mercoledì 6 ottobre 2010

Università e Ricerca: necessario un Futuro di qualità!


Per decenni, nonostante investimenti comunque esigui se rapportati alla loro importanza, la Scuola e l’Università hanno costituito la linfa vitale per il progresso del Paese. Ancora nell’Italia in bianco e nero precedente alla stagione inaugurata con il 1968, dagli esiti non sempre felici, era possibile contare su un modello d’istruzione basato sicuramente su un rigore, forse, eccessivo, ma in grado di garantire senza dubbio la qualità dei risultati.
La scuola di base, allora coadiuvata dalla famiglia, assicurava, con un’organizzazione funzionale che cercava di rispondere alle diverse richieste del mercato, una comune base conoscitiva (sulla quale la scuola secondaria andava ad innestarsi con le specialità offerte dai cd. settori). Successivamente, l’ Università, attraverso corsi di studio che seppur nella diversità delle Facoltà e degli insegnamenti, presentavano indubbie difficoltà, costituiva l’occasione per raggiungere, alla fine, un certificato di qualità indiscusso: la laurea. Il suo conseguimento, anche qui con differenze sostanziali da facoltà a facoltà, pur non garantendo sempre un immediato ingresso nel mondo del lavoro, certamente contribuiva ad una riduzione dei tempi di attesa e soprattutto costituiva sinonimo di acquisizione di conoscenze specifiche, e non solo, ampiamente riconosciuta. Più in generale è senz’altro vero che il mercato del lavoro, inteso nella sua espressione più lata, offriva ampi spazi ma è altrettanto vero, che la qualità media dei laureati era alta. Così è stato indicativamente fino alla fine degli anni Ottanta del Novecento.
L’introduzione di nuovi corsi, nati spesso dal frazionamento di quelli già esistenti, l’invenzione di corsi triennali, la nascita di insegnamenti ad personam, il reclutamento di personale docente con criteri che, talvolta, sono apparsi assai poco scientifici, hanno prodotto danni chiaramente preventivabili, dei quali da diversi anni si può apprezzare in pieno la rilevanza.
L’Università deve invece costituire realmente il serbatoio di persone ed idee per l‘Italia, così come è stato a lungo (ed in molti ambiti di ricerca ancora lo é), al punto da rappresentare un indiscusso modello per altri Paesi.
La Ricerca, accanto alla didattica, deve nuovamente ritornare ad essere l’obiettivo da perseguire: con serietà, con senso di responsabilità, con passione. Ma perché ciò possa nuovamente essere occorre reimpostare l’intero sistema, introducendo un unico ma indispensabile criterio del quale si continua a parlare senza quasi mai realmente servirsene: il merito.
Questa esigenza appare ormai impellente a tutti coloro che non vogliano restare impotenti di fronte all’emorragia di grande potenziale umano che sta lentamente dissanguando l’intellighentia del nostro Paese, proprio quando più ce ne sarebbe bisogno, in particolar modo, ad esempio, nei settori della finanza, della medicina e farmaceutica e dell’ingegneristica.
In questa direzione va il ddl presentato dal ministro dell’Istruzione, il cui esame è stato spostato la settimana scorsa anche a causa delle perplessità strumentali dell’opposizione. Su questa riforma, punta molto il gruppo di FLI, come mostra l’indiscusso contributo alla sua stesura fornito dai senatori Baldassarri e Valditara.
In un Paese nel quale alcuni tentano con fini esclusivamente propagandistici, di approfondire la cesura tra Nord e Sud, altri di far naufragare riforme che offrano reali possibilità di mobilità sociale,è chiaro a tutta la componente che fa capo a Gianfranco Fini l’importanza di una struttura universitaria di qualità, autenticamente fucina di cervelli e non sede di potentati.
Spazio a chi merita spazio, con concorsi finalmente indetti per far fronte a necessità scientifiche, nel quale i candidati si fronteggiano sui titoli e non per sistemare qualcuno e decisi “ab initio”.
Il Futuro dell’Italia che sogniamo deve passare anche per un’istruzione superiore adeguata al nostro passato.

di Manlio Lilli


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