Destra, sinistra, centro: ma quello che serve, sono solo le idee
Non è bello, ma è così: agli italiani la politica sembra piacere sempre di meno. E non c'è nemmeno bisogno di misurare il crollo delle percentuali di affluenza alle urne, per rendersene conto. Basta guardare e “sentire” il paese. Perché è evidente e diffusa la disaffezione (giusto per usare un eufemismo) nei confronti di quella che dovrebbe essere “scienza della polis” e che invece si riduce a essere troppo spesso gioco autoreferenziale, battaglia di casta, senza più legami con i cittadini, con le loro speranze, con le loro sensibilità, con le loro aspirazioni. Insomma, la politica si avvita su se stessa, si indebolisce, si allontana dai cuori e dalle teste delle persone. E – per riprendere l'analisi di Massimo Cacciari – non riesce più a essere “centrale”.
Ma quella da recuperare è una centralità che non ha nulla a che fare con il “centrismo”, ovviamente. Una “centralità” all'interno della vita pubblica, nell'individuazione dei problemi e delle soluzioni, dei nodi e delle opportunità. E per recuperarla, questa “centralità”, non si può non mettere in discussione – sempre a proposito di “geografia” della politica – il vecchio assetto novecentesco delle categorie politiche, le vecchie coordinate, i vecchi schemi.
Per questo, fa sorridere (e a volte fa un po' rabbia) chi si scandalizza quando qualcuno – Gianfranco Fini, tanto per fare un esempio – decide di lanciare un progetto politico, anzi un movimento d'opinione, che sia “nuovo” per davvero, e per farlo si rivolge “a tutti gli italiani”. Tutti. Che vengano da destra o da sinistra, dal centro o dal vasto limbo della delusione, non importa. Un progetto autenticamente nazionale – nel senso meno retorico del termine – non può che partire da qui. Non può che scavalcare le trincee di un mondo che si è estinto nel 1989. Non può che guardare oltre le “scelte di campo”, le ordalie e le crociate ideologiche. Non può che fondarsi sulla proposta più che sulla demolizione, sull'apertura e sull'inclusività più che sulla chiusura e sulla contrapposizione frontale, sulla speranza di un futuro migliore più che sulla paura di nemici immaginari.
Chi non lo capisce, o fa finta di non capirlo (il che è molto peggio), non aiuta la nostra politica a uscire dalla palude. Chi si diverte ancora a giocare con le etichette del tempo che fu (“Fini è un comunista!”, sempre per fare un esempio a caso), dimostra il nulla di idee che si porta dentro. E chi non si rassegna al flusso della Storia, chi non si accetta che la politica italiana per sopravvivere ha bisogno di mutamenti radicali, di nuove parole e di nuovi racconti, di un nuovo spirito e di nuove categorie, alla fine si ridurrà a essere soltanto una zavorra per il paese.
di Federico Brusadelli
Nessun commento:
Posta un commento