venerdì 8 ottobre 2010

Idee, Futuro e Libertà. Ragioniamo insieme...

Il progetto politico di Futuro e Libertà non può e non deve rimanere invischiato nelle querelle continue che vengono reiterate quotidianamente in modo strumentale sui famosi 5 punti, ai quali sono aggiunte questioni che poco o nulla hanno a che fare con il programma di Governo sottoposto agli elettori. Il nostro progetto deve uscire da queste forche caudine, e concentrarsi sulle questioni reali da affrontare con urgenza, anche cose semplici che però diano un chiaro segnale di scarto rispetto alle polemiche sterili alle quali sembra essere inchiodato il dibattito politico, qual è ad esempio quest’ultima novità inutile della Commissione d’inchiesta, sulla quale non vale neanche la pena sprecare energia. Vediamo allora dove e come possiamo esprimere invece alcune nostre proposte concrete, che vadano a incidere positivamente sulla possibilità di crescita del nostro paese.
Riforma Fiscale, emersione, furbetti e quozienti familiari
Siamo chiari e sinceri: non ci saranno mai le condizioni oggettive per abbassare le tasse, viceversa c’è la necessità che inizino a pagarle tutti, per liberare risorse per la crescita, le famiglie, la scuola, la formazione, l’assistenza a chi ha veramente bisogno, la ricerca. Per questo bisogna migliorare il gettito fiscale. Per questo bisogna imparare ea spendere meglio.
Siamo il Paese del G20 con la più alta evasione fiscale, e allo stesso tempo con la più alta percentuale di lavoro sommerso, parliamo di una percentuale tra il 20 e il 30 %, non potendo esserci statistiche ufficiali, ma c’è chi dice sia ancora maggiore. Una serie di proposte concrete:
• Spostare progressivamente le tasse dal reddito da lavoro alla proprietà e ai beni, non è possibile che in Italia i conti si reggano sulle tasse del lavoro.
• Tassazione delle transazioni finanziarie, escludendo i titoli di Stato, come avviene in altri paesi europei: la tassazione al 12 e 50% è semplicemente scandalosa, e non vale neanche la scusa che un aumento della tassazione farebbe fuggire i capitali esteri: questi sono infatti diminuiti in modo considerevole negli ultimi due anni, nonostante la tassazione sia la più bassa a livello europeo, perché nel nostro Paese è difficile investire, per la macchinosità dell’amministrazione, per i tempi infiniti e per la mancanza della certezza della pena. Si potrebbe inoltre sposare la causa dei 0,05, un insieme di associazioni che promuovono questa percentuale di tassazione da devolvere per la povertà e i servizi sociali e l’intervento pubblico, sponsorizzata e presentata recentemente da Sarkozy alle Nazioni Unite.
• Aumentare il servizio ispettivo contro il lavoro sommerso e irregolare, questo interesserebbe oltre alle forze dell’ordine le ASL, i servizi ispettivi del ministero del Lavoro, INPS e INAIL. È una riforma a costo zero, infatti si finanzia coi i soldi recuperati dall’obbligo contributivo e con la regolarizzazione obbligatoria delle aziende, pena la chiusura.
• Ritorno agli enti centrali nazionali – INPS e INAIL – delle pensioni di invalidità, il decentramento infatti delle stesse ha moltiplicato le false dichiarazioni, disperdendo il controllo tra mille rivoli.
• Incrementare il rapporto amicale tra agenzia delle entrate e cittadini, spostando la persecutio dal contribuente all’evasore, abbassando l’impianto sanzionatorio a favore della certezza del pagamento del dovuto.
Se i figli sono la risorsa di un Paese bisogna iniziare a calcolarli attraverso il quoziente familiare, che in un Paese che non paga le tasse non si può però basare solo sull’ISEE, troppo spesso si vedono a scuola bambini scendere da macchinoni e SUV per poi scoprire che sono esentati dal pagamento della mensa a causa del reddito. In Europa, in particolare in Francia, sono disponibili best practices per l’applicazione del quoziente.
Essendo l’Italia il Paese delle professioni e degli ordini professionali, del valore legale della laurea e delle caste che non abbandonano i loro privilegi, bisogna trovare un modo coercitivo per il pagamento delle tasse per coloro che non sono tassati alla fonte, una sorta di minimum tax adattata ai giorni nostri con gli strumenti di verifica e controllo che possediamo.
