celàn, prima di suicidarsi chiamava psicocrazia. Gli dei caduti in terra si chiamano malattie. L'immaginazione al potere ci ha resi schiavi, non liberi; alienati, non autentici. Viviamo bene solo in stato di sospensione e di incoscienza, da automi e fruitori dell'attimo. Quando viviamo male, i sogni si fanno incubi e la realtà maledizione. Così la vita diventa una confortevole patologia.
La terapia è semplice a dirsi, difficile a realizzarsi: restituire i sogni alla notte e la veglia al giorno, ridare il cielo agli dei e la terra agli uomini, ripristinare il duplice bisogno di sogni e di realtà che ci rende uomini, collocandoli però nel loro giusto tempo e al loro giusto posto. Facile a declamarla, provate sul serio a realizzarla. E' quasi impossibile, ma a quel quasi conviene dedicare la vita.


di Marcello Veneziani


da "Il Giornale"

ANDIAMO TUTTI A BATTERE IL TERRITORIO E CONSUMARE LE SUOLE

Opinionisti, esperti e sondaggisti, sin dalle prime avvisaglie della formazione del grande movimento che si stava creando intorno a Gianfranco Fini, si sono cimentati nell’arduo compito di capire quanto possa pesare elettoralmente questa nuova realtà politica. A parte chi sproloquia in perfetta malafede e per conto “terzi”, la maggior parte di loro si è espressa accreditandoci in una forbice tra il 4 e l’8 %. Senza però tener conto che io non ho ancora parlato con il mio giornalaio. Per capire l’estrema importanza di questo colloquio, è opportuno spiegare chi è il mio giornalaio. Non è a capo di una lobby o un venditore di pacchetti di preferenze, è una persona “qualsiasi” con tanto buonsenso e che, nel corso degli anni, si è sempre riconosciuto nei miei valori (dal M.S.I. ad A.N. fino al P.d.L.). Allo Stato chiede solo di poter lavorare con dignità e con serenità. Ritiene che gli extracomunitari che lavorano onestamente debbano essere integrati e che Di Pietro debba essere invece rimpatriato, perché da quello che dice e dai toni che è solito usare, lo considera un extraeuropeo. Anche se li vende, legge poco i quotidiani e ancor meno quelli palesemente schierati; preferendo, quando capita, una bella chiacchierata con me sulla politica nazionale e locale. Sono certo che ognuno di noi, dall’ultimo iscritto ai parlamentari, ha moltissimi contatti non ancora “attivati”: possibili elettori ai quali presentare il nostro progetto. Persone che si fidano di noi e che ci stimano e in alcuni casi aprioristicamente convinti che la nostra proposta politica sarà sempre la più “pulita”. Ebbene quello che voglio chiarire è che, per la mancanza oggettiva di tempo, la stragrande maggioranza di queste persone disposte quantomeno ad ascoltarci e poi eventualmente a seguirci, ancora non è stata contattata. E se nel frattempo sarà intervistata quasi tutti diranno di votare P.d.L. o qualche altro partito.
Quindi il 4 o 8 % sulla base di una visione politica, senza la “struttura partito” organizzata, è in realtà tantissimo. Mi ricordo che il primo sondaggio dava agli inizi del ’94 F.I. al 5 % e poi sappiamo come andò a finire, pur con una classe dirigente quasi inesistente.
Noi invece partiamo già da una base di “supporter” forgiata in anni di militanza e integrata da un fiume in piena di tante nuove persone che si stanno avvicinando a noi con tanto entusiasmo, ma alla prima esperienza.
Ci sono tutte le condizioni per guardare con fiducia ai futuri traguardi elettorali e siamo certi che otterremo risultati gratificanti. Siamo tutti chiamati a fare del buon proselitismo, a metterci la faccia e tanta pazienza, per depurare mesi di veleno giornalistico e cattiva informazione. A investire un po’ del nostro tempo anche per andare a parlare con i rispettivi “giornalai” o parenti, colleghi di lavoro o semplici conoscenti.
A battere il territorio e consumare le suole, si diceva una volta. Anche questa è Etica Politica.



