giovedì 21 ottobre 2010

L'INTERESSE PUBBLICO ? E' GARANTITO DAL MERCATO DELLE IDEE

Privatizzare la Rai per ristabilire la centralità dell'interesse generale


Per capire come è stato possibile arrivare oggi alle distorsioni a cui assistiamo nell’ambito del servizio pubblico radiotelevisivo – un servizio pubblico che propone molti programmai di più bassa qualità delle stesse tv commerciali, informazione distorta da appartenenze politiche che la fanno da padrone su temi, contenuti, confezionamento delle notizie – è necessario analizzare le logiche che sono state alla base della sua creazione e i successivi tentativi di aggiustamento legislativo che hanno cercato di rendere legittimo qualcosa che i cambiamenti economici, sociali e culturali tendevano a rendere obsoleto e anacronistico.
I problemi della Rai derivano da due limiti strutturali che oggi sono divenuti insostenibili. Il primo è legato al controllo che su di essa esercita la politica, politica non in senso ideale ma in senso partitico. Anche volendo analizzare la pratica della “lottizzazione” al di là di ogni stereotipo negativo, essa rappresenta, da sempre, uno strumento di potere per alcuni partiti e il conseguente sacrificio della qualità dell’informazione a favore delle logiche di sostegno e creazione di consenso.
Il secondo limite è di tipo finanziario: la Rai trae fondi contemporaneamente dal finanziamento pubblico – cosa che ne dovrebbe garantire quantomeno l’imparzialità e la qualità – e dalla vendita di spazi pubblicitari soggetta però a limitazioni quantitative dovute ai tetti massimi per fascia oraria stabiliti dalla legge Mammì del ’90 – per cui i contenuti devono tenere conto delle esigenze del mercato e della concorrenza, che raramente coincidono con le esigenze qualitative del servizio pubblico. Questo essere un servizio pubblico inserito in un sistema di mercato impedisce alla tv di Stato sia di rappresentare un buon servizio caratterizzato dalla qualità e dalla vocazione pubblica, sia di competere ad “armi pari” in un mercato concorrenziale.
Le origini ideali del servizio pubblico radiotelevisivo in Europa sono legate alla filosofia dello Stato sociale: il soddisfacimento di alcuni bisogni fondamentali dei cittadini viene assunto direttamente dallo Stato che in tal modo mira ad assicurare l’universalità del servizio stesso e a far sì che esso possa essere usufruito da tutti alla stessa maniera rimuovendo condizioni di disparità o bisogno. Negli ambiti culturali dell’intervento dello Stato è rientrato anche il sistema della comunicazione di massa, con interventi mirati ad assicurare a tutti i cittadini uguali parità di accesso all’informazione, accesso sancito da un diritto costituzionale che fa sì che la comunicazione di massa rivesta un indiscutibile “interesse pubblico”.
Oltre alla difesa del corretto e universale godimento del diritto all’informazione, lo Stato italiano ha assunto su di sé l’onere della gestione del sistema radiotelevisivo sulla base di un’altra esigenza pubblica, quella relativa all’educazione e alla crescita culturale della popolazione per la quale radio e televisione rappresentano un potente strumento. Queste due premesse ideali, sommate a quella più tecnica della “penuria di frequenze”, hanno giustificato non solo l’intervento dello Stato nell’ambito dei mass media, ma anche la definizione del relativo monopolio assoluto.

Come è noto, a garantire il monopolio è stato per un lungo periodo la stessa Corte Costituzionale che è intervenuta su questo tema a più riprese. In particolare nella sentenza n. 59 del 1960 si sottolinea come la scarsità delle frequenze può implicare il rischio dell’oligopolio da parte di soggetti mossi da “interessi particolari” che contrasta con le ragioni dell’ “interesse generale” meglio sostenute, al contrario, dallo Stato che può farsi garante della libertà di parola per tutti e non solo per coloro che dispongono di mezzi economici e tecnici.

Allo stesso medo, in un’altra sentenza la Corte – n. 225 del 1974 – precisa che «la verità è che proprio il monopolio pubblico – e non già la gestione privata di pochi privilegiati – può e deve assicurare, seppur nei limiti imposti dai particolari mezzi tecnici, che questi siano utilizzati in modo da consentire il massimo di accesso, se non hai singoli cittadini, almeno a tutte quelle più rilevanti formazioni nelle quali il pluralismo sociale si esprime e si manifesta».

Nella prassi le “più rilevanti formazioni” che esprimono il pluralismo sociale si sono rivelate essere i partiti politici, che forti anche di una interpretazione distorta e semplificata del principio del “pluralismo” culturale e soprattutto politico insito nell’idea di servizio pubblico, hanno prodotto, nel tempo e con l’aumento progressivo delle reti, la Rai dei partiti nella quale il pluralismo si riduce a mero rispecchiamento nell’emittente pubblica delle rappresentanze politiche esistenti in Parlamento.

A rafforzare questa distorsione verso un’interpretazione tutta politica del servizio pubblico radiotelevisivo hanno contribuito le modalità di nomina del consiglio di amministrazione della Rai e l’indirizzo e il controllo della programmazione. Inizialmente e fino alla riforma del 1975, la Rai era sotto il controllo del governo, che nominava i direttori e il consiglio di amministrazione. La riforma ha previsto il passaggio del controllo del servizio pubblico al Parlamento che nomina la Commissione parlamentare di vigilanza la quale, a sua volta ha il potere di nomina della maggioranza del Consiglio di amministrazione. Questa modifica che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere garanzia di pluralismo, ha invece aperto la strada alla lottizzazione e alla spartizione del potere mediatico da parte dei partiti. La lottizzazione, naturalmente, non si è ridotta neanche con il passaggio del potere di nomina dalle Camere ai due presidenti delle stesse, soggetti super partes e quindi intrinsecamente garanti del rispetto del pluralismo. 

Immediatamente dopo la riforma della Rai del ’75, tutta fondata sull’insistenza del monopolio pubblico, una nuova sentenza della Corte Costituzionale – n. 202 del 1976 – decreta, tra l’altro, l’illegittimità del monopolio del servizio pubblico, che seppur ribadito a livello di trasmissioni nazionali, viene negato in ambito locale aprendo allo sviluppo delle emittenti private locali. La sentenza insiste molto sul superamento della condizione di scarsità di frequenze, dovuto all’innovazione tecnologica che apre nuove possibilità a imprenditori privati. Questa sentenza rappresenta l’inizio di una liberalizzazione nel campo radiotelevisivo che però non è mai stata portata a compimento e che vede nella legge Mammì del 1990 una ulteriore causa di stortura del sistema, che è andato a costituire un deleterio duopolio di fatto. 

Le nuove tecnologie, la globalizzazione dell’informazione e la differenziazione delle fonti rendono del tutto obsoleta, se non illegittima, la logica che ha sostenuto fin qui la necessità di un servizio pubblico, così come il controllo politico non trova oggi legittimazione né nel riconoscimento e nella difesa di un diritto costituzionale dei cittadini, né nella scarsità e nella difficoltà, anche tecnica, di reperimento di informazioni, né in quelle esigenze pedagogiche ed educative che hanno ispirato i primi anni di vita della Rai.

La privatizzazione della Rai, oltre ad avere vantaggi concreti e immediati per l’azienda, per lo Stato e per gli stessi cittadini, potrebbe essere il primo passo per ristabilire la centralità dell’interesse generale, negato fin qui dall’interpretazione distorta che ne è stata data per anni. L’interesse pubblico è, infatti, più giustamente rintracciabile nella più ampia realizzazione di un libero e competitivo mercato delle idee, piuttosto che in un controllo dello Stato che in Italia si è rivelato arbitrario e tutt’altro che ispirato alle vere esigenze dei cittadini.


di Chiara C. Moroni


Deputato del gruppo "Futuro e Libertà per l'Italia"


da www.ffwebmagazine.it



1 commento:

  1. Come non essere d'accordo con l'Onorevole Moroni, questa contraddizione in termini chiamata RAI deve finire dopo oltre cinquantanni !

    Aprire ai privati è l'unica e giusta soluzione, anche per non mortificare le tante professionalità che ristagnano spesso non sfruttate in un azienda così grande !

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