Come risaputo oramai per le pensioni siamo passati dal sistema retributivo al contributivo, una proposta che sarebbe un forte segnale sarebbe applicare la legge anche per i parlamentari e i rappresentanti eletti a ogni livello, eliminando il sostegno vitalizio e accantonando i contributi versati nel fondo INPS preposto per i versamenti saltuari.
Riforma ammortizzatori sociali
Troppa enfasi viene diffusa sulla tenuta del nostro sistema di ammortizzatori, dimenticando che in verità coloro che hanno tenuto sono le famiglie. Inoltre la Cassa integrazione ordinaria è costruita sui contributi versati dai lavoratori e dalle imprese, così come la maggior parte dell’ammontare della Cassa straordinaria; lo Stato ha finanziato – e presto dovrà rifinanziare – la sola Cassa in Deroga, anche con l’utilizzo di Fondi europei che sono così stati distratti da altri interventi (per un ammontare di 8 miliardi). Con la stessa chiarezza bisogna procedere alla riforma degli ammortizzatori sociali, così come sono organizzati in Italia, infatti, coprono una fascia di lavoratori sempre più esigua, dimenticando i lavoratori che non hanno rapporti di lavoro a tempo indeterminato (se non con una cifra che è generoso definire risibile) e soprattutto la maggior parte dei dipendenti – a prescindere dal contratto di lavoro – delle piccole e medie imprese. È arrivata l’ora di pensare a un sistema che accolga il cittadino lavoratore nella sua interezza, lo accompagni nel corso dell’apprendimento per la vita, il cosiddetto Long Life Learning, perché i tempi son cambiati, e studio, formazione e acquisizione di competenze è un processo che deve accompagnarci per l’intera vita lavorativa. Dunque non più ammortizzatori sociali come sussidio, che vanno a implementare una cultura della dipendenza, ma come incentivo, con la persona soggetto attivo nel costruire il proprio percorso lavorativo. A questo bisogna affiancare l’assunzione di responsabilità, l’impegno del singolo, non ci dovrebbero essere erogazioni di sussidi senza formazione e un impegno specifico all’interno di un progetto. Naturalmente le categorie cosiddette deboli – over 50, portatori di handicap, disoccupati di lunga durata eccetera – avranno i loro percorsi specifici
Giovani, formazione e lavoro
Nell’immediato bisogna procedere all’approvazione della riforma dell’università del ministro Gelmini. È certamente perfettibile (come tutto, d’altronde) ma per la prima volta attribuisce con chiarezza poteri e fissa responsabilità, e in Italia non è poco. La grande scommessa resta cercare di legare maggiormente lo studio e la formazione al mondo del lavoro, attraverso una più stretta integrazione tra mondo della scuola e università e mondo produttivo. Le tecnologie stanno rivoluzionando sia lo studio sia l’accesso al mondo del lavoro, le scuole e le università si stanno adattando con troppa lentezza, mentre esperienze come l’Erasmus ci dovrebbero insegnare quanto è importante aprirsi a una dimensione europea. Il salto culturale importante da parte di tutti dovrebbe essere passare dalla “dittatura” del titolo di studio alla certificazione della competenza. Nuove forme di lavoro, quali ad esempio l’apprendistato professionalizzante, vanno in questa direzione, ma ancora manca un sistema condiviso e riconosciuto delle competenze professionali, che possa se non sostituire almeno affiancarsi al titolo di studio. Questo è particolarmente importante in un mondo che cambia come quello odierno, dove competenze e professionalità grazie alle nuove tecnologie vengono e organizzate e condivise senza limiti di tempo e spazio. L’esperienza lavorativa deve poter sostituire anche il cursus studiorum, e i licei – non solo gli istituti tecnici – si devono organizzare per corsi e seminari che affrontino regole, dinamiche e opportunità del mondo del lavoro, per arrivare a costruire un sistema dove anche l’organizzazione dello studio e dei corsi scolastici e universitari siano modulati anche sulle esigenze del mondo del lavoro.
Riforma della giustizia
Una recente ricerca del Sole 24 Ore evidenzia il dramma della giustizia: la mancanza della certezza della pena e i tempi infiniti necessari per i diversi gradi di giudizio, tempi che consentono solo a chi possiede disponibilità per pagare gli avvocati di arrivare fino in fondo. La semplificazione legislativa langue, al di là di roghi pubblici di dubbio gusto, mentre il nostro triste primato è avere il più alto numero di avvocati per abitante, oltre che naturalmente il puiù alto numero di leggi, che alla fine restano forse interpretate, ma certamente inapplicate.
Infrastrutture
Al momento appare inutile e illusorio continuare a promettere il ponte sullo stretto o la veloce chiusura della Salerno Reggio Calabria, meglio sarebbe – anche per dare un segno di discontinuità – puntare a investimenti sulle infrastrutture informatiche, quali banda larga, Wi Fi per tutti e dappertutto, internet satellitare: iniziare ad abbattere le distanze con la tecnologia, come si fa in tutte le parti del mondo, a iniziare dalla Cina per terminare all’Africa. I costi sono accessibili rispetto alla costruzioni di Grandi Opere, e per queste bisognerebbe invece puntare sulla famosa cura del ferro, quindi su treni e metropolitane. È sotto gli occhi di tutti i vantaggi ottenuti con l’alta velocità sull’asse Milano/Roma/Napoli. È solo il primo passo, in particolare bisogna estendere la viabilità su rotaia alle grandi città, una nuova idea della mobilità.
Informazione ed editoria
Lo stato dell’informazione in Italia versa in notevoli difficoltà, incapace di vivere la trasformazione dettata dalle nuove tecnologie dell’ITC, come dimostra la lotta all’interno del Corriere della Sera, che vede De Bortoli opposto alla categoria dei giornalisti. Oltre 80 testate sono a rischio chiusura, e con loro circa 4000 giornalisti. Eppure dovrebbe essere interesse di tutti arrivare a una nuova gestione delle professionalità dell’informazione, senza arroccamenti all’interno di una casta qual è quella dei giornalisti. Sono due anni che non sono convocati gli Stati generali dell’editoria, in una realtà che cambia in modo repentino, basta saper cogliere le rivoluzioni offerte dall’Ipad; i giornali hanno bisogno di regole certe per pianificare gli investimenti, sia strutturali sia di collaborazione professionale. Le due cose che si potrebbero subito fare sono reimmettere le tariffe agevolate postali di Poste Italiane, incredibilmente azzerate, che rischia di portare al fallimento migliaia di piccole e medie imprese del settore editoriale; convocare subito gli Stati Generali dell’editoria; aumentare il Fondo per l’editoria, passato dai 414 milioni di euro del 2007 ai 195 attuali.
Il capitolo RAI merita un discorso a sé, ma è sotto gli occhi di tutti il grande stato di confusione che stiamo vivendo, gli evidenti problemi di concorrenza e conflitto di interessi, i dati dell’Osservatorio di Pavia che denunciano un evidente stallo della pluralità e della correttezza dell’informazione radiotelevisiva.
Economia
La situazione economica italiana, come testimoniano i dati appena diffusi, non è certo rosea, e la prima azione da svolgere è una corretta informazione nei confronti dei cittadini. Solo così potranno essere compresi i futuri sacrifici che saranno necessari a breve e la sostanziale inerzia sul fronte degli investimenti. Tutti i documenti del governo si sono basati su previsioni a dir poco rosee, l’incontro europeo sul patto di stabilità e i dati reali, non quelli annunciati, del PIL e delle entrate tributarie ci dipingono una realtà molto diversa da quella propagandata. Vedi nota su patto di stabilità e manovra economica
Statuto dei lavori e sindacato
La crisi del rapporto tra la FIAT e i sindacati a Pomigliano ha riportato con forza in primo piano il tema della produttività e delle relazioni sindacali; se è vero che non ci possono essere aumenti salariali senza aumento della produttività – il nostro Paese è tristemente scivolato agli ultimi posti di tutte le classifiche, un triste primato di mancanza di produttività e competitività – è altrettanto vero che bisogna partire da nuove regole condivise nel mondo del lavoro. La nostra proposta dunque dovrebbe partire da un nuovo Statuto dei lavori, che sorpassi il vecchio Statuto dei lavoratori; connesso a questo è improrogabile una nuova legislazione e nuove norme sulla rappresentanza sindacale, che faccia finalmente chiarezza su guerre di numeri indegne e non verificabili che condannano ogni accordo alla sua non applicabilità. Anche noi abbiamo le nostre responsabilità, infatti dal Ministero del welfare non sono arrivate proposte concrete sul nuovo Statuto, e un progetto di legge sul contratto Unico che aveva un favore bipartisan, come quella del giuslavorista Pietro Ichino, è stato relegato su un binario morto.
Internazionalizzazione
L’allarme lanciato da Marchionne alla fine della scorsa settimana non deve rimanere inascoltato, non possiamo assoldare il manager Fiat solo quando fa comodo in modo strumentale. L’Italia sta perdendo posizioni sullo scacchiere internazionale, si salvano solo i nostri militari che dal Libano all’Afghanistan riscuotono plausi unanimi. Ma all’interno dell’Unione perdiamo posizioni importanti, non abbiamo ottenuto alcuna sede importante come ambasciatori della UE, così come l’italiano (insieme allo spagnolo) sparirà di fatto dalle lingue ufficiali di Bruxelles. All’assemblea generale delle Nazioni Unite è stata notata la mancanza del nostro Premier. La nostra scommessa, la nostra proposta, si deve chiamare invece Mediterraneo, è nel mare nostrum che dobbiamo investire il nostro futuro, un modo per rilanciare e riqualificare al contempo il Sud del nostro Paese.
Cultura
Quella realtà che dovrebbe essere il nostro fiore all’occhiello soffre di una lenta e inesorabile decadenza. Basta leggere i giornali di questi giorni su Pompei, per rendersene conto. La cronica e reiterata mancanza di risorse e di investimenti sta uccidendo gran parte delle realtà culturali del nostro Paese, così come il paesaggio, la nostra straordinaria risorsa, è sottoposta a ferite e violazioni spesso nella completa indifferenza. Due sono le azioni che bisogna intraprendere: la prima è un’opera di defiscalizzazione degli investimenti e delle sponsorizzazioni in cultura da parte dei privati. La sinergia pubblico e privato è l’unico modo per individuare le risorse necessarie per la gestione e il mantenimento del nostro patrimonio. La seconda azione è arrivare a una nuova governance del patrimonio, che garantendo allo Stato la proprietà e l’obbligo di indirizzo del bene, consenta una gestione dello stesso in grado di garantirne sopravvivenza, mantenimento e produttività nel senso di autosufficienza.
In assenza di risorse la defiscalizzazione può divenire uno strumento fondamentale per le differenti realtà culturali, in questo processo devono essere coinvolte le regioni, le province e i comuni, chiamate a nuove e maggiormente responsabili forme di collaborazione. L’acquisizione infatti di parte del patrimonio del demanio da parte delle istituzioni del territorio deve infatti portare con sé obbligo di destinazione d’uso e un periodo congruo (trent’anni) dell’impegno a sostenerne le spese ordinarie e straordinarie, per evitare che i costi ricadano sullo Stato centrale, come troppo spesso accade con forme di “federalismo” che decentra gli utili e centralizza i costi.
Abbiamo inoltre bisogno di applicare nuove regole per la gestione dei teatri e delle fondazioni liriche, un Teatro oggi deve essere una sorta di industria collegata attraverso la multimedialità a un nuovo modo di concepire la fruizione culturale, basta fare un giro sui siti di altre realtà mondiali per rendersene conto; il nostro immenso patrimonio, viceversa, si permette di fare a meno degli Abbado e dei Muti, incapace di valorizzare anche economicamente una ricchezza straordinaria di talenti. I progetti culturali hanno bisogno di tempo per essere compresi, sedimentati, realizzati, per poi coglierne i frutti. Per cambiare la situazione non sono sufficienti due o tre anni, bisogna saper vedere lontano e pianificare almeno per 5/10 anni. Questo significa investire nel Futuro.
Riforme
Quanto accade in questi mesi riporta di stringente attualità le riforme di cui il Paese ha bisogno, a iniziare dalla riforma elettorale senza la quale un ritorno al voto condannerebbe il Paese a una costante ingovernabilità, se con questa legge non sono state sufficienti maggioranze bulgare. Il problema, però, è che erano proprio maggioranze costruite a tavolino, nelle stanze dei bottoni e dei partiti, dunque non esprimevano una reale volontà degli elettori. L’altra questione di fatto accantonata è la riforma delle due camere, così come l’abolizione delle Province, non si capisce come mai quest’ultima – pur essendo nel programma sottoposto agli elettori – sia poi stata maldestramente abbandonata. Tremonti dice che questa porterebbe un risparmio di solo 100/200 milioni di euro: a parte che le grandi cifre si ottengono con la somma delle piccole, e tanto piccola non sembra, non si monetizza il vantaggio competitivo che acquisirebbe il sistema Paese, con l’abolizione livello amministrativo che oltre a essere un costo economico è una moltiplicazione di competenze e un aumento della perdita di tempo. Gli stranieri non vengono da noi perché per avviare un’impresa servono oltre 210 giorni, contro i 60 della Francia e i 30 della Germania. L’informatizzazione della PA stenta a decollare, anche a causa della fragilità o dell’inesistenza dell’infrastruttura tecnologica, altrove rammentata.

di Luca Barbareschi

Deputato di Futuro e Libertà per l'Italia 

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