Fermiamoci,
prima che sia troppo tardi
Se quel capo scorta non avesse imboccato le scale, invece che l'ascensore, indugiando all'esterno dell'appartamento di Maurizio Belpietro, pare per accendersi una sigaretta, oggi forse saremmo qui a scrivere della morte di un direttore. Certo, tutto è possibile, anche che l'obiettivo di quell'uomo in falsa divisa da finanziere che sfodera un'arma, mira alla tempia dell'agente e non lo ammazza solamente perché il colpo resta, inceppato, in canna, non fosse il direttore diLibero. O che l'obiettivo fosse lui, ma non per motivi politici. Tuttavia è molto più probabile che a ripetersi sia un film visto e rivisto nella nostra storia, quello che inizia con l'odio politico e finisce con i cadaveri stesi a terra. Perché come scrivono Francesco Borgonovo e Martino Cervo, se quel finto finanziere avesse suonato il campanello di casa Belpietro la porta gli sarebbe stata aperta, pensando a un'ultima parola dalla scorta, a un ripensamento improvviso. E allora Belpietro avrebbe dovuto sperare nella stessa sorte che ha salvato la vita al capo scorta.
Ma è un panorama desolante quello che si apre su un Paese che deve consegnare la sua speranza di normalità all'incepparsi di un grilletto. Oggi sentiremo parlare, alcuni lo hanno già fatto, di mandanti morali, di clima d'odio, ma non so quanti saranno in grado di farlo aprendo per bene gli occhi. Guardando le responsabilità di tutti, e non solo della parte politica avversa. Inutile essere ipocriti, anche Libero negli ultimi mesi ha alzato il tono, portandolo su registri eccessivi. Come quando sulle sue colonne Nicholas Farrell diede del “nazionalsocialista” a Gianfranco Fini, oggetto poi del continuo dileggio – si pensi alla prima in cui appariva, senza alcun motivo, nudo, coperto soltanto da una foglia di fico malamente giustapposta – e dei continui insulti del quotidiano rispetto alla vicenda di Montecarlo. Ma che si fa di fronte un “nazionalsocialista” se non sfoderare le armi?
Con questo non si vuole in alcun modo sminuire la gravità inaudita dell'attentato, fortunatamente fallito, a Belpietro. Né dimenticare i toni irresponsabili assunti ripetutamente da certa opposizione, come dimostrato in maniera esemplare dall'ultimo intervento di Antonio Di Pietro alla Camera. Ma passarsi il cerino delle accuse non serve se non ad armare la mano di altri delinquenti. Ciò che serve è una presa di coscienza collettiva che i toni del dibattito politico non sono più sostenibili. Una assunzione di responsabilità da parte di tutti, politici e giornalisti, per fare in modo che questa spirale di insulti, demonizzazioni e campagne di demolizione personale non resuscitino pagine del nostro passato che ritenevamo morte. Così che a tornare sulla scena siano i problemi delle persone, e i modi per risolverli. Prima che qualcun altro pensi che un colpo di pistola sia l'unica strada rimasta.
di Fabio Chiusi
di Fabio Chiusi
1 ottobre 2010
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