Auguri a tutti voi ed ai vostri cari di Buon Anno per un 2011 che sia come nei vostri sogni !
Nicola Gallo
Responsabile Generazione Italia Frascati
venerdì 31 dicembre 2010
giovedì 30 dicembre 2010
IL PERSONAGGIO DELL'ANNO? PER NOI, E' NICOLA GRATTERI
Un magistrato che ama il suo lavoro, simbolo della lotta alla 'ndrangheta
Ce lo invidia mezzo mondo e forse più. Perché il mondo, all’inseguimento della ‘ndrangheta, Nicola Gratteri l’ha fatto suo: dove c’è la ‘ndrangheta arriva Gratteri. Ci sono uomini che diventano dei simboli per la loro bravura, per la loro dedizione, per il rispetto che si conquistano ogni giorno, per il coraggio delle loro azioni e delle loro parole: Gratteri, calabrese di Gerace, è uno di questi uomini per tutte queste ragioni.
Se negli ultimi anni la lotta alle mafie è diventata un fiore all’occhiello del nostro paese il merito è di magistrati come Nicola Gratteri anche se a sentir lui il merito è all’80% della polizia mentre sicuramente non lo è della politica.
Se ha un pregio Gratteri, è quello di dire sempre le cose che pensa, e mai per calcolo personale. Infatti, se riconosce come positive due azioni del governo come l’abolizione del patteggiamento in appello e l’aumento del sequestro e della confisca dei beni anche agli eredi dei mafiosi, sull’arresto dei boss si tira fuori dal coro di beatificazione del ministro Maroni: «Con gli arresti dell’ultimo anno – spiega – non c’entra nessun ministro. Alcuni arresti hano anche sei anni di indagini alle spalle». Anzi, chiede alla politica più risorse, più uomini. Soprattutto, chiede leggi più certe (quella che una volta veniva chiamata “certezza della pena”). E chiede leggi severe, concrete e uniformi non solo all’Italia, ma all’Europa, ancora troppo indietro nella legislazione antimafia.
Nell’ultimo anno il suo libro La malapianta è stato un successo che ha permesso di scoprire cosa è la ‘ndrangheta tra (falso) mito e (reale) pericolo, dalla Calabria in America, passando per il Nord e l’Europa intera. Un libro che ricorda Cose di Cosa nostra di Giovanni Falcone, per la forma, il suono delle parole, la fermezza dei giudizi che nascono dall’esperienza. Con il magistrato siciliano non sono poche le cose in comune: dall’approccio pratico ai problemi fino alla conoscenza “culturale” di mafiosi cresciuti nello stesso territorio, con lo stesso linguaggio, spesso fatto solo di sguardi e mezze parole. E quelle cose lì, non c’è univesità che le spieghi.
Da sempre distante dalla politica, Gratteri è simbolo di quella magistratura che non ha bisogno di appartenenze per far sentire il rumore dei propri passi, l’efficacia delle proprie azioni. E i numeri contro la ‘ndrangheta di questi anni parlano per lui.
Amante del suo orto, rifugio di pace e unico vero svago extra lavorativo, la vita di Gratteri, attualmente Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria, è blindata dal 1989, anno in cui gli venne assegnata la scorta. Nicola Gratteri è un galantuomo, come certi uomini di una volta, un magistrato vero che ama il suo lavoro, che ama la sua terra; una persona seria e perbene, orgoglio della nostra Italia che lotta contro le mafie. E per questo, per tutto questo, non può che essere lui il nostro "personaggio dell'anno".
Ce lo invidia mezzo mondo e forse più. Perché il mondo, all’inseguimento della ‘ndrangheta, Nicola Gratteri l’ha fatto suo: dove c’è la ‘ndrangheta arriva Gratteri. Ci sono uomini che diventano dei simboli per la loro bravura, per la loro dedizione, per il rispetto che si conquistano ogni giorno, per il coraggio delle loro azioni e delle loro parole: Gratteri, calabrese di Gerace, è uno di questi uomini per tutte queste ragioni.
Se negli ultimi anni la lotta alle mafie è diventata un fiore all’occhiello del nostro paese il merito è di magistrati come Nicola Gratteri anche se a sentir lui il merito è all’80% della polizia mentre sicuramente non lo è della politica.
Se ha un pregio Gratteri, è quello di dire sempre le cose che pensa, e mai per calcolo personale. Infatti, se riconosce come positive due azioni del governo come l’abolizione del patteggiamento in appello e l’aumento del sequestro e della confisca dei beni anche agli eredi dei mafiosi, sull’arresto dei boss si tira fuori dal coro di beatificazione del ministro Maroni: «Con gli arresti dell’ultimo anno – spiega – non c’entra nessun ministro. Alcuni arresti hano anche sei anni di indagini alle spalle». Anzi, chiede alla politica più risorse, più uomini. Soprattutto, chiede leggi più certe (quella che una volta veniva chiamata “certezza della pena”). E chiede leggi severe, concrete e uniformi non solo all’Italia, ma all’Europa, ancora troppo indietro nella legislazione antimafia.
Nell’ultimo anno il suo libro La malapianta è stato un successo che ha permesso di scoprire cosa è la ‘ndrangheta tra (falso) mito e (reale) pericolo, dalla Calabria in America, passando per il Nord e l’Europa intera. Un libro che ricorda Cose di Cosa nostra di Giovanni Falcone, per la forma, il suono delle parole, la fermezza dei giudizi che nascono dall’esperienza. Con il magistrato siciliano non sono poche le cose in comune: dall’approccio pratico ai problemi fino alla conoscenza “culturale” di mafiosi cresciuti nello stesso territorio, con lo stesso linguaggio, spesso fatto solo di sguardi e mezze parole. E quelle cose lì, non c’è univesità che le spieghi.
Da sempre distante dalla politica, Gratteri è simbolo di quella magistratura che non ha bisogno di appartenenze per far sentire il rumore dei propri passi, l’efficacia delle proprie azioni. E i numeri contro la ‘ndrangheta di questi anni parlano per lui.
Amante del suo orto, rifugio di pace e unico vero svago extra lavorativo, la vita di Gratteri, attualmente Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria, è blindata dal 1989, anno in cui gli venne assegnata la scorta. Nicola Gratteri è un galantuomo, come certi uomini di una volta, un magistrato vero che ama il suo lavoro, che ama la sua terra; una persona seria e perbene, orgoglio della nostra Italia che lotta contro le mafie. E per questo, per tutto questo, non può che essere lui il nostro "personaggio dell'anno".
da www.ffwebmagazine.it
Etichette:
'ndrangheta,
esempio,
Farefuturo,
Grattieri,
impegno,
legalità,
personaggio dell'anno
RIFORMIAMO
Si parla tanto in questi giorni di riforme di settori importanti e delicati quali il lavoro, il welfare, la sanità, la giustizia, addirittura della costituzione e quasi mai chi parla da indicazioni su come queste riforme andrebbero fatte.
E’ certo che i settori indicati sono tutti da riformare ma senza perdere di vista il bene comune, ci può anche stare un periodo lacrime e sangue per risanare il pubblico ma non è accettabile che il pubblico ceda completamente il passo al privato, pena una ovvia ricattabilità del pubblico da parte del privato…
In realtà, piaccia o no il mix di pubblico e privato, modello tutto italiano, degli anni sessanta portò un’importante crescita per il paese ed il grosso del debito pubblico è da ascrivere alla dissenatezza degli anni ’80 più che all’eccesso di pubblico nel mondo del lavoro degli anni precedenti.
Siamo onesti, in un mondo ideale (o anche solo mediamente pulito) non dovrebbe essere necessario sottrarre ai politici ciò che può farli cadere in tentazione di corruzione o di clientelarismo. Servizi e strutture gestiti dalla stato in concorrenza con il privato permetterebbeto di gestire il mercato e calmierare prezzi e tariffe evitando la possibilità della nascita di cartelli tra i soggetti privati. sarebbe molto più utile pensare ed applicare strumenti di legge adeguati a scoraggiare l’interesse privato nel pubblico.
Anche le regole sul lavoro sono da rivedere e, forse, da riscrivere o abrogare i contratti nazionali ma certamente non abolendo i diritti, legittimi, acquisiti per i lavoratori;
come disse Fini a Bastia umbra è davvero il caso di scrivere un nuovo patto tra capitale e lavoro magari partendo dall’assunto che l’uno non ha vita senza l’altro perchè il figlio legittimo dei due è il consumismo, cioè il mercato ed il mercato funziona solo se gira denaro per tenerlo vivo, cosa che non può succedere se il lavoro è sottopagato, squalificato e, sopratutto, poco.
Che il lavoro costi troppo in Italia alle aziende è un fatto innegabile ma la causa non è certo da ricercare nei salari percepiti dai lavoratori, troppo spesso insufficenti per le cose di cui sopra bensì nella la tassazione esosa per cui un lavoratore costa all’azienda circa il doppio di quanto percepisce.
E qui entriamo in un vicolo cieco in cui, se non si abbassano le tasse, i salari non possono crescere ed al tempo stesso calano i posti di lavoro.
Il problema non può essere risolto se non con una chiave globale, con una seria riforma del wellfare che tenga presenti le reali necessità del paese, le sue casse ma anche dei cittadini.
Ad esempio, pare evidente che il sistema pensionistico così come è concepito non può andare avanti, questo dovrebbe portare, prima o poi, all’inevitabile conclusione che le prossime generazioni lavoreranno (da precari) e verseranno contributi per pagare le pensioni ad anziani sempre più longevi con la speranza solo di poter percepire pensioni inadeguate quando toccherà a loro; ne deriva che la pensione non può più essere legata allo stipendio bensì dovrà garantire una minima base (adeguata) a tutti i cittadini che entreranno in pensione, uguale per tutti, senza privilegi, questo abbasserebbe radicalmente la spesa pensionistica e permetterebbe di abbassare notevolemente il prelievo contributivo sui salari, dando modo al lavoratore previdente di avviare piani di accumulo e/o pensioni integrative e comunque di avere una maggiore disponibilità economica che gli consentirebbe una qualità di vita migliore e una maggior liquidità da immettere sul mercato.
Credo sia anche ovvio che parlare di flessibilità quando l’alternativa al lavoro a tempo indeterminato è la precarietà faccia un po’ ridere, infatti si critica che all’estero il lavoro flessibile è pagato meglio che in Italia ma non si tiene conto che da noi la flessibilità è stata introdotta attraverso tipologie contrattuali vantaggiose unicamente per le aziende, infatti perchè io azienda dovrei assumere gente a tempo indeterminato quando queste forme contrattuali mi permettono di fare assunzioni a tempo determinato usufruendo di grandi facilitazioni economiche e fiscali risparmiando moltissimo a parità di incarico?
Chiaro che se il lavoro a tempo inderminato costa tantissimo io in quel modo non assumo e visto che l’altra forma mi consente di spendere molto di meno e che non esiste alcuna tutela del lavoro flessibile offro molto di meno al lavoratore, tanto il lavoro scarseggia ed è costretto ad accettare, se non lui un altro.