di Giuseppe Murolo

TITTI(FLI):CERTA SINISTRA NON CRESCERA' MAI...ORA SI PASSI DALLA PROTESTA ALLA PROPOSTA

Insieme ad alcuni militanti dei circoli di Futuro e Libertà dei Castelli Romani, avevamo deciso di partecipare, dopo aver diramato un comunicato stampa ove motivavamo la nostra contrarietà all’inceneritore di Roncigliano, al corteo che si sarebbe svolto sabato 23 alle ore 15 da Piazza Mazzini. Avendo negli occhi le immagini delle manifestazioni di Terzigno tuttavia, volevamo distinguerci da talune modalità di protesta che, a nostro avviso sono inaccettabili, la violenza, le sassaiole verso le forze dell’ordine, per noi sono metodi da condannare sempre e comunque. Abbiamo visto persino bruciare un tricolore da un gruppo di manifestanti campani. Ecco perché ci siamo recati al corteo con una bandiera tricolore per ciascuno ed avevamo intenzione di sfilare con quel simbolo, a testimoniare che, per tematiche quali la tutela del proprio territorio, dell’ambiente e della salute, non servono le ideologie ma le idee, non servono simboli di partito o di parte, ma vessilli che uniscano tutti i cittadini per la salvaguardia del bene comune. Per noi la protesta non va mai separata dal rispetto verso gli altri e le istituzioni, di qualsiasi colore, per noi il Senso dello Stato non è una formula retorica da usare soltanto nei salotti. Al momento in cui abbiamo provato ad accodarci al corteo in partenza, siamo stati avvicinati da alcuni, definitisi “esponenti del comitato no-inc”, che ci hanno intimato di ripiegare le nostre bandiere tricolori perché: “alla manifestazione non si accettano simboli di partito”. Noi siamo rimasti allibiti perché il tricolore ci risulta essere vessillo nazionale in cui tutti ci si debba riconoscere, al di sopra di ogni idea politica di parte. Gli esponenti del comitato, adducendo le più varie, inconsistenti e bizzarre motivazioni, non hanno voluto sentir ragione, “il tricolore non lo vogliamo e deve stare fuori dal corteo”. Il nostro senso di responsabilità ci ha fatto prendere la decisione di uscire dal corteo, non avendo noi nessuna intenzione di riporre le nostre bandiere, sottolineando inoltre, il fatto che, erano ben presenti simboli politici e di partito (bandiere dell’Idv, di Grillo, Falci e Martelli a go go, stelle rosse e quant’altro). Per far sventolare il tricolore d’Italia moltissime persone, di destra e di sinistra, hanno messo in gioco, e non di rado perso, la propria vita, noi non ripiegheremo mai il nostro tricolore, in nessuna circostanza e per nessuna ragione al mondo. La nostra militanza politica vede tra i principi cardine proprio il porre al di sopra dell’ideologia il valore dell’appartenenza ad una Patria comune che, deve unire e non dividere i suoi cittadini. Ci piace sottolineare però, i tantissimi e sinceri attestati di solidarietà che abbiamo ricevuto, da gran parte dei partecipanti al corteo, da molti esponenti politici locali e rappresentanti istituzionali, anche di Albano. Apprezziamo molto questi gesti significativi di una presa di coscienza da parte di molti, che, nel 2010, ritengono che, le ideologie debbano lasciare il campo alle idee, al dialogo, alla contaminazione, al confronto civile, soprattutto per le giovani generazioni che ancora, ainoi, subiscono gli strascichi del ‘900, delle sue divisioni, delle sue guerre. Con il medesimo senso di responsabilità che i militanti castellani di Futuro e Libertà, hanno dimostrato sabato, dico che, l’incidente per noi è superato, e che, rilanciamo con forza la battaglia che ci vede contrari all’installazione di questo inceneritore. Non bastano tuttavia, i cortei, serve fare un passo in più, servono proposte concrete e atti conseguenti da parte delle amministrazioni dei comuni di tutti i Castelli Romani. Serve rilanciare la raccolta differenziata, quella vera e non quella scritta solo sui volantini elettorali, serve che, i comitati, tutti, inizino a battersi non solo contro l’inceneritore, ma anche per la differenziata, per un serio piano di informazione ed educazione ambientale che coinvolga tutte le famiglie, partendo dalle scuole e dai pubblici uffici. L’educazione ambientale appare troppo spesso come un tema astratto, lontano dal vissuto quotidiano delle persone, sta alle istituzioni educare i cittadini a comportamenti semplici quanto efficaci. Il risparmio energetico, favorendo l’installazione di illuminazioni a basso consumo e a inquinamento zero, il risparmio sugli imballaggi e sui rifiuti prodotti daipubblici esercizi, la raccolta differenziata porta a porta, sottno interventi tanto utili ed improrogabili quanto non possono essere semplicemente calati dall’alto ma, vanno spiegati, va spiegato il loro perché ed i vantaggi in termini di qualità della vita che ne conseguirebbero se messi in pratica correttamente. Ecco dunque, dalla protesta, sempre civile e nonviolenta, si passi alle proposte, concrete. Futuro e Libertà, ad Albano ed in tutti i Castelli Romani, vigilerà sulla vicenda inceneritore, con razionalità e senso delle Istituzioni, con spirito costruttivo e senza fare sconti a nessuno. Per chi come noi crede nei valori che il tricolore rappresenta è naturale anteporre il valore della nazione verso quello di una fazione.

