Della Vedova, quella della Rai da privatizzare è una battaglia che lei ha sempre portato avanti.
Ho cominciato la mia attività politica tra il 1993 e il 1994 raccogliendo firme per i referendum, alcuni dei quali proposti assieme alla Lega: uno sulla cassa integrazione straordinaria e l'altro sulla privatizzazione della Rai che fu vinto nel 1995. Come si vede non è una novità. Secondo me, però, a distanza di diciassette anni il tema si pone con ancora maggiore urgenza: certo, anche la legge Gasparri conteneva una possibilità del genere, ma con delle modalità che la rendevano di fatto impossibile.
E adesso che cosa si può fare?
Lunedì presenteremo uno studio di "Libertiamo" con una proposta di legge che va proprio in tal senso. Penso che la privatizzazione davanti al contesto tecnologico della rivoluzione digitale e l'ingresso di giganti come Google nella televisione sia l'unica opzione praticabile per una Rai che non voglia avere lo stesso destino segnato di Alitalia. Di un'azienda cioè che potrà sopravvivere solo se ci mettono soldi i contribuenti. Ma non solo. Credo che se si vuole valorizzare davvero la Rai occorre metterla nelle mani di un'azienda vera.
Quanto influisce in questa proposta il clima pesante che si respira nell'azienda di viale Mazzini?
Per quel che mi riguarda nulla. Io penso che l'invadenza dei partiti sia non solo costitutiva ma ormai ne rappresenti il dna. La Rai non è la Bbc e vent'anni di tentativi hanno solo peggiorato la situazione. Semmai qualcuno aveva dubbi oggi più che mai ne ha la conferma: la Rai è un mezzo pubblico usato "privatamente" dai partiti. Ci troviamo in una degenarazione continua, e di questo non è che la sinistra può tirarsene in qualche modo fuori.
Su questo punto Gianfranco Fini è stato chiaro: fuori i partiti dalla Rai.
La direzione che ha giustamente auspicato Fini è quella di uno che guarda avanti e di questo se ne assume la responsabilità. La novità infatti è che non rivendica spazi per sé e i suoi ma dinanzi a questa situazione insostenibile ha detto: "Andiamocene via tutti".
Futuro e libertà sembra essere molto attenta al tema dell'informazione: dopo la mozione sul pluralismo arriva una richiesta chiara sulla privatizzazione. Che cosa significa?Che anche i telegiornali di rete, le polemiche su Minzolini e su Santoro dimostrano che è il momento di riformare la Rai. Santoro può piacere o no ma che si chiuda o che si minacci una trasmissione che fa quegli ascolti è un controsenso: quale editore vero chiuderebbe un programma che porta introiti? Il problema di Minzolini è che fa quel tg per la Rai: qui non è un discorso di ascolti, ma è che sta nel servizio pubblico e deve rispondere a determinate aspettative a partire dal pluralismo.
Insomma, non è solo un problema di "governance"...
No. Ovviamente questo risente anche del clima, ma anche della voglia di un'Italia finalmente diversa. Da parte nostra c'è una presa d'atto chiara che così non può andare anche perché se questa situazione si proietta nel futuro il rischio è che non ci sia più una Rai. Per intenderci, se non riformiamo io non mi illudo che se vince la sinistra sia meglio: rischiamo comunque di arrivare troppo tardi.
Quanto c'entra però nel deterioramento dell'azienda di Stato il conflitto di interessi del premier?
Il fatto della singolarità di Berlusconi imprenditore privato e allo stesso tempo editore della Rai rende del tutto evidente la necessità di privatizzare l'azienda. Ma, ricordiamolo, il problema non è solo Berlusconi perché quando stava all'opposizione la sinistra gestiva tutto il pacchetto nello stesso modo. Per questo motivo noi acceleriamo adesso nelle proposte: perché sappiamo che l'informazione è un tema deciviso per lo sviluppo del paese e occorre scommettere che ci siano non solo le regole ma che lo Stato che sovrintenda al rispetto di queste non faccia anche l'attore.di Giovanni Bandini
da il Secolo d'Italia di oggi 8 ottobre 2010
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