La prima cosa da fare, quindi, dovrebbe essere parificare il costo del lavoro, cioè in termini di tasse tutte le forme contrattuali devono avere lo stesso costo, anzi, semmai il flessibile, proprio per la sua incertezza, deve prevedere un costo maggiore, per esempio aggiungendo una quota di prelievo che permetta di creare un fondo per assicurare una remunerazione minima per, diciamo, i primi tre mesi dalla fine del contratto se non se ne trova subito un altro.
Il fisco dovrebbe prevedere una fascia di esenzione ed un’alquota unica di base uguale per tutti, spostando poi la tassazione diretta su quella indiretta, inserendo un prelievo direttamente sul costo del prodotto, come per i carburanti, con un’aliquota sempre più alta man mano che si entra nei beni di lusso. In questo modo la tassazione sarebbe a carico di chi consuma di più e di chiacquista prodotti costosi come automobili, seconde o terze case, gioielli e via dicendo…
Chiaro che ad una politica fiscale di questo genere dovrà essere associat0 il quoziente familiare per l’accesso ai servizi pubblici e aiuti specifici per le famiglie numerose ma, ancora una volta, in questo modo si premierà il risparmio e si penalizzerà chi spende tanto ed ha tanto.
Ecco, le riforme da fare sono tutte intrinsecamente legate tra loro, non possono probabilmente essere inserite gradualmente ma tutto il sistema deve essere riformato e, quando fosse tutto pronto, sovrapporlo al vecchio sistema. Questo è necessariamente un piano a venti o trent’anni, i cui primi frutti per le casse pubbliche si vedrebbero nel giro di qualche anno a causa della necessità di salvaguardare quanto ad oggi maturato da tutti.
Anche per portare avanti un progetto simile ci vorrebbe coraggio per via di scelte impopolari che difficilmente la politica sa prendere, scelt che, però, prima o poi sarà necessario fare, così come sarà necessario arrivare ad una sanità pubblica che fornisca una serie di servizi di base finanzianodoli attraverso un prelievo diretto minimo sui salari ed altri servizi in concorrenza con il privato, sarebbe anche opportuno tornare alle mutue private o avviarsi su un sistema misto che affidi parte dei servizi alle assicurazioni sul modello anglosassone.
Ed infine vorrei rivedere la strategia economica del paese, infatti mi domando spesso se siamo davvero un paese industriale, possiamo esserlo?
E a che prezzo?
O siamo un paese a prevalenza agricola?
Vista la conformazione del paese e la penuria di materie prime forse sarebbr il caso di ripensare un po’ questa strategia, infatti, a parte che lo svilupo industriale appare abbastanza incompatibile con la qualità di coltivazioni ed allevamento, c’è da tenere presenti le enormi potenzialità turistiche, culturali e vacanziere, sfruttate oggi solo in minima parte nel nostro paese…
Musei, siti archeologici, isole, montagne, migliaia di chilometri di coste ed un clima che consente il turismo di ogni tipo quasi tutto l’anno, una valorizzazione massimizzata di queste risorse porterebbe tantissimi posti di lavoro ed enormi introiti da questo mercato.
Al contrario abbiamo grossissimi problemi ad essere competitivi in certi settori industriali fondamentali. Valorizziamo ed aiutiamo il made in Italy, la nostra manifattura, il settore enologico, tutti quei settori o branche di mercato in cui il nostro export quasi non conosce flessioni ed abbandoniamo altri settori in cui siamo assolutamente marginali.
In conclusione, posto che le mie sono ipotesi da profano, scritte con il linguaggio dell’uomo della strada, ritengo che sia da riprogettare tutto il sistema Italia, con il coraggio necessario a fare scelte inzialmente impopolari ma necessarie che a lungo termine porterebbero ad una ridistribuzione di parte della ricchezza del paese, ora troppo accentrata su una parte minoritaria della popolazione, all’aumento dell’offerta di lavoro e aiutando al contempo le aziende, quelle aziende che decidano di operare secondo una nuova visione strategica del paese.
Se siamo costretti a buttare il latte o gli agrumi perchè l’europa ci impone quote troppo basse è inutile dare aiuti o incentivi ad allevatori ed agricoltori su questi prodotti, si cerchi di indirizzare invece le imprese verso prodotti maggiormente richiesti dal mercato.
di Massimo Zito
da "http://ereticamente.wordpress.com"
E’ certo che i settori indicati sono tutti da riformare ma senza perdere di vista il bene comune, ci può anche stare un periodo lacrime e sangue per risanare il pubblico ma non è accettabile che il pubblico ceda completamente il passo al privato, pena una ovvia ricattabilità del pubblico da parte del privato…
In realtà, piaccia o no il mix di pubblico e privato, modello tutto italiano, degli anni sessanta portò un’importante crescita per il paese ed il grosso del debito pubblico è da ascrivere alla dissenatezza degli anni ’80 più che all’eccesso di pubblico nel mondo del lavoro degli anni precedenti.
Siamo onesti, in un mondo ideale (o anche solo mediamente pulito) non dovrebbe essere necessario sottrarre ai politici ciò che può farli cadere in tentazione di corruzione o di clientelarismo. Servizi e strutture gestiti dalla stato in concorrenza con il privato permetterebbeto di gestire il mercato e calmierare prezzi e tariffe evitando la possibilità della nascita di cartelli tra i soggetti privati. sarebbe molto più utile pensare ed applicare strumenti di legge adeguati a scoraggiare l’interesse privato nel pubblico.
Anche le regole sul lavoro sono da rivedere e, forse, da riscrivere o abrogare i contratti nazionali ma certamente non abolendo i diritti, legittimi, acquisiti per i lavoratori;
come disse Fini a Bastia umbra è davvero il caso di scrivere un nuovo patto tra capitale e lavoro magari partendo dall’assunto che l’uno non ha vita senza l’altro perchè il figlio legittimo dei due è il consumismo, cioè il mercato ed il mercato funziona solo se gira denaro per tenerlo vivo, cosa che non può succedere se il lavoro è sottopagato, squalificato e, sopratutto, poco.
Che il lavoro costi troppo in Italia alle aziende è un fatto innegabile ma la causa non è certo da ricercare nei salari percepiti dai lavoratori, troppo spesso insufficenti per le cose di cui sopra bensì nella la tassazione esosa per cui un lavoratore costa all’azienda circa il doppio di quanto percepisce.
E qui entriamo in un vicolo cieco in cui, se non si abbassano le tasse, i salari non possono crescere ed al tempo stesso calano i posti di lavoro.
Il problema non può essere risolto se non con una chiave globale, con una seria riforma del wellfare che tenga presenti le reali necessità del paese, le sue casse ma anche dei cittadini.
Ad esempio, pare evidente che il sistema pensionistico così come è concepito non può andare avanti, questo dovrebbe portare, prima o poi, all’inevitabile conclusione che le prossime generazioni lavoreranno (da precari) e verseranno contributi per pagare le pensioni ad anziani sempre più longevi con la speranza solo di poter percepire pensioni inadeguate quando toccherà a loro; ne deriva che la pensione non può più essere legata allo stipendio bensì dovrà garantire una minima base (adeguata) a tutti i cittadini che entreranno in pensione, uguale per tutti, senza privilegi, questo abbasserebbe radicalmente la spesa pensionistica e permetterebbe di abbassare notevolemente il prelievo contributivo sui salari, dando modo al lavoratore previdente di avviare piani di accumulo e/o pensioni integrative e comunque di avere una maggiore disponibilità economica che gli consentirebbe una qualità di vita migliore e una maggior liquidità da immettere sul mercato.
Credo sia anche ovvio che parlare di flessibilità quando l’alternativa al lavoro a tempo indeterminato è la precarietà faccia un po’ ridere, infatti si critica che all’estero il lavoro flessibile è pagato meglio che in Italia ma non si tiene conto che da noi la flessibilità è stata introdotta attraverso tipologie contrattuali vantaggiose unicamente per le aziende, infatti perchè io azienda dovrei assumere gente a tempo indeterminato quando queste forme contrattuali mi permettono di fare assunzioni a tempo determinato usufruendo di grandi facilitazioni economiche e fiscali risparmiando moltissimo a parità di incarico?
Chiaro che se il lavoro a tempo inderminato costa tantissimo io in quel modo non assumo e visto che l’altra forma mi consente di spendere molto di meno e che non esiste alcuna tutela del lavoro flessibile offro molto di meno al lavoratore, tanto il lavoro scarseggia ed è costretto ad accettare, se non lui un altro.
La prima cosa da fare, quindi, dovrebbe essere parificare il costo del lavoro, cioè in termini di tasse tutte le forme contrattuali devono avere lo stesso costo, anzi, semmai il flessibile, proprio per la sua incertezza, deve prevedere un costo maggiore, per esempio aggiungendo una quota di prelievo che permetta di creare un fondo per assicurare una remunerazione minima per, diciamo, i primi tre mesi dalla fine del contratto se non se ne trova subito un altro.
Il fisco dovrebbe prevedere una fascia di esenzione ed un’alquota unica di base uguale per tutti, spostando poi la tassazione diretta su quella indiretta, inserendo un prelievo direttamente sul costo del prodotto, come per i carburanti, con un’aliquota sempre più alta man mano che si entra nei beni di lusso. In questo modo la tassazione sarebbe a carico di chi consuma di più e di chiacquista prodotti costosi come automobili, seconde o terze case, gioielli e via dicendo…
Chiaro che ad una politica fiscale di questo genere dovrà essere associat0 il quoziente familiare per l’accesso ai servizi pubblici e aiuti specifici per le famiglie numerose ma, ancora una volta, in questo modo si premierà il risparmio e si penalizzerà chi spende tanto ed ha tanto.
Ecco, le riforme da fare sono tutte intrinsecamente legate tra loro, non possono probabilmente essere inserite gradualmente ma tutto il sistema deve essere riformato e, quando fosse tutto pronto, sovrapporlo al vecchio sistema. Questo è necessariamente un piano a venti o trent’anni, i cui primi frutti per le casse pubbliche si vedrebbero nel giro di qualche anno a causa della necessità di salvaguardare quanto ad oggi maturato da tutti.
Anche per portare avanti un progetto simile ci vorrebbe coraggio per via di scelte impopolari che difficilmente la politica sa prendere, scelt che, però, prima o poi sarà necessario fare, così come sarà necessario arrivare ad una sanità pubblica che fornisca una serie di servizi di base finanzianodoli attraverso un prelievo diretto minimo sui salari ed altri servizi in concorrenza con il privato, sarebbe anche opportuno tornare alle mutue private o avviarsi su un sistema misto che affidi parte dei servizi alle assicurazioni sul modello anglosassone.
Ed infine vorrei rivedere la strategia economica del paese, infatti mi domando spesso se siamo davvero un paese industriale, possiamo esserlo?
E a che prezzo?
O siamo un paese a prevalenza agricola?