di Andrea Titti


Responsabile Circolo Territoriale Generazione Italia – Verso Futuro e Libertà – Albano Laziale


da http://blog.libero.it/cecchinaweb

lunedì 25 ottobre 2010

LA LEGALITA' DEL CITTADINO E DELLE ISTITUZIONI

Asolo, un piccolo borgo a ridosso delle Prealpi bellunesi, ha fatto da cornice per due giorni alla terza edizione di “Dialoghi Asolani”, iniziativa messa in campo dalle due principali fondazioni del pensiero politico italiano: FareFuturo, facente capo a Gianfranco Fini ed ItalianiEuropei, sotto la direzione di Massimo D’Alema. Si è trattato di un confronto tra generazioni e culture politiche differenti, con l’obiettivo di presentare la competizione dialettica come il fulcro della democrazia parlamentare. Il comune leghista si è così vestito a festa per l’occasione, bandiere italiane sventolavano in ogni angolo, composizioni floreali bianco-rosso-verde adornavano i luoghi della convention e su ogni palco del teatro comunale “Eleonora Duse” imperava un tricolore.

A conclusione dei lavori, l’intonazione dell’Inno d’Italia con Fini e D’Alema in piedi sul palco a cantare insieme, ha suggellato il sentimento identitario che ha guidato i cento giovani partecipanti nel corso l’evento. Che la legalità non passerà mai di moda è ormai un dato di fatto, ma in questo momento discettarne si è rivelato estremamente proficuo e formativo. La legalità e la moralità sono senz’altro tematiche complesse e, nonostante il più delle volte si preferisca delegare a tempi migliori la loro risoluzione, oggi la politica non può più prescindere da esse. L’idea di possedere la verità è stata una prerogativa dello Stato etico e, durante il 900, si è consumata la sua inesorabile degenerazione. Nessuno può e deve pretendere di essere depositario di un’unica possibile verità, ma bisogna ammettere che l’Italia di oggi vive con lo spettro, sempre più realistico, della corruzione dilagante all’interno della propria classe dirigente. Les moralistes françaisessperimentarono per primi le forze rivoluzionarie della morale e della giustizia, ben presto tracimate nel moralismo della Volontà Generale. Hanno avuto il Terrore con Robespierre, Marat e Saint Just. “Provate la vostra virtù o entrate nelle prigioni”, tuonava Saint-Just, e ancora: “I prìncipi devono essere moderati, le leggi implacabili, i princìpi senza appello”. A distanza di oltre tre secoli, siamo consapevoli che “lo stile ghigliottina”, deprecato da Camus nel suo “Uomo in rivolta” va necessariamente evitato. È chiaro che c’è sempre qualcosa di aspro e ghigliottinante dietro la parola “morale” quando la s’intreccia alla parola “giustizia” per contrapporla al presunto nulla-morale di un nemico del momento. In Italia, poi, la “questione giustizia” è come una spy story in cui giocano a rincorrersi scandali innegabili, tecnocrazie giudiziarie, sovietismi inconsci e familismi finanziari. “I concetti politici sono sempre usati contro gli avversari politici”diceva Carl Schmitt ma oggi, memori delle esperienze del passato, dobbiamo evitare che si continui con questo gioco al massacro e iniziare a declinare il concetto di legalità senza prescindere dalla cultura e dal senso civico del Paese.
In quest’ottica il summit di Asolo ha rappresentato un nuovo modo di affrontare la spinosa questione. Illustri ospiti hanno animato i dibattiti e l’appartenenza politica ha rappresentato un valore aggiunto sul quale confrontarsi; nessuno steccato ideologico ha diviso partecipanti e oratori, piuttosto tutti sembravano interessati a realizzare un obiettivo comune: pensare il presente al futuro e proiettarlo verso nuovi orizzonti. Il più volte citato Ernest Renan è servito per ricordare che la Nazione è costituita dal sentimento di solidarietà e i fattori identitari comuni sono indispensabili per costruire il futuro. Cultura della legalità e senso civico, dunque, per far ripartire il Paese e dimenticare gli elementi di diversità. Standing ovation per Lucia Annunziata che, presentata dell’organizzatore Pietro Piccinetti come il prossimo Ministro dell’Interno, ha egregiamente sostituito Roberto Maroni in un confronto one to one col prof. Campi. Ha deprecato il caracter assassination, strumento usato dai media per mettere alla gogna gli avversari, ma non ha risparmiato critiche al Presidente Fini, accusato di non aver saputo gestire nel modo giusto l’affaire Montecarlo e di aver alimentato inutili polemiche a causa della sua intempestività. Campi ha ribattuto con Schmitt: “La legalità può essere l’arma avvelenata con la quale colpire alle spalle l’avversario politico”, e i due “riformisti” si sono trovati d’accordo nel sostenere l’imminente discesa in campo di Marina Berlusconi. Emozionante la conversazione tra Pietro Grasso e Fiorenza Sarzanini, il Procuratore Nazionale Antimafia ha commosso la platea raccontando dei primi passi mossi nel mondo della giustizia al fine e di porre un freno ed arginare la criminalità organizzata. Sportivissimo, in pullover blu, camicia celeste e jeans, Grasso ha concluso citando Falcone: Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Violante ha posto l’accento sul significato etico della legalità, si è richiamato al sofista Protagora asserendo che“rispetto ed equità sono indispensabile per basare ed orientare le regole, altrimenti esse risulteranno soltanto gusci vuoti”. In un ferratissimo confronto con Pisanu, e sotto gli occhi della moglie seduta in prima fila, l’ex Presidente della Camera ha criticato il partito carismatico paragonando il leader populista alla strega di Biancaneve: usa i sondaggi come la strega lo specchio. Violante e Pisanu hanno concluso auspicando la discesa in politica di un mezzo Moro e di un mezzo Berlinguer, due leader che hanno dato al Paese una risposta convincente mettendo in gioco, senza esitazione, le proprie vite.
A conclusione dei lavori, la solennità del confronto tra Gianfranco Fini e Massimo D’Alema ha ridato ai giovani la speranza dell’avvento di una nuova ‘età’ della politica.“Siamo in una fase in cui c’è un deficit di politica ed un eccesso di propaganda”, ha detto il Presidente della Camera, concludendo con un implicito giudizio sul PdL: “In una società più o meno 'liquida', il partito carismatico è il miglior strumento per vincere le elezioni, ma il peggiore per governare”. I confronti che hanno animato il workshoprappresentano un ottimo punto di partenza per ricollocare l’Italia in una fase nuova, nella quale è necessario l’oblio del passato disgregativo, relegare al dimenticatoio gli elementi di scissione del Paese e puntare sui valori fondativi dell’unità nazionale. È indispensabile, ora più che mai, frenare quel meccanismo disgregativo societario e politico per arginare lo scollamento tra società ed Istituzioni. La politica deve tornare ad orientare i cittadini e questi ultimi devono tornarne ad incarnare con fierezza i valori della Nazione, conferendo alla vita pubblica moralità e solennità. L’orgoglio dell’appartenenza è la chiave di volta da cui ripartire per affrontare una nuova fase, che sia proiettata al futuro e rifugga da qualsiasi approccio autoreferenziale e oligarchico.

di Clio Pedone

"IO, EX CERVELLO IN FUGA, TIFO GELMINI"

Ricercatrice, sposata, tre figli, per otto anni ha lavorato negli Usa. Ora è tornata in Italia: "Lì fare ricerca è un piacere. Conta la meritocrazia. Per questo sono d’accordo con la riforma del ministro"




«Con i risultati scientifici raggiunti e le mie pubblicazioni, negli Usa ora sarei professore universitario. In Italia, invece, non ho un posto fisso e continuo a fare la ricercatrice solo perché ho uno studio e con i miei pazienti faccio quadrare i conti. Altrimenti avrei mollato da tanto tempo. Qui, purtroppo, la meritocrazia è una parola ancora sconosciuta». 

Silvia Migliaccio è un medico, sposata con tre figli. Si occupa di osteoporosi e di malattie metaboliche dell’osso e su questa delicata materia fa ricerca a La Sapienza di Roma. Che ha accolto il suo «figliol prodigo» con un contratto di collaborazione di 900 euro netti al mese. 

Dottoressa Migliaccio ma lei non rimpiange gli Usa?

«Da un punto lavorativo sì. In quel paese fare ricerca è un piacere. Si lavora benissimo, ci sono i fondi, è organizzato tutto perché si produca il meglio. Ed è per questo che, dopo aver vinto una borsa di studio, sono rimasta per altri otto anni».

Perché è rientrata?

«Per mio marito. E anche per accettare una sfida e realizzare un’aspirazione: fare ricerca in Italia, nonostante tutto».

Con che cosa si è scontrata?
«Con un sistema diverso e patologico. Talvolta i concorsi non vanno come dovrebbero andare. E alcuni ricercatori non producono quanto e come dovrebbero».

Perché scarseggia la produttività?

«Non ci sono controlli sul lavoro svolto. Quando uno diventa ricercatore e ha il posto fisso non viene più messo in discussione. E qualche pubblicazione si rimedia sempre, ma bisogna vedere da chi sono state scritte e come».

E negli Stati Uniti non è così?

«Avviene esattamente il contrario. Le università controllano ogni 5 anni il lavoro svolto da uno ricercatore e le sue pubblicazioni vengono analizzate attentamente. Insomma si verificano i risultati. Se non ci sono, tagliano i fondi, se invece un ricercatore produce, continua ad essere sostenuto».

E in Italia chi controlla i ricercatori?
«A quanto ne so nessuno, invece andrebbe introdotta la seguente formula: se un ricercatore produce, va premiato, se non produce si deve ridimensionare. Insomma non ci si può adagiare, perché poter essere messi in discussione è stimolante».

Dunque lei concorda con quanto sostiene il ministro Gelmini a proposito di meritocrazia?

«Praticamente sì, sia per quanto riguarda i rami secchi da sfoltire, sia per l’introduzione della meritocrazia in stile americano. Qui, una volta che uno ha il posto, ha il posto».

E si siede, dimenticandosi pure di fare pubblicazioni?
«Intendiamoci, anche in Italia ci sono ricercatori che fanno altissima ricerca ma questo sistema è di fondo malato, ci sono pochi controlli, ci sono ricercatori poco produttivi. In compenso il sistema disincentiva i giovani più bravi che spesso o mollano tutto o se ne vanno all’estero». 

Si stufano perché non li pagano?
«Niente soldi e niente collocazione. Dopo che ha preso una borsa di studio non puoi più prenderne un’altra e chi non ha il posto fisso resta fuori».

Ma lei come mai non ha il posto fisso?

«Avevo un assegno di ricercatrice ma è terminato ed è tutto finito. L’anno scorso ho lavorato gratuitamente in università perché non c’erano fondi e quest’anno mi hanno offerto una collaborazione».

Pagata?
«Mille euro su cui ci pago le tasse».

E come vive?
«Con il mio lavoro di studio. Altrimenti la mia attività di ricercatrice l’avrei terminata o avrei dovuto emigrare un’altra volta».

Non si sente discriminata?
«Mi ritengo fortunata. Mi apprezzano al livello internazionale, sono nel consiglio direttivo della Società italiana di osteoporosi e mi chiamano ad ogni congresso specialistico per le mie relazioni. Sono considerata un’opinion leader, come si direbbe in America. Questo mi basta».


di Enza Cusmai


da "Il Giornale"