Gianfranco Fini è un leader, ormai non ci sono dubbi. La parola leader deriva dal verbo inglese “to lead”, che significa guidare, condurre, ed è solitamente associata a chi crede nella riuscita di un progetto ed impiega l’energia necessaria per portare a compimento l’impresa. In passato era riservata a una ristretta élitedi persone, oggi si utilizza soprattutto con riferimento alla politica. Ma non è infrequente che il termine sia spesso declinato in modo distorto, per esempio associandolo a forme di “cesarismo” o “signorie”.
Noi intendiamo dargli una connotazione più letterale e lo riteniamo un epiteto del tutto confacente alla personalità del presidente della Camera. E come per qualsiasi leader che si rispetti suggellare il proprio accreditamento internazionale è fondamentale proprio nei momenti più travagliati della politica nazionale. In quest’ottica, apprezziamo la scelta di Gianfranco Fini di intraprendere, dal 20 ottobre, un tour per le cancellerie del Vecchio Continente. Sarà un viaggio istituzionale gravido di risonanza, soprattutto se si considera la scelta di Londra come prima tappa.
È proprio dalla capitale britannica, infatti, che provengono le più lungimiranti riflessioni sul futuro dell’Italia, non a caso il “Financial Times” ha recentemente scritto: “qualsiasi cosa possa accadere, è ora nelle mani di Gianfranco Fini più di chiunque altro”. E anche “The Economist” non ha risparmiato elogi al presidente della Camera, definendolo “il politico italiano di maggior talento”. Adesso Fini si presenterà sul proscenio con un lookrinnovato: leader di FLI, un movimento che ambisce a collocarsi in una nuova dimensione, oltre gli steccati ideologici della destra e della sinistra. Sembra l’approccio giusto per sconfiggere le iniziali reticenze britanniche che mettevano l’accento sul “passato nostalgico” dell’ex leader di An, e dar vita ad un nuovo e rafforzato asse Roma-Londra. Non a caso, Fini il 20 ottobre assisterà al dibattito parlamentare che vedrà impegnato il premier David Cameron nella discussione e nell’approvazione del drastico piano di riduzione del disavanzo pubblico. Cameron ha già raggiunto degli eccellenti traguardi nello stesso percorso che il presidente Fini si appresta ad intraprendere.
L’inquilino di Downing Street ha rivoluzionato l’ancestrale destra inglese adattandola a una nuova visione della società; non ha cestinato gli insegnamenti dei predecessori e ha fatto tesoro delle passate esperienze per ricollocare i Tory in una posizione di primo piano. Sta lavorando in una situazione complessa e delicata: è alla guida di un governo stretto nella morsa di un “Parlamento appeso”, ovvero senza la maggioranza assoluta. Lo Hung Parliament non si formava dal 1974, quando le tensioni tra la CEE e la GB erano state tali da provocare forti scollamenti tra classe politica e società civile. Fini oggi dichiara di voler superare gli steccati dei vecchi posizionamenti e riperimetrare una destra che sia di più ampio respiro rispetto al passato. L’impresa è ardua e questo viaggio in Europa rappresenta un’ottima vetrina per il leader di FLI, che potrà esporre al di là delle Alpi la propria visione politica rinnovata e in linea con l’Europa, proiettata al futuro e con l’obiettivo di ridare credibilità e fiducia all’Italia. Dopo aver conquistato Israele e Stati Uniti, ora è la volta della Gran Bretagna, e siamo convinti che anche lì il presidente raccoglierà elogi e consensi. È indispensabile adesso collocare il nascituro FLI nello scacchiere politico europeo, per questo dopo la tappa in GB Fini si recherà a Berlino e a Parigi. In Francia sarà agevolato dal rapporto personale con il presidente Sarkozy e dalla stima dell’anziano Giscard D’Estaing.
Il leader di FLI dovrà spiegare all’estero i motivi della sua rottura con Silvio Berlusconi, dovrà chiarire i precisi contorni della disputa che l’ha diviso dal premier e dovrà presentare il suo nuovo movimento politico. Questo tour europeo rappresenta un’occasione importante e siamo certi che il presidente Fini non tradirà le nostre aspettative. Auspichiamo, però, che a questa “classica” road map eurocentrica, faccia presto seguito un viaggio verso Oriente, affinché l’Italia non resti chiusa nei suoi atavici confini nazionali e nelle sue visioni non sempre proiettate alle sfide internazionali. È il momento propizio per prendere coscienza della forza dell’Italia in Europa e per questo rendere il nostro Paese protagonista di una politica internazionale rinnovata e più aperta al mondo asiatico. In questa fase storica, sono necessarie scelte di politica estera più dinamiche, caratterizzate da maggiore decisionismo e meno timori. L’Italia deve guardare a Oriente e convincere la scettica e reticente Europa delle opportunità che si celano al di là dell’Anatolia e degli Urali. Lo scolorito presidente del Consiglio europeo Van Rompuy aveva affermato la necessità di incentivare la cooperazione con i Paesi asiatici, ma il suo monito è passato quasi inosservato. Se l’Italia si farà promotrice di azioni concrete, come ad esempio l’inaugurazione del 40esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Cina celebrato lo scorso 7 ottobre, è probabile che riuscirà a svolgere una funzione di traino anche per le altre cancellerie europee.
La storia oggi sta tornando in Oriente, dove ha stabilmente sostato in passato per un paio di millenni, e l’Europa non può più ignorarlo. La paura degli europei è legittima, ma dobbiamo imparare a conviverci e, al tempo stesso, ragionare sulle potenzialità di un allargamento dei nostri orizzonti, il mondo sta cambiando e ora possiamo solo adattarci. Occorre riflettere e ragionare sui miracoli economici asiatici, piuttosto che arroccarsi entro i propri confini, primo tra tutti quello del Giappone, poi quelli del Sud-Est asiatico, infine quelli della Cina, dell’India e del Vietnam. Questi processi sono anche il risultato di una grande umiltà, apertura culturale e curiosità intellettuale di quei popoli: essi hanno studiato l’Occidente, hanno cercato di capire che cosa potevano e dovevano imparare da noi e, rielaborandolo, l’hanno introdotto nelle proprie civiltà. L’Europa deve tornare a diventare capace di imparare dagli altri. L’abitudine ad essere i primi della classe non ha solo connotazioni positive e può, talvolta, rendere pericolosamente autoreferenziali.
di Clio Pedone
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