Vista la conformazione del paese e la penuria di materie prime forse sarebbr il caso di ripensare un po’ questa strategia, infatti, a parte che lo svilupo industriale appare abbastanza incompatibile con la qualità di coltivazioni ed allevamento, c’è da tenere presenti le enormi potenzialità turistiche, culturali e vacanziere, sfruttate oggi solo in minima parte nel nostro paese…
Musei, siti archeologici, isole, montagne, migliaia di chilometri di coste ed un clima che consente il turismo di ogni tipo quasi tutto l’anno, una valorizzazione massimizzata di queste risorse porterebbe tantissimi posti di lavoro ed enormi introiti da questo mercato.
Al contrario abbiamo grossissimi problemi ad essere competitivi in certi settori industriali fondamentali. Valorizziamo ed aiutiamo il made in Italy, la nostra manifattura, il settore enologico, tutti quei settori o branche di mercato in cui il nostro export quasi non conosce flessioni ed abbandoniamo altri settori in cui siamo assolutamente marginali.
In conclusione, posto che le mie sono ipotesi da profano, scritte con il linguaggio dell’uomo della strada, ritengo che sia da riprogettare tutto il sistema Italia, con il coraggio necessario a fare scelte inzialmente impopolari ma necessarie che a lungo termine porterebbero ad una ridistribuzione di parte della ricchezza del paese, ora troppo accentrata su una parte minoritaria della popolazione, all’aumento dell’offerta di lavoro e aiutando al contempo le aziende, quelle aziende che decidano di operare secondo una nuova visione strategica del paese.
Se siamo costretti a buttare il latte o gli agrumi perchè l’europa ci impone quote troppo basse è inutile dare aiuti o incentivi ad allevatori ed agricoltori su questi prodotti, si cerchi di indirizzare invece le imprese verso prodotti maggiormente richiesti dal mercato.
di Massimo Zito
Etichette:
agricoltura,
Fini,
fisco,
flessibilità,
Fli,
Futuro e Libertà,
Generazione Giovani,
Generazione Italia,
lavoro,
pensioni,
riforme
UN PENSIERO SULLA LAICITA'
Interessante il dibattito che in rete ha coinvolto le anime di Futuro e Libertà. Nonostante il torpore politico natalizio, e le comiche del fido Belpietro (figuriamoci se commento) il dibattito si è però accentuato quanto alla posizione futura di FLI sui temi etici, e riguardanti la libertà individuale della persona.
Sia Libertiamo che Fare Futuro che Area Nazionale hanno pubblicato diverse opinioni riguardo alla visione di laicità e il collocamento di FLI in questo contesto. Devo dire che personalmente trovo entrambe le discussioni condivisibili anche se la mia posizione è più vicina a quella espressa da alcuni parlamentari FLI, i quali hanno si riaffermato il sacrosanto principio alla laicità, ma ribadendo che questa non può non considerare quella che è la cultura cristiana di un popolo, non solo italiano, ma europeo.
Ed è giusto. E lo è perché essere laico è un dovere di uno stato liberale, laicità significa neutralità, rispetto delle diversità e giustizia sociale. Laicità è sinonimo di libertà, uno stato liberale ha il compito di occuparsi della sua comunità, tutta, ma non può mai scendere a legiferare su ciò che è la singola libertà dell’individuo. Su scelte del tutto personali che riguardano esclusivamente chi si ritroverà a dover prendere.
Un partito laico, si chiede, deve rappresentare tutti, indifferentemente dal credo religioso o orientamento sessuale. Questo mi trova d’accordo, perché è solo in questo modo che un partito è realmente libero e liberale, democratico e partecipativo. Ma la laicità non può prescindere da quella che è la cultura, la storia e la tradizione di una comunità. Certo è che non può lasciarsi influenzare, ma neanche non può non tenerne conto. Essere laici non significa discriminare la propria cultura per favorirne un’altra. Anche perché riconoscersi nella cultura cristiana va ben oltre l’appartenza o meno alla Chiesa cattolica. E non possiamo neanche appellarci alla laicità per eventuali dissidi verso la Chiesa intesa come Istituzione.
Fermo restando però il totale rispetto per tutte le posizioni, e ribadendo che sono sinceramente contento di questa dialettica aperta e costruttiva, io suggerisco una soluzione, semplice ed estremamente laica.
Un partito liberale, dicevamo, non può avere una linea politica delineata su ciò che concerne prettamente la libertà dell’individuo di decidere per se stesso. Perché ogni individuo ha proprie sensibilità e convinzioni e deve essere lasciato libero di poterle esprimere. Quindi, a mio avviso sarebbe doveroso lasciare libertà di voto sulla bioetica e tutto ciò che riguarda la libera scelta di un individuo per ciò che riguarda esclusivamente la propria persona.
di Adriano Falanga
Sia Libertiamo che Fare Futuro che Area Nazionale hanno pubblicato diverse opinioni riguardo alla visione di laicità e il collocamento di FLI in questo contesto. Devo dire che personalmente trovo entrambe le discussioni condivisibili anche se la mia posizione è più vicina a quella espressa da alcuni parlamentari FLI, i quali hanno si riaffermato il sacrosanto principio alla laicità, ma ribadendo che questa non può non considerare quella che è la cultura cristiana di un popolo, non solo italiano, ma europeo.
Ed è giusto. E lo è perché essere laico è un dovere di uno stato liberale, laicità significa neutralità, rispetto delle diversità e giustizia sociale. Laicità è sinonimo di libertà, uno stato liberale ha il compito di occuparsi della sua comunità, tutta, ma non può mai scendere a legiferare su ciò che è la singola libertà dell’individuo. Su scelte del tutto personali che riguardano esclusivamente chi si ritroverà a dover prendere.
Un partito laico, si chiede, deve rappresentare tutti, indifferentemente dal credo religioso o orientamento sessuale. Questo mi trova d’accordo, perché è solo in questo modo che un partito è realmente libero e liberale, democratico e partecipativo. Ma la laicità non può prescindere da quella che è la cultura, la storia e la tradizione di una comunità. Certo è che non può lasciarsi influenzare, ma neanche non può non tenerne conto. Essere laici non significa discriminare la propria cultura per favorirne un’altra. Anche perché riconoscersi nella cultura cristiana va ben oltre l’appartenza o meno alla Chiesa cattolica. E non possiamo neanche appellarci alla laicità per eventuali dissidi verso la Chiesa intesa come Istituzione.
Fermo restando però il totale rispetto per tutte le posizioni, e ribadendo che sono sinceramente contento di questa dialettica aperta e costruttiva, io suggerisco una soluzione, semplice ed estremamente laica.
Un partito liberale, dicevamo, non può avere una linea politica delineata su ciò che concerne prettamente la libertà dell’individuo di decidere per se stesso. Perché ogni individuo ha proprie sensibilità e convinzioni e deve essere lasciato libero di poterle esprimere. Quindi, a mio avviso sarebbe doveroso lasciare libertà di voto sulla bioetica e tutto ciò che riguarda la libera scelta di un individuo per ciò che riguarda esclusivamente la propria persona.
di Adriano Falanga
Etichette:
Adriano Falanga,
Area Nazionale,
Chiesa,
Fli,
Futuro e Libertà,
Generazione Giovani,
Generazione Italia,
laicità,
Libertà,
Libertiamo,
partito liberale
DI PIETRO ALLA DERIVA
Ora sarebbe facile maramaldeggiare con frizzanti motti di scherno sull’uomo il cui nome campeggiava un tempo sulle turrite mura dei centri storici come su quelle più umili dei pubblici vespasiani.
Ma la parabola di Tonino di Pietro, ex-magistrato raddrizzatore di italici torti e novello Messia della legalità umiliata ed offesa, molto ha agevolato questa sorta di contrappasso verbale.
Ad iniziare dalla scelta, non esattamente lungimirante, di giocare la carta della facile demagogia giustizialista per incassare i dividendi politici di cotanto uffizio. Senonchè ammoniva quella vecchia volpe di Pietro Nenni, politico di altri tempi ed altra fibra: “C’è sempre qualcuno più puro che ti epura”.Esattamente quanto sembra avvenire in queste ultime settimane con il nostro che rischia di subire la fine, solo simbolica per fortuna, dell’illustre Robespierre, suo inconfessato mentore e fonte di ispirazione.
Uno dei maggiori errori dell’impresa “Italia dei Valori” è consistito nell’improvvisato e catastrofico processo di costruzione del gruppo dirigente da affiancare al leader carismatico. Molti tra i reclutati hanno, infatti, utilizzato il partito come una ribalta salvo non resistere alle lusinghe provenienti da altre ed importanti sirene.
Singolare il fatto che la sopravvivenza stessa dell’Esecutivo Berlusconi sia dipesa anche ed in gran parte dal voto a lui favorevole di due dei transfughi: gli oramai arcinoti Onorevoli Razzi e Scilipoti. Un colpo devastante, forse ancor più di quello subito dal neonato schieramento finiano.
Come non bastasse, l’ammutinamento che covava da mesi si sta consumando per mano di un ex-sodale del più famoso PM italiano: quel Luigi de Magistris assurto ad icona dell’eroica lotta contro una nuova ed ennesima tangentopoli nazionale. Un film già visto, insomma, ma che conosce un numero interminabile di repliche sui palcoscenici televisivi e non della nave Italia. L’intenzione di esautorare il patriarca molisano è forte e la lotta, congelata per breve periodo, divamperà al calor bianco con le conseguenze che un po’ tutti possono immaginare.
Lo scenario di un’implosione della quarta forza elettorale nazionale diventa, quindi, sempre più probabile.
Peraltro, fiutata, da consumato showman, la incipiente caduta del compagno di invettive, anche il buon Beppe Grillo mercé la sua creatura, il “Movimento 5 Stelle” si prepara a svuotare i forzieri dipietristi dei consensi predati in anni di fruttuosa attività corsara a spese di un’opposizione piuttosto maldestra ed inconsistente.
Si sa, in politica non c’è posto per la riconoscenza e la gratitudine, soprattutto nei momenti in cui la sorte è meno benigna.
Attaccato su più fronti, il tribuno di Montenero ha tentato una sortita proponendo un patto di pacificazione fra lui stesso, il PD e Vendola con risultati tuttora interlocutori. Probabilmente la mossa non basterà a rinsaldare la leadership del piccolo timoniere: chi evoca il patibolo (politico) finisce quasi sempre per scavarsi la fossa. Esito fatale per chi fa il moralista in un paese senza morale.
Ma la parabola di Tonino di Pietro, ex-magistrato raddrizzatore di italici torti e novello Messia della legalità umiliata ed offesa, molto ha agevolato questa sorta di contrappasso verbale.
Ad iniziare dalla scelta, non esattamente lungimirante, di giocare la carta della facile demagogia giustizialista per incassare i dividendi politici di cotanto uffizio. Senonchè ammoniva quella vecchia volpe di Pietro Nenni, politico di altri tempi ed altra fibra: “C’è sempre qualcuno più puro che ti epura”.Esattamente quanto sembra avvenire in queste ultime settimane con il nostro che rischia di subire la fine, solo simbolica per fortuna, dell’illustre Robespierre, suo inconfessato mentore e fonte di ispirazione.
Uno dei maggiori errori dell’impresa “Italia dei Valori” è consistito nell’improvvisato e catastrofico processo di costruzione del gruppo dirigente da affiancare al leader carismatico. Molti tra i reclutati hanno, infatti, utilizzato il partito come una ribalta salvo non resistere alle lusinghe provenienti da altre ed importanti sirene.
