Se il “compagno Fini” continua a raccogliere elogi e consensi in una sinistra ormai all’impasse, ‘Il Secolo d’Italia’ è diventato il braccio armato della metamorfosi mediatica del presidente della Camera. Già, perché che Fini sia diventato di sinistra noi non lo crediamo affatto, ma che ‘Il Secolo’ si diverta a cavalcare tutte le proteste contro il governo è ormai un dato di fatto. “Ascoltiamo i manifestanti del ‘No Gelmini Day’”tuonavano da via della Scrofa qualche giorno fa, consapevoli dell’inutilità e della stupidità di un consiglio simile. E’ ottobre e come tutti gli anni, da almeno mezzo secolo a questa parte, gli studenti invocano la protezione di San Francesco d’Assisi e scendono in piazza a manifestare. Insomma, possibile che nessuno lì in redazione si ricordi dei tempi del liceo o dell’università? Fino alle vacanze di Natale ogni scusa è sempre stata un motivo valido per rimanere a spasso; tradotto: voglia di studiare zero. E non è una mera supposizione, basta chiedere agli studenti i motivi della protesta per averne conferma. Quasi nessuno ha letto quello che contestano, cioè il tanto vituperato ddl Gelmini sulla riforma della scuola. Non vogliono la “Berluscuola” strillano i manifestanti. Cioè…?
È inutile polemizzare su questo, qualsiasi persona di buon senso non darebbe troppa rilevanza alla manifestazione di venerdì scorso, peraltro con un’affluenza molto meno cospicua rispetto ad altre edizioni, piuttosto sarebbe affascinate indagare sulle strane e insolite reazioni dei benpensanti di destra. Ascoltiamo gli studenti, ascoltiamo i precari, ascoltiamo le faide sinistroidi dei collettivi universitari. Sappiamo benissimo che in Italia la scuola è stata appannaggio della sinistra fin dall’inizio della strategia spartizionistica, abilmente gestita a tavolino da Pci e Dc, e sappiamo che nel corso dei decenni si è trasformata in un autentico ammortizzatore sociale, perdendo qualsiasi alone di rendimento e funzionalità. La meritocrazia poi si è dissolta nel nulla. Indagare sull’inefficienza di un sistema arcaico e congelato sarebbe troppo facile, anche perché basterebbe un semplice confronto con gli altri Paesi europei per averne la conferma.
Tanto per citare un esempio, un’inchiesta dell’Ocse di qualche anno fa rilevava che riguardo al “problem solving” (applicazione alla realtà concreta delle conoscenze scolastiche) l’Italia era al 36esimo posto, dopo tutti Paesi avanzati europei. Agghiacciante. Soprattutto se si considera che noi abbiamo un sistema cavillosamente articolato e molto più lungo rispetto agli altri Paesi europei. Oggi sembra opportuno domandarci il perché gli intellettuali di destra boicottano la riforma della Gelmini? Sappiamo bene che la scuola è un problema serio, anzi serissimo, e su questo non ci sono dubbi. Il ddl Gelmini non è oro colato e non è la migliore riforma possibile. Ma è una riforma, non perfetta ma perfettibile, e in Italia è già qualcosa. Insomma, parliamone ma non certo con i manifestanti avvolti nelle bandiere arcobaleno e abbeverati di nostalgici slogan anni ’60. “Make school not war” era il leit-motiv del corteo.
Purtroppo però la guerra continuiamo a farcela tra di noi. Viene il dubbio che i retaggi del sessantotto abbiano ancora un certo fascino sull’intellighentia di destra che, in fondo, non ha ancora superato quel complesso di inferiorità derivante dalla convention ad excludendum. Poi c’è quel gusto retrò che oggi piace tanto a destra, come ascoltare Rino Gaetano e leggere Pasolini. Ed era stato proprio Pasolini a comprendere prima di altri che le contestazioni alla scuola venivano fatte proprio dai “figli di papà”, vogliosi di nuove emozioni e promotori di una critica solo apparente. Pasolini aveva deprecato violentemente la contestazione studentesca del ’68 e, ironia della sorte, oggi tocca al “Secolo” tessere l’elogio della contestazione del 2000. Ragazzi cresciuti in meravigliose gabbie d’orate, nutriti con Papaya e Pappa Reale, stimolati con corsi multimediali di lingue e viziati con diavolerie tecnologiche di tutti i generi. Eppure, terribilmente e inesorabilmente soli.
I ragazzi che oggi imprecano contro la Gelmini mettono la Kefia solo perché è trendy e si autoproclamano comunisti solo perché fa figo, ma alla fine sono tutti “figli di papà”, come diceva appunto Pasolini. Molti genitori cominciano forse ad avvertire un certo senso di colpa per aver generato dei “figli di facebook”? Certamente un po’ di sana autocritica non farebbe male, ma puntare a giustificare tutto e tutti non è chiaramente il modo migliore per gestire i problemi. Gli studenti protestano? “Perché non ascoltarli”titola ‘Il Secolo’.
Piuttosto cerchiamo di fare qualcosa per ridare una speranza alle nuove generazioni, cerchiamo di assumerci le nostre responsabilità “da adulti” e dare vita a un ripensamento del sistema scolastico, cerchiamo di metterle in atto le tanto auspicate riforme, perché oggi più che mai è necessario guardare oltre il proprio orizzonte temporale. Se continuiamo con questi inutili tentativi retrò di fare ostruzionismo a qualsiasi provvedimento del governo non andremo da nessuna parte, non ci sarà mai una vera riforma del sistema scolastico, né alcuna miglioria nell’arcaico sistema d’istruzione del nostro Paese. Il sospetto è che l’egemonia culturale non sembra più essere esclusivamente di “sinistra”, ma piuttosto il crogiolo di orientamenti politici che usano semplicemente “stili” differenti per gestire la stessa politica di fondo. E così, la parola d’ordine è e continuerà ad essere immobilismo.
di Clio Pedone
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