Singolare il fatto che la sopravvivenza stessa dell’Esecutivo Berlusconi sia dipesa anche ed in gran parte dal voto a lui favorevole di due dei transfughi: gli oramai arcinoti Onorevoli Razzi e Scilipoti. Un colpo devastante, forse ancor più di quello subito dal neonato schieramento finiano.
Come non bastasse, l’ammutinamento che covava da mesi si sta consumando per mano di un ex-sodale del più famoso PM italiano: quel Luigi de Magistris assurto ad icona dell’eroica lotta contro una nuova ed ennesima tangentopoli nazionale. Un film già visto, insomma, ma che conosce un numero interminabile di repliche sui palcoscenici televisivi e non della nave Italia. L’intenzione di esautorare il patriarca molisano è forte e la lotta, congelata per breve periodo, divamperà al calor bianco con le conseguenze che un po’ tutti possono immaginare.
Lo scenario di un’implosione della quarta forza elettorale nazionale diventa, quindi, sempre più probabile.
Peraltro, fiutata, da consumato showman, la incipiente caduta del compagno di invettive, anche il buon Beppe Grillo mercé la sua creatura, il “Movimento 5 Stelle” si prepara a svuotare i forzieri dipietristi dei consensi predati in anni di fruttuosa attività corsara a spese di un’opposizione piuttosto maldestra ed inconsistente.
Si sa, in politica non c’è posto per la riconoscenza e la gratitudine, soprattutto nei momenti in cui la sorte è meno benigna.
Attaccato su più fronti, il tribuno di Montenero ha tentato una sortita proponendo un patto di pacificazione fra lui stesso, il PD e Vendola con risultati tuttora interlocutori. Probabilmente la mossa non basterà a rinsaldare la leadership del piccolo timoniere: chi evoca il patibolo (politico) finisce quasi sempre per scavarsi la fossa. Esito fatale per chi fa il moralista in un paese senza morale.
di Salvatore Antonaci
da "www.neolib.eu"
Etichette:
De Magistris,
Di Pietro,
Grillo,
Italia dei Valori,
Movimento 5 Stelle,
Pd,
Sonia Alfano,
Vendola
FLI? UN PARTITO LAICO, NON LAICISTA
Caro Direttore,
Futuro e Libertà non è ancora un partito e, tuttavia, già viene testato, valutato, criticato, contestato come se fosse tale, e, soprattutto, come se fosse già delineato il suo profilo identitario. Vale per il posizionamento politico, vale per l’impianto valoriale. Nonostante la ribadita collocazione all’interno dell’area di centrodestra e il consequenziale ancoraggio, culturale e politico, al Ppe, la vocazione laica, da destra europea di Fli, è stata semplicisticamente tacciata di laicismo. Sicchè, è utile qualche puntualizzazione, al fine di alimentare un dibattito fondato sul giudizio e non sul pregiudizio. Noi riteniamo che Futuro e Libertà, nel rispetto delle sue diverse anime, abbia l’ambizione di interpretare nella modernità i valori cattolici di cui è intrisa la nostra comune identità nazionale.
Valori che rimandano alla centralità della persona, al sentimento di solidarietà, al senso di accoglienza e di apertura verso l’altro, alla ricerca dell’incontro tra scienza e fede per il diritto alla vita. D’altra parte è il nostro stesso Manifesto ad auspicare un’Italia “civile, generosa, tollerante e accogliente”, “che promuova la legalità”, “un’Italia solidale, attenta ai più deboli e agli anziani, fondata sulla sussidiarietà, che valorizzi l’associazionismo e il volontariato”, “rispettosa della dignità di ogni persona, cosciente della funzione educativa e sociale della famiglia”. Si tratta di un patrimonio di valori che ha nella fede cristiana un solido ancoraggio come ha riconosciuto lo stesso Gianfranco Fini a Bastia Umbra, sottolineando “il ruolo fondamentale che ha nella società occidentale la religiosità e in quella italiana l’insegnamento di Santa romana chiesa”.
Siamo consapevoli, tuttavia, che l’esposizione mediatica rischia di fare apparire come cultura prevalente posizioni legittime ma non ampiamente condivise. Noi riteniamo che il giusto richiamo alla laicità dello Stato debba evitare il rischio di scivolare nel fondamentalismo laicista, a partire dal tentativo di estendere l’istituto giuridico del matrimonio alle coppie omosessuali; come solennemente affermato da Benedetto XVI, ogni bambino ha diritto a un padre e ad una madre. Dobbiamo essere vigili rispetto alle trappole del relativismo etico, un fenomeno figlio anche di quell’immaturità che l’Europa dimostrò quando decise di omettere ogni riferimento alle comuni radici giudaico-cristiane nei lavori della Convenzione Europea, nonostante gli sforzi compiuti in tal senso da Gianfranco Fini.
Difendere le nostre radici vuol dire difendere la nostra cultura, i diritti civili e il grado di libertà di cui godiamo. Risuonano in questo senso chiarissime le parole che pronunciò uno dei padri dell'Europa moderna, Robert Schumann. «La democrazia deve la sua origine e il suo sviluppo al cristianesimo. E’ nata quando l’uomo è stato chiamato a realizzare la dignità della persona nella libertà individuale, il rispetto dei diritti degli altri e l’amore verso il prossimo. Prima dell’annuncio cristiano tali principi non erano stati formulati, né erano mai divenuti la base spirituale di un sistema di autorità». Negare questo presupposto vorrebbe dire costringere la nostra società al declino e alla progressiva cancellazione.
In tal senso, è necessario riflettere sul richiamo del cardinale Angelo Bagnasco, a proposito del “lento suidicio demografico” a cui sta andando incontro l’Italia. Un’emergenza che richiede innanzi tutto politiche per la natalità e la famiglia, ma che non può prescindere dal misurarsi con il tema della cittadinanza ai figli degli immigrati nati sul suolo italiano. Una scelta di buonsenso per i “nuovi italiani”, capaci di sentire davvero l’Italia come la propria patria e di vivere fino in fondo l’orgoglio della loro appartenenza, come da tempo non sanno più fare i “vecchi italiani”, anche perché vittime di movimenti e culture che evocano i valori cattolici e praticano l’egoismo e la discriminazione.
Lettera pubblicata sul Corriere della Sera sottoscritta da Antonio Buonfiglio, Roberto Menia, Andrea Ronchi, Pasquale Viespoli, Roberto Rosso, Daniele Toto, Giuseppe Scalia, Angelo Pollina.
Etichette:
Area Nazionale,
Buonfiglio,
Di Biagio,
Fli,
Fli liberali e laici,
Futuro e Libertà,
laicità,
Menia,
Pollina,
Ronchi,
Rosso,
Scalia,
Toto,
Viespoli
QUELLI CHE I TAGLI LINEARI NO, E CHE COSA TAGLIARE SI VEDRA'
Politica significa scegliere: dove tagliare, dove investire. Se non si hanno in mente le priorità, le strategie, le prospettive si finisce con il fare un po’ come Tremonti, tagliare un tanto al chilo. A tutti, indistintamente. Chediolobenedica il tributarista valtellinese, ché tagliare indiscriminatamente è sempre meglio che non tagliare affatto.
Ora, uno può ragionevolmente obiettare, come ha fatto Pierferdinando Casini nell’ultimo Porta a Porta pre-natalizio, che la spesa in istruzione o in sicurezza non può esser messa sullo stesso piano di altre (tipo? Boh!), e che se tagliare è necessario, doveroso è distinguere. Le province, ad esempio: non servono, costano. Tagliarle oltretutto non significa eliminarne le funzioni, semmai re-distribuirle. C’è il personale, certo, e quello non può essere eliminato. Può tuttavia essere re-impiegato. Il risparmio non sarà immediato ma sarà costante e progressivo. Dunque, tagliarle è bene ma non risolutivo. Ebbene, dove intervenire, allora?
La questione viene sottoposta al leader dell’Udc da Paolo Mieli, anch’egli con il Ministro Maroni, ospite di Bruno Vespa. Cosa taglierebbe lei, Presidente Casini? Non l’avesse mai chiesto. L’uomo-centro ha come un moto di stizza, di irritazione addirittura per un sì trasgressivo interrogativo. Come se non fosse affatto compito suo – leader di una formazione che, attualmente all’opposizione s’immagina un giorno titolata ad assumere la guida del paese – indicare le priorità, ovvero le scelte politiche sulle cose da tagliare, oltre a quelle (assai più agevoli da elencare) per le quali spendere. In fondo, è questo che sono le opposizioni in tutte le democrazie dell’universo: una visione, un progetto, una gerarchia di priorità alternativi a quelli praticati dalla maggioranza. Casini invece quella visione, quel progetto, quella gerarchia di priorità alternativi ai tagli lineari praticati da Tremonti non solo non ritiene di doverle articolare ma lascia addirittura intendere di non averle in alcun modo nemmeno concepite, almeno allo stato attuale, non trovandosi lui, appunto, al posto del ministro.
Ma se non ora, caro Casini, quando? In campagna elettorale – replica candidamente il presidente dell’Udc nonché leader del Polo degli Italiani (o della Nazione o come accidenti lo si chiamerà). E questo non ci tranquillizza affatto. In due anni e passa di crisi sistemica globale, di stravolgimento epocale del rapporto debito/sovranità, di scelte governative tranchant quanto ci pare ma pur sempre legittime e, in ultima analisi, responsabili (nei confronti degli elettori, quanto meno); in un periodo istituzionalmente sensibile e politicamente frizzante con un governo in bilico ed una maggioranza frufru, ci si attenderebbe dall’opposizione – da quella responsabile, appunto, non dal velleitario anti-berlusconismo ideologico – una maturità progettuale all’altezza dell’alternativa. E invece?
E invece notiamo come si reiteri nel dagli al Tremonti, nella prassi vanagloriosa della strizzatina d’occhio aquesto o a quello quando questo o quello sono oggi gli studenti, domani i poliziotti e dopodomani chi? Gli statali, gli agricoltori, i magistrati, i pm, gli spioni, gli operai della Fiat, i giornali sussidiati, la cultura, l’agricoltura, gli ambientalisti, le comunità montane, gli enti pubblici? Suvvia, un po’ di serietà. La serietà premia. L’inganno no.
La spesa pubblica va completamente ri-conpecita, ri-classificata, ri-pensata da cima a fondo. Qui non si tratta affatto di rispondere ad una necessità contingente e gravosa – che pure c’è. Qui si tratta di fare quello che Casini ed accoliti contestano a Berlusconi ed al suo granitico tutore economico: l’assenza di scelte politiche. Quelle che ha fatto la Merkel – di cui Casini è sommo estimatore – che ha fatto Cameron – di cui l’aspirante nuova destra europea made in Italy non manca occasione di tessere le lodi. Quelle scelte che però il nascente Terzo Polo sembra invece ritenere non essere affare suo concettualizzare.
Per inciso: gran parte della spesa improduttiva è ascrivibile alla politica.
I rimborsi elettorali ai partiti, gli onorari irrazionalmente smisurati degli eletti – ai vari livelli di governo. Di più: è l’estensione – smisurata – dei livelli di rappresentanza, dai consigli di zona ai consigli di amministrazione. Disboscare, razionalizzare, falcidiare l’improduttiva intermediazione politica non è solo una necessità che, economicamente parlando, grida vendetta. È il modo – il più lungimirante, il più efficace, l’unico – di restituire forza e credibilità alla democrazia di cui a gran voce si lamenta la vulnerabilità.
Il Polo degli Italiani ha una gran bella e promettente missione davanti a sé. Questa. Il resto sono chiacchiere. E con le chiacchiere più lontano del salotto tv non si va.
Ora, uno può ragionevolmente obiettare, come ha fatto Pierferdinando Casini nell’ultimo Porta a Porta pre-natalizio, che la spesa in istruzione o in sicurezza non può esser messa sullo stesso piano di altre (tipo? Boh!), e che se tagliare è necessario, doveroso è distinguere. Le province, ad esempio: non servono, costano. Tagliarle oltretutto non significa eliminarne le funzioni, semmai re-distribuirle. C’è il personale, certo, e quello non può essere eliminato. Può tuttavia essere re-impiegato. Il risparmio non sarà immediato ma sarà costante e progressivo. Dunque, tagliarle è bene ma non risolutivo. Ebbene, dove intervenire, allora?
La questione viene sottoposta al leader dell’Udc da Paolo Mieli, anch’egli con il Ministro Maroni, ospite di Bruno Vespa. Cosa taglierebbe lei, Presidente Casini? Non l’avesse mai chiesto. L’uomo-centro ha come un moto di stizza, di irritazione addirittura per un sì trasgressivo interrogativo. Come se non fosse affatto compito suo – leader di una formazione che, attualmente all’opposizione s’immagina un giorno titolata ad assumere la guida del paese – indicare le priorità, ovvero le scelte politiche sulle cose da tagliare, oltre a quelle (assai più agevoli da elencare) per le quali spendere. In fondo, è questo che sono le opposizioni in tutte le democrazie dell’universo: una visione, un progetto, una gerarchia di priorità alternativi a quelli praticati dalla maggioranza. Casini invece quella visione, quel progetto, quella gerarchia di priorità alternativi ai tagli lineari praticati da Tremonti non solo non ritiene di doverle articolare ma lascia addirittura intendere di non averle in alcun modo nemmeno concepite, almeno allo stato attuale, non trovandosi lui, appunto, al posto del ministro.
Ma se non ora, caro Casini, quando? In campagna elettorale – replica candidamente il presidente dell’Udc nonché leader del Polo degli Italiani (o della Nazione o come accidenti lo si chiamerà). E questo non ci tranquillizza affatto. In due anni e passa di crisi sistemica globale, di stravolgimento epocale del rapporto debito/sovranità, di scelte governative tranchant quanto ci pare ma pur sempre legittime e, in ultima analisi, responsabili (nei confronti degli elettori, quanto meno); in un periodo istituzionalmente sensibile e politicamente frizzante con un governo in bilico ed una maggioranza frufru, ci si attenderebbe dall’opposizione – da quella responsabile, appunto, non dal velleitario anti-berlusconismo ideologico – una maturità progettuale all’altezza dell’alternativa. E invece?
E invece notiamo come si reiteri nel dagli al Tremonti, nella prassi vanagloriosa della strizzatina d’occhio aquesto o a quello quando questo o quello sono oggi gli studenti, domani i poliziotti e dopodomani chi? Gli statali, gli agricoltori, i magistrati, i pm, gli spioni, gli operai della Fiat, i giornali sussidiati, la cultura, l’agricoltura, gli ambientalisti, le comunità montane, gli enti pubblici? Suvvia, un po’ di serietà. La serietà premia. L’inganno no.
La spesa pubblica va completamente ri-conpecita, ri-classificata, ri-pensata da cima a fondo. Qui non si tratta affatto di rispondere ad una necessità contingente e gravosa – che pure c’è. Qui si tratta di fare quello che Casini ed accoliti contestano a Berlusconi ed al suo granitico tutore economico: l’assenza di scelte politiche. Quelle che ha fatto la Merkel – di cui Casini è sommo estimatore – che ha fatto Cameron – di cui l’aspirante nuova destra europea made in Italy non manca occasione di tessere le lodi. Quelle scelte che però il nascente Terzo Polo sembra invece ritenere non essere affare suo concettualizzare.
Per inciso: gran parte della spesa improduttiva è ascrivibile alla politica.
I rimborsi elettorali ai partiti, gli onorari irrazionalmente smisurati degli eletti – ai vari livelli di governo. Di più: è l’estensione – smisurata – dei livelli di rappresentanza, dai consigli di zona ai consigli di amministrazione. Disboscare, razionalizzare, falcidiare l’improduttiva intermediazione politica non è solo una necessità che, economicamente parlando, grida vendetta. È il modo – il più lungimirante, il più efficace, l’unico – di restituire forza e credibilità alla democrazia di cui a gran voce si lamenta la vulnerabilità.
Il Polo degli Italiani ha una gran bella e promettente missione davanti a sé. Questa. Il resto sono chiacchiere. E con le chiacchiere più lontano del salotto tv non si va.
di Simona Bonfante
da www.libertiamo.it
Etichette:
Berlusconi,
Casini,
Fli,
Futuro e Libertà,
Libertiamo,
Merkel,
politica economica,
spesa,
tagli
lunedì 27 dicembre 2010
COMUNICATO SULLA RIPARAZIONE DELLA FONTANA DI VIA DEI FURII A COCCIANO
Sono lieto che dopo giorni di attesa, la parte vecchia del quartiere di Cocciano, in particolare via dei Furii, la strada in discesa che porta verso Piazza Decumio congiungendola con Piazza Quinto Sulpicio, abbia visto restituita alla normale funzionalità la piccola fontana.
Perché va bene che siamo in giornate in cui sono protagoniste, a Frascati come in tante piazze italiane le piste di pattinaggio, ma a Cocciano “di fontane che danno … acqua … su strada” parafrasando la strofa di un classico stornello romano, non se ne sentiva il bisogno, visto che il risultato è stato uno sperpero intollerabile di un bene prezioso come l’acqua, che ha allagato parte della strada, due venerdì fa, ad esempio, la gelata ha reso pericolosissimo il transito della popolazione del quartiere, per lo più anziana.
Ringraziamo l’Acea Ato2 per la risoluzione del problema ed il Comune che siamo sicuri si sia attivato per risolvere il guasto, che ci auguriamo nel futuro non si verifichi di nuovo e che soprattutto, nel caso, si risolva in tempi rapidi, per evitare che i cittadini si rivolgano a me od ad altri per fare in modo che la vicenda esca dall’ambito locale e che abbia un eco anche su media per velocizzare l’iter dell’assistenza, con il risultato di una pubblicità negativa per il nostro quartiere e la nostra città.
E lo dico da cittadino del quartiere di Cocciano e non da Responsabile del Circolo di Generazione Italia cittadino, pur ribadendo che rimango, assieme agli altri componenti del Circolo che rappresento, comunque, sempre a disposizione della popolazione dei quartieri periferici come del centro di Frascati, quale interlocutore per ascoltare e sensibilizzare le autorità e portare proposte concrete per risolvere i problemi dei cittadini.
Nicola Gallo
Responsabile Circolo Territoriale Generazione Italia verso Futuro e Libertà di Frascati
Responsabile Circolo Territoriale Generazione Italia verso Futuro e Libertà di Frascati
Etichette:
Acea Ato2,
Cocciano,
Comune,
Fontana,
Frascati,
Generazione Italia Frascati,
Nicola Gallo,
Piazza Decumio,
Piazza Quinto Sulpicio,
Via dei Furii
domenica 26 dicembre 2010
HO FATTO UN SOGNO
Ho fatto un sogno. Ho sognato che ero ferma in una stazione, seduta su una panchina a fumare. Ero lì da tanto tempo. Un tempo dilatato e incomprensibile. Fumavo, e guardavo la gente passare, prendere treni e partire. E io stavo lì. Con le mie sigarette e un giornale. In questo tempo dilatato e vuoto c’è stato un momento che una voce ha annunciato l’arrivo di un treno. Era un treno nuovo, si chiamava Futuro. Ho gettato via la sigaretta e ho fatto una corsa impazzita per non perdere quel treno. Sono salita sudata fradicia, mi sono guardata attorno. Eravamo pochi, e sconosciuti, ma tutti con lo stesso sguardo pieno di stupore e la stessa domanda stampata sul viso. “Anche tu sei qui per questo?” E anche la risposta stampata era per tutti la stessa “Si, sono anch’io qui per questo”. Il treno è partito e si è fermato in mille stazioni, dove sono salite migliaia di persone. Tutte sempre con la stessa domanda e la stessa risposta stampate sul viso. E quello sguardo di stupore.
Quel treno poi ha cominciato a correre, sempre più forte, sempre più forte e si è fermato per un po’ in un piccolo paesino dell’Emilia Romagna. Quelli che erano con me sul treno, il giorno prima di ripartire hanno pianto assieme di gioia, perché quel giorno hanno sentito di essere saliti sul treno giusto. Poi quel treno è ripartito di nuovo, e ha iniziato un’altra folle corsa fino a fermarsi ancora un po’ in un altro piccolo paesino dell’Umbria. Noi viaggiatori eravamo tutti lì. Poi, quel treno che molti non avevano visto passare l’hanno finalmente visto. E allora in tanti ci sono saliti, e in tanti ci volevano salire. Alcuni ancora aspettano.
E molti di quelli che sono saliti dopo, li abbiamo subito riconosciuti, perché non avevano quella domanda stampata in faccia, e nemmeno quella risposta. Li abbiamo riconosciuti subito. Perché non si sono seduti con noi. Sono andati in prima classe. Li abbiamo riconosciuti subito perché sono andati a dire al capotreno che era meglio girare, era meglio far salire anche chi non aveva pagato il biglietto, era meglio aggiungere altre due o tre carrozze di prima classe e semmai sganciarne un paio di seconda. Ma i viaggiatori di seconda hanno resistito, con la loro risposta stampata sulla faccia, e non hanno permesso che venissero sganciate le carrozze di seconda. I viaggiatori con passere del tempo anche litigato tra loro, per la fatica del viaggio, e perché stare sempre assieme sullo stesso treno non è certo facile. Ma i viaggiatori non sono persone che stanno sedute a dormire sul quel treno. Lo stanno dipingendo, lo stanno colorando, stanno sudando per costruire altre carrozze e per poter far salire altra gente, preparano da mangiare perché il vagone ristorante non c’è.
Ora quel treno, pieno di persone che come me stavano su una panchina ad aspettare, sono diventati compagni di viaggio. Ma non solo del viaggio di quel treno. Alcuni sono diventati anche compagni di vita. Ora quei viaggiatori, che in questi giorni si stanno riposando, chiedono solo una cosa al capotreno e ai controllori: portateci dove avete promesso di portarci, destinazione Futuro. Non fateci tornare a sedere su una panchina, a guardare il mondo che gira, viaggia e va senza sapere dove.
Ho fatto un sogno e voglio continuare a sognare. Nel mio sogno, non si arretrava, non ci si fermava, non si deviava, non si prendevano scorciatoie. Nel mio sogno non c’erano altre destinazioni
Solo una: destinazione Futuro.
Voglio continuare a viaggiare.
Buon viaggio.
Serenella
Etichette:
Fli,
futuro,
Futuro e Libertà,
Serenella Accorsi,
treno,
viaggio
TERZO POLO ? SERVE PIU' AMBIZIONE, DA SUBITO
Modesta proposta: smettiamo di chiamarlo Terzo Polo. La sola e banale semplificazione degli schematismi partitocratici potrebbe infatti fare danni enormi al sistema-Italia. Chi vorrebbe costringere il cambiamento dentro una sigla, sia pure il Terzo Polo, in realtà, dimostrerebbe soltanto un progetto di cortissimo respiro. Guai infatti a cadere in logiche di tipo "terzista". Sarebbe forse fatale. Quello che Gianfranco Fini ha invece sempre sostenuto di voler costruire non è un Terzo Polo, idea di per sé vetusta e limitata, ma una nuova area politica e di governo tesa al rinnovamento del quadro politico italiano. Fini e i parlamentari finiani hanno infatti sempre detto di voler lavorare alla nascita di un soggetto politico riformatore, repubblicano, laico, legalitario e libertario che andasse al di là delle vecchie posizioni di destra, di centro o di sinistra. Il presidente della Camera, in questi ultimi mesi, ha sempre parlato a tutti i cittadini, a tutti gli italiani, agli immigrati, al di là della provenienza di parte o di partito. Fini si è sempre rivolto, non a caso, almeno da due anni, a un elettorato vasto e diverso, senza badare se le sue proposte fossero in quanto tali di destra o di sinistra, ma badando bene al rinnovamento politico e culturale da imprimere in una società ormai sfiduciata, amareggiata e disillusa dall’egemonia dell’antipolitica. E, da questo punto di vista, abbracciare l’idea di un Terzo Polo di per sé minoritario rispetto agli altri due schieramenti sarebbe la rinuncia a quella impostazione riformatrice. Perciò, chi in questi giorni parla della nascita di un Terzo Polo, purtroppo, tende soltanto a mantenere ben stabile al potere l’attuale status quo. Fini ha, oggi, l’occasione di riprendere in mano il bandolo della matassa rilanciando la riforma della legge elettorale in senso uninominale e maggioritario, magari sul modello semipresidenziale alla francese, come lui stesso ha più volte proposto.
Del resto, parliamoci chiaramente: se non si riuscirà a realizzare una fase di processo costituente d’ordine liberale e riformatore, cioè un progetto politico "altro" rispetto al disastro del potere telecratico e illiberale, anche se ora o domani l’asse del potere si spostasse a sinistra o al centro, sarebbe comunque la disfatta delle promesse finora avanzate da Fini e l’annullamento delle premesse da cui il presidente della Camera è sempre partito in questi ultimi due anni. Se è questa la traiettoria che Futuro e libertà vuole seguire, anche io da radicale, la ritengo sbagliata e logora, stantia e consunta. Perché il mostro bicefalo del falso bipolarismo italiano non si abbatte aggiungendo una terza testa al corpo malato e in fase di disgregazione dell’attuale sistema illiberale, anti-politico e anti-democratico. Un progetto politico nuovo e innovativo è tale se si prefigge di far nascere, anche in Italia, un sistema politico davvero democratico e liberale. Mi riferisco alla nascita di un corpo sano, legalitario e non giustizialista, libertario e non-autoritario, capace di formarsi da presupposti diversi e "altri", dal ripristino di un autentico Stato di diritto, al di fuori delle becere logiche del vecchio regime partitocratico. Il potere per il potere che ha dominato la scena da destra a sinistra, infatti, è, come lo ha definito Marco Pannella, una sorta di «monopartitismo imperfetto».
E il cambiamento si avrà, se si avrà, quando tutti i riformatori insieme riusciranno a realizzare un altro terreno: quello della politica invece dell’attuale campo dell’anti-politica. Quando si riuscirà a far nascere, non una terza testa, ma un altro corpo o, meglio, un corpo "altro". Il mostro con tre teste, nella mitologia greca, esiste ed è il Cerbero. Si tratta del mostro a guardia dell’Ade e le cui tre teste di cane rappresentano rispettivamente la distruzione del passato, del presente e del futuro. C’è qualcuno che pensa davvero di poter risolvere i problemi dell’Italia e dell’Europa solo facendo spuntare un Terzo Polo a vocazione minoritaria? Oppure, più facilmente, si rischia di realizzare soltanto un’altra faccia del sistema partitocratico e antipolitico? Ritengo che Futuro e libertà debba lavorare per mettere insieme una forza legalitaria, democratica, laica, liberale e libertaria in grado di fare quelle riforme istituzionali, economiche e della giustizia di cui il nostro paese ha estremo bisogno. Ben oltre qualsiasi cosiddetto Terzo Polo, puntando semmai al primo polo maggioritario e vincente. Perché questa semplificazione giornalistica avvantaggia soltanto l’attuale potere. C’è da riscoprire, invece, la prospettiva europea e rilanciare l’orizzonte dell’Europa.
Gianfranco Fini potrebbe e dovrebbe essere in prima fila nel proporre la traiettoria dell’Europa politica e della patria europea, anche perché sarebbe il modo migliore per onorare i centocinquanta anni dell’Unità d’Italia e riattualizzare il Risorgimento. Una storia che riguarda l’oggi. Non per salvare il passato, ma per salvare il futuro.
Del resto, parliamoci chiaramente: se non si riuscirà a realizzare una fase di processo costituente d’ordine liberale e riformatore, cioè un progetto politico "altro" rispetto al disastro del potere telecratico e illiberale, anche se ora o domani l’asse del potere si spostasse a sinistra o al centro, sarebbe comunque la disfatta delle promesse finora avanzate da Fini e l’annullamento delle premesse da cui il presidente della Camera è sempre partito in questi ultimi due anni. Se è questa la traiettoria che Futuro e libertà vuole seguire, anche io da radicale, la ritengo sbagliata e logora, stantia e consunta. Perché il mostro bicefalo del falso bipolarismo italiano non si abbatte aggiungendo una terza testa al corpo malato e in fase di disgregazione dell’attuale sistema illiberale, anti-politico e anti-democratico. Un progetto politico nuovo e innovativo è tale se si prefigge di far nascere, anche in Italia, un sistema politico davvero democratico e liberale. Mi riferisco alla nascita di un corpo sano, legalitario e non giustizialista, libertario e non-autoritario, capace di formarsi da presupposti diversi e "altri", dal ripristino di un autentico Stato di diritto, al di fuori delle becere logiche del vecchio regime partitocratico. Il potere per il potere che ha dominato la scena da destra a sinistra, infatti, è, come lo ha definito Marco Pannella, una sorta di «monopartitismo imperfetto».
E il cambiamento si avrà, se si avrà, quando tutti i riformatori insieme riusciranno a realizzare un altro terreno: quello della politica invece dell’attuale campo dell’anti-politica. Quando si riuscirà a far nascere, non una terza testa, ma un altro corpo o, meglio, un corpo "altro". Il mostro con tre teste, nella mitologia greca, esiste ed è il Cerbero. Si tratta del mostro a guardia dell’Ade e le cui tre teste di cane rappresentano rispettivamente la distruzione del passato, del presente e del futuro. C’è qualcuno che pensa davvero di poter risolvere i problemi dell’Italia e dell’Europa solo facendo spuntare un Terzo Polo a vocazione minoritaria? Oppure, più facilmente, si rischia di realizzare soltanto un’altra faccia del sistema partitocratico e antipolitico? Ritengo che Futuro e libertà debba lavorare per mettere insieme una forza legalitaria, democratica, laica, liberale e libertaria in grado di fare quelle riforme istituzionali, economiche e della giustizia di cui il nostro paese ha estremo bisogno. Ben oltre qualsiasi cosiddetto Terzo Polo, puntando semmai al primo polo maggioritario e vincente. Perché questa semplificazione giornalistica avvantaggia soltanto l’attuale potere. C’è da riscoprire, invece, la prospettiva europea e rilanciare l’orizzonte dell’Europa.
Gianfranco Fini potrebbe e dovrebbe essere in prima fila nel proporre la traiettoria dell’Europa politica e della patria europea, anche perché sarebbe il modo migliore per onorare i centocinquanta anni dell’Unità d’Italia e riattualizzare il Risorgimento. Una storia che riguarda l’oggi. Non per salvare il passato, ma per salvare il futuro.
Etichette:
democrazia,
Fini,
Fli,
forza laica,
Futuro e Libertà,
Pannella,
riforme,
rivoluzione liberale,
Terzo Polo
CONTRO IL CENTRISMO CONSERVATORE, FINI SCELGA L'ALTERNATIVA LIBERALE DEMOCRATICA ED ECOLOGISTA
L'invito espresso da parte di Gianfranco Fini a concentrarsi nel merito delle proposte e delle riforme va raccolto pienamente e senza riserve anche al di fuori dell'area politica di suo diretto riferimento.
L'istintivo riflesso di Palazzo che porta ad individuare in ogni parola un codice cifrato da interpretare sulla base di esigenze politiciste -nella fattispecie i mutati rapporti di forza nella destra e nel centro, con la dote di potere negoziale che la rottura finiana avrebbe consegnato allo stesso Casini - è proprio ciò che uccide ogni residuo di dibattito politico, cioè di confronto di idee da realizzare di fronte all'opinione pubblica.
Da questo punto di vista, come Segretari di due dei soggetti politici della "galassia radicale", vogliamo fare nostre e rilanciare le considerazioni avanzate su questo stesso giornale da parte del nostro compagno Pierpaolo Segneri, da tempo impegnato nel predicare aggregazioni ideali attorno ad obiettivi liberali e laici per trasformare gli attuali rapporti di forza delle burocrazie politiche, ricorrendo all'unica "energia pulita" in grado di mutare lo status quo: la forza delle idee. E indubbiamente oggi Gianfranco Fini e Futuro e Libertà si trovano davanti a un bivio, dove due idee-forza simmetriche si contrappongono: da una parte, semplificando molto ma non troppo, la strategia centrista, carica di connotati restauratori in termini di sistema istituzionale proporzionalistico, di sistema economico assistenzialista e di un utilizzo clericale della religione come strumento di potere; dall'altra, la strada dell'alternativa liberale. Alternativa da realizzare sul piano istituzionale attraverso una grande riforma elettorale in senso maggioritario uninominale di collegio (a turno unico o a doppio turno) in grado di rimettere al centro della politica le persone invece dei comitati d'affari partitici; sul piano economico con un programma di coraggiose liberalizzazioni accompagnate da politiche per il rientro del debito pubblico e da un federalismo liberale alternativo al neo-colbertismo leghista di Tremonti; sul piano dei diritti civili applicando un metodo di rigorosa laicità che creda nell'autodeterminazione individuale e nel cosmopolitismo, rompendo con le derive xenofobe e protezioniste della Lega e con le tentazioni da Stato etico che intrappolano da decenni, oltre che la destra, anche parte della sinistra italiana.
Alle considerazioni di Segneri vogliamo aggiungere due soli punti.
Il primo rappresenta una vera e propria pregiudiziale, senza affrontare la quale ogni dibattito su riforme e geografie politiche risulterebbe sterile e vano: la "questione democrazia", l’urgenza cioè di riconquistare il pieno rispetto dei diritti umani, civili e politici, da troppo tempo negati in virtù della sistematica violazione delle regole -elettorali e non- in particolare per un sistema radiotelevisivo che costringe il popolo italiano a ignorare le ragioni alla base della compiuta distruzione dello Stato di diritto. Si illuderebbe Gianfranco Fini, come chiunque altro, se pensasse davvero di poter ottenere che il dibattito si sposti sulle proposte politiche malgrado un contesto di "informazione" che sottrae ai cittadini la possibilità stessa di conoscerle, confrontarle e giudicarle, avendo la necessità di eliminare dall'agenda politica alcuni dei temi più sentiti e determinanti nella formazione del consenso : l’emigrazione come risorsa per il futuro ; il sostegno di un nuovo welfare per i non-garantiti dal corporativismo e dalle caste; il federalismo europeo e le politiche transnazionali dei diritti umani necessarie per far fronte alla crisi sociale e politica del cosiddetto "Occidente democratico"; le questioni sociali che subdolamente vengono chiamate etiche; infine, la bancarotta della giustizia e le condizioni disumane delle carceri italiane.
Il secondo punto, che non a caso è uno dei temi espulsi dal dibattito televisivo, è quello della rivoluzione ecologista, indispensabile per investire nel futuro delle nostre società, nella qualità della vita e in un benessere economico e sociale meno fragile di quello costretto alla dissipazione delle risorse ambientali.
Su entrambi questi punti noi Radicali abbiamo iniziato un'interlocuzione con forze quali la Federazione dei Verdi e il Partito Socialista, oltre ad aver proseguito un tentativo -finora del tutto infruttuoso- di richiamare una concreta e fattiva attenzione da parte del Partito democratico. Oggi per noi, il miglior modo di raccogliere l'invito di Fini è quello di proporre un confronto aperto, non ristretto a un terzismo autoghettizzante che rischia di essere più vecchio e conservatore dei due "poli" che vorrebbe superare. Al di là del nome, della formula, la costituente liberale e democratica prefigurata da Segneri –o la stessa costituente ecologista già avviata da Bonelli- sono idee e iniziative a partire dalle quali sarebbe necessario incontrarsi con le forze politiche interessate per verificare percorsi possibili di lavoro comune.
L'istintivo riflesso di Palazzo che porta ad individuare in ogni parola un codice cifrato da interpretare sulla base di esigenze politiciste -nella fattispecie i mutati rapporti di forza nella destra e nel centro, con la dote di potere negoziale che la rottura finiana avrebbe consegnato allo stesso Casini - è proprio ciò che uccide ogni residuo di dibattito politico, cioè di confronto di idee da realizzare di fronte all'opinione pubblica.
Da questo punto di vista, come Segretari di due dei soggetti politici della "galassia radicale", vogliamo fare nostre e rilanciare le considerazioni avanzate su questo stesso giornale da parte del nostro compagno Pierpaolo Segneri, da tempo impegnato nel predicare aggregazioni ideali attorno ad obiettivi liberali e laici per trasformare gli attuali rapporti di forza delle burocrazie politiche, ricorrendo all'unica "energia pulita" in grado di mutare lo status quo: la forza delle idee. E indubbiamente oggi Gianfranco Fini e Futuro e Libertà si trovano davanti a un bivio, dove due idee-forza simmetriche si contrappongono: da una parte, semplificando molto ma non troppo, la strategia centrista, carica di connotati restauratori in termini di sistema istituzionale proporzionalistico, di sistema economico assistenzialista e di un utilizzo clericale della religione come strumento di potere; dall'altra, la strada dell'alternativa liberale. Alternativa da realizzare sul piano istituzionale attraverso una grande riforma elettorale in senso maggioritario uninominale di collegio (a turno unico o a doppio turno) in grado di rimettere al centro della politica le persone invece dei comitati d'affari partitici; sul piano economico con un programma di coraggiose liberalizzazioni accompagnate da politiche per il rientro del debito pubblico e da un federalismo liberale alternativo al neo-colbertismo leghista di Tremonti; sul piano dei diritti civili applicando un metodo di rigorosa laicità che creda nell'autodeterminazione individuale e nel cosmopolitismo, rompendo con le derive xenofobe e protezioniste della Lega e con le tentazioni da Stato etico che intrappolano da decenni, oltre che la destra, anche parte della sinistra italiana.
Alle considerazioni di Segneri vogliamo aggiungere due soli punti.
Il primo rappresenta una vera e propria pregiudiziale, senza affrontare la quale ogni dibattito su riforme e geografie politiche risulterebbe sterile e vano: la "questione democrazia", l’urgenza cioè di riconquistare il pieno rispetto dei diritti umani, civili e politici, da troppo tempo negati in virtù della sistematica violazione delle regole -elettorali e non- in particolare per un sistema radiotelevisivo che costringe il popolo italiano a ignorare le ragioni alla base della compiuta distruzione dello Stato di diritto. Si illuderebbe Gianfranco Fini, come chiunque altro, se pensasse davvero di poter ottenere che il dibattito si sposti sulle proposte politiche malgrado un contesto di "informazione" che sottrae ai cittadini la possibilità stessa di conoscerle, confrontarle e giudicarle, avendo la necessità di eliminare dall'agenda politica alcuni dei temi più sentiti e determinanti nella formazione del consenso : l’emigrazione come risorsa per il futuro ; il sostegno di un nuovo welfare per i non-garantiti dal corporativismo e dalle caste; il federalismo europeo e le politiche transnazionali dei diritti umani necessarie per far fronte alla crisi sociale e politica del cosiddetto "Occidente democratico"; le questioni sociali che subdolamente vengono chiamate etiche; infine, la bancarotta della giustizia e le condizioni disumane delle carceri italiane.
Il secondo punto, che non a caso è uno dei temi espulsi dal dibattito televisivo, è quello della rivoluzione ecologista, indispensabile per investire nel futuro delle nostre società, nella qualità della vita e in un benessere economico e sociale meno fragile di quello costretto alla dissipazione delle risorse ambientali.
Su entrambi questi punti noi Radicali abbiamo iniziato un'interlocuzione con forze quali la Federazione dei Verdi e il Partito Socialista, oltre ad aver proseguito un tentativo -finora del tutto infruttuoso- di richiamare una concreta e fattiva attenzione da parte del Partito democratico. Oggi per noi, il miglior modo di raccogliere l'invito di Fini è quello di proporre un confronto aperto, non ristretto a un terzismo autoghettizzante che rischia di essere più vecchio e conservatore dei due "poli" che vorrebbe superare. Al di là del nome, della formula, la costituente liberale e democratica prefigurata da Segneri –o la stessa costituente ecologista già avviata da Bonelli- sono idee e iniziative a partire dalle quali sarebbe necessario incontrarsi con le forze politiche interessate per verificare percorsi possibili di lavoro comune.
Mario Staderini, Segretario Radicali italiani
Marco Cappato, Segretario Associazione Luca Coscioni
da "Il Secolo d'Italia" del 24 dicembre 2010
Etichette:
Cappato,
diritti civili,
ecologia,
Fini,
Fli,
Futuro e Libertà,
liberalizzazioni,
Radicali,
Segneri,
Staderini
FLI E' UNA FORZA LAICA O NON E'
Dopo la breve intervista rilasciata da Chiara Moroni al Corriere della Sera sulla laicità nel Polo della Nazione, sui profili Facebook dei futuristi della prima ora è stato tutto un fiorire di “Chiara for President”, “Chiara ti amo”, “Chiara non mollare”, “La Moroni è la paladina della laicità in Futuro e Libertà”, e via cantando. Entusiasmo normalissimo, per carità, soprattutto visto le ultime mosse strategiche di Fli. Anche perché, chiariamolo subito, Chiara Moroni è laica davvero, una che la distinzione tra Dio e Cesare l’ha capita e da anni tenta di insegnarla anche agli altri.
Non stupisce, dunque, la tranquillità con la quale ha risposto alle domande del giornalista, che tentava in ogni modo di sfruculiarla sulle apparenti (magari a volte reali) contraddizioni nel terzo polo.
E in fondo Chiara Moroni non fa altro che ribadire le posizioni che Gianfranco Fini ha espresso negli ultimi due anni a proposito dei temi “eticamente sensibili”. Testamento biologico e diritti delle coppie omosessuali su tutti, ovviamente, e anche lì il presidente della Camera è stato piuttosto netto negli ultimi tempi: prima di tutto viene la dignità e la libertà dell’individuo. Di più, forse, non poteva dire. Vuoi perché FLI deve e vuole essere un movimento plurale, vuoi perché di motivi di scontro in Parlamento ce ne sono già tanti e forse non è il caso di aggiungere il carico da undici.
Fatto sta che il fronte laico all’interno di Futuro e Libertà è vasto, e i dirigenti del nuovo movimento lo sanno benissimo. Basti pensare all’applauso convinto (e forse inaspettato) con il quale la platea di Bastia Umbra aveva reagito alla presa di posizione di Fini sui diritti civili. O, ancora, alla bandiera di Gaylib che sventolava in quel santuario laico della destra italiana che è Mirabello.
Ecco, allora, che il coraggio di Chiara Moroni nel riaffermare la necessità di un approccio laico alla politica diventa naturale e pervade la “base” , si diffonde via Facebook, cresce e si amplifica. Soprattutto adesso, soprattutto dopo quella lettera aperta di un gruppo di “laici credenti” finiani che, qualche settimana fa, aveva tentato di ricucire i rapporti con le gerarchie vaticane. Anche in quell’occasione, per la verità, una parte della “base” era stata, per usare un eufemismo, piuttosto dura. Per rendersene conto, ed è quello che consigliamo ai parlamentari di FLI, basterebbe fare un giro sui social network, sui siti e sui blog, per capire come l’approccio laico dei “futuristi” sia davvero fuori discussione.
Battaglia necessaria? Una forza realmente laica e liberale di centrodestra in Italia manca almeno dalla fine del Partito Liberale. Gianfranco Fini ha fatto intendere inequivocabilmente di puntare a quello. Lo ha fatto intendere già a partire del discusso referendum sulla legge 40 e poi, più recentemente, con prese di posizione che non lasciano dubbi. Ecco perché Chiara Moroni è così serena. Perché sa che Futuro e Libertà è una forza laica o non è.
E in fondo Chiara Moroni non fa altro che ribadire le posizioni che Gianfranco Fini ha espresso negli ultimi due anni a proposito dei temi “eticamente sensibili”. Testamento biologico e diritti delle coppie omosessuali su tutti, ovviamente, e anche lì il presidente della Camera è stato piuttosto netto negli ultimi tempi: prima di tutto viene la dignità e la libertà dell’individuo. Di più, forse, non poteva dire. Vuoi perché FLI deve e vuole essere un movimento plurale, vuoi perché di motivi di scontro in Parlamento ce ne sono già tanti e forse non è il caso di aggiungere il carico da undici.
Fatto sta che il fronte laico all’interno di Futuro e Libertà è vasto, e i dirigenti del nuovo movimento lo sanno benissimo. Basti pensare all’applauso convinto (e forse inaspettato) con il quale la platea di Bastia Umbra aveva reagito alla presa di posizione di Fini sui diritti civili. O, ancora, alla bandiera di Gaylib che sventolava in quel santuario laico della destra italiana che è Mirabello.
Ecco, allora, che il coraggio di Chiara Moroni nel riaffermare la necessità di un approccio laico alla politica diventa naturale e pervade la “base” , si diffonde via Facebook, cresce e si amplifica. Soprattutto adesso, soprattutto dopo quella lettera aperta di un gruppo di “laici credenti” finiani che, qualche settimana fa, aveva tentato di ricucire i rapporti con le gerarchie vaticane. Anche in quell’occasione, per la verità, una parte della “base” era stata, per usare un eufemismo, piuttosto dura. Per rendersene conto, ed è quello che consigliamo ai parlamentari di FLI, basterebbe fare un giro sui social network, sui siti e sui blog, per capire come l’approccio laico dei “futuristi” sia davvero fuori discussione.
Battaglia necessaria? Una forza realmente laica e liberale di centrodestra in Italia manca almeno dalla fine del Partito Liberale. Gianfranco Fini ha fatto intendere inequivocabilmente di puntare a quello. Lo ha fatto intendere già a partire del discusso referendum sulla legge 40 e poi, più recentemente, con prese di posizione che non lasciano dubbi. Ecco perché Chiara Moroni è così serena. Perché sa che Futuro e Libertà è una forza laica o non è.
Etichette:
Chiara Moroni,
diritti civili,
Fli,
forza laica,
Futuro e Libertà,
Libertiamo
"COSI' RACCONTO MESSINA DENARO "L'INVISIBILE" DELLA NUOVA MAFIA"
Giacomo Di Girolamo ci parla del suo libro e del "giornalismo residente"
«Non sei neanche un cinquantino. Sei nato nel 1962.
Ami le diavolerie tecnologiche.
Fumi tanto, preferibilmente Malboro rosse.
Portavi da giovane occhiali Rayban a goccia, per nascondere il tuo occhio strabico.
Ti piace vestirti alla moda.
Fai affari con mezzo mondo. Te lo ha insegnato tuo padre.
Hai il rimorso di vedere tua figlia pochissime volte. E sempre di fretta.
C’è chi ti chiama Diabolik per la tua passione per il fumetto.
Ti piace farti chiamare “Alessio”.
Da buon siciliano, sei molto legato alla tua famiglia.
Ti piacciono le donne straniere.
Qualcuno ti considera il ministro degli Esteri di Cosa nostra.
Se avessi continuato gli studi, avresti fatto il dottore o il mercante d’arte.
Qualcun altro ti chiama “u siccu”, il magro.
Di te dici: “Ho ucciso così tante persone che potrei riempire un cimitero”.
Questo, Matteo, è la tua storia. Che un po’ è anche la mia».
Matteo, è Matteo Messina Denaro. A raccontarlo è Giacomo Di Girolamo nel libro L’Invisibile (Editori Riuniti, 553 pagine, euro 15,00), che inizia con queste parole. Non una semplice biografia, ma un’inchiesta appassionata e documentata. Ogni giorno, in radio, Di Girolamo, cura una rubrica che si chiama “Dove sei Matteo?”, alla ricerca di indizi sulla sua latitanza.
Tutto nel segno di un “giornalismo residente”.
Di Girolamo, cos’è il “giornalismo residente”?
«Non sei neanche un cinquantino. Sei nato nel 1962.
Ami le diavolerie tecnologiche.
Fumi tanto, preferibilmente Malboro rosse.
Portavi da giovane occhiali Rayban a goccia, per nascondere il tuo occhio strabico.
Ti piace vestirti alla moda.
Fai affari con mezzo mondo. Te lo ha insegnato tuo padre.
Hai il rimorso di vedere tua figlia pochissime volte. E sempre di fretta.
C’è chi ti chiama Diabolik per la tua passione per il fumetto.
Ti piace farti chiamare “Alessio”.
Da buon siciliano, sei molto legato alla tua famiglia.
Ti piacciono le donne straniere.
Qualcuno ti considera il ministro degli Esteri di Cosa nostra.
Se avessi continuato gli studi, avresti fatto il dottore o il mercante d’arte.
Qualcun altro ti chiama “u siccu”, il magro.
Di te dici: “Ho ucciso così tante persone che potrei riempire un cimitero”.
Questo, Matteo, è la tua storia. Che un po’ è anche la mia».
Matteo, è Matteo Messina Denaro. A raccontarlo è Giacomo Di Girolamo nel libro L’Invisibile (Editori Riuniti, 553 pagine, euro 15,00), che inizia con queste parole. Non una semplice biografia, ma un’inchiesta appassionata e documentata. Ogni giorno, in radio, Di Girolamo, cura una rubrica che si chiama “Dove sei Matteo?”, alla ricerca di indizi sulla sua latitanza.
Tutto nel segno di un “giornalismo residente”.
Di Girolamo, cos’è il “giornalismo residente”?
Rispetto ad un certo modo di fare giornalismo in Sicilia, si è creata nel tempo una sorta di retorica per cui si pensa che per far bene il mestiere di giornalista si debba per forza rischiare la vita. Ora, senza sottovalutare i pericoli – e senza dimenticare le storie di grandi giornalisti come Fava - si può fare bene giornalismo in Sicilia senza arrivare al giornalismo “resistente” e militante, assoluto, cioè un giornalismo che decide di liberare la Sicilia dalla mafia con una spinta missionaria. Il “giornalismo residente” recupera la funzione di giornalismo che racconta le cose e le chiama per nome. Si può fare in modo tranquillo e correndo sì dei rischi, che però ci sono in ogni mestiere. Quando ricevo una minaccia ovviamente mi faccio prendere dallo sconforto. Ma non credo che un minatore in Sardegna o un lavoratore delle saline di Trapani faccia una vita migliore della mia. Sono dei rischi che bisogna mettere in conto. Se tutti in Sicilia riprendessero il vizio di raccontare quello avviene attorno a loro, si passerebbe da un giornalismo resistente -che appartiene a pochi - a un giornalismo residente che invece è un valore di tutti. Senza raccontare i massimi sistemi, perché non cominciamo a raccontare bene ciò che ci circonda?
Come si racconta un latitante?
Come si racconta un latitante?
Un latitante si racconta dalle sue tracce - perché tutti lasciamo tracce - dai segni che lascia nel territorio, che sono tantissimi. Però bisogna saperli leggere. Il problema è che la “propaganda” della cattura dei latitanti spesso ci impedisce di leggere quelli che sono i segni della mafia sul territorio. Applaudiamo all’arresto di Falsone ma ci dimentichiamo, senza accorgercene, di parlare di come la mafia entra nei supermercati, nell’energia eolica, di come riesca a fare adepti tra i giovani, di quanta mafia ci sia negli studi di commercialisti, notai e avvocati.
Perché hai scelto di “raccontare” Matteo Messina Denaro?
Perché hai scelto di “raccontare” Matteo Messina Denaro?
Perché io “accanto” ho Matteo Messina Denaro. Dobbiamo smettere di sopravvalutare anche questo: il latitante non è un supereroe, un “Fantomas”. Se applichiamo la regola del marketing per cui tra le persone ci sono sei gradi di separazione questo significa che io e Matteo Messina Denaro abbiamo in comune un sacco di frequentazioni, essendo entrambi dello stesso territorio.
Chi è Matteo Messina Denaro?
Chi è Matteo Messina Denaro?
È il nuovo capo della mafia, colui che Totò Riina chiamava “il mio gioiello”, erede anche di Provenzano. È il nuovo capo di Cosa nostra non in base alla nomina della Cupola - che non si riunisce più da quando Riina è stato arrestato - ma per un potere di fatto che gli è venuto dall’investitura di Riina a ridosso del suo arresto. Matteo Messina Denaro è la nuova mafia, che ha unito vecchi business a nuovi.
Matteo Messina Denaro, racconti, è un boss atipico rispetto alla tradizione mafiosa: è laico, gli piacciono le donne. È moderno o è solo una eccezione?
Matteo Messina Denaro, racconti, è un boss atipico rispetto alla tradizione mafiosa: è laico, gli piacciono le donne. È moderno o è solo una eccezione?
È un boss contemporaneo. La mafia delle coppole e dei pizzini, della ricotta e della cicoria non esiste più. O meglio esiste ma è legata a un livello caricaturale. Paradossalmente il ricambio generazionale della mafia è più veloce di quello della società civile, di un paese bloccato dalla gerontocrazia. Matteo Messina Denaro è un giovane che ha vissuto l’era pop, compreso il suo rapporto con le donne. Cinquanta anni fa non sarebbe stata possibile la sua ascesa criminale. Oggi sì perché unisce tratti di straordinaria modernità - che gli permette di capire cosa succede nel mondo: ricordiamoci che parla le lingue, capisce di arte - a un background mafioso.
Confrontandola a Provenzano e alla sua vita quasi “ascetica”, la diversità di Matteo Messina Denaro pone dei problemi nel rapporto con gli altri mafiosi? Il rapporto con gli altri mafiosi com’è?
Confrontandola a Provenzano e alla sua vita quasi “ascetica”, la diversità di Matteo Messina Denaro pone dei problemi nel rapporto con gli altri mafiosi? Il rapporto con gli altri mafiosi com’è?
Il rapporto di Matteo Messina Denaro con i mafiosi del territorio è di assoluta venerazione. Soprattutto per i mafiosi della provincia di Trapani è una sorta di Dio. Ci sono nostri coetanei che darebbero la vita per stargli accanto. Ed è questo che gli permette di essere ancora latitante. Con gli altri mafiosi ha un rapporto alla pari, di rispetto.
Dopo la reggenza di Denaro cambierà anche il codice “deontologico” del sistema mafia? Magari diventerà più “liquida”?
Dopo la reggenza di Denaro cambierà anche il codice “deontologico” del sistema mafia? Magari diventerà più “liquida”?
Cosa Nostra non può diventare liquida perché non è nel suo dna, perché ha una struttura di tipo verticistico. Ed è questo che porterà alla sconfitta di cosa nostra. Penso che Matteo Messina Denaro sarà l’ultimo capo dei capi di Cosa Nostra, perché ad oggi non saprei indicarti un solo nome di un suo possibile successore. Però non verrà sconfitta la mafia. Poi, secondo me, Matteo Messina Denaro non verrà arrestato ma verrà ucciso in un conflitto a fuoco come Salvatore Giuliano. Sarà l’ennesimo episodio di questa trattativa lunga un secolo e mezzo tra Cosa Nostra e lo Stato, che parte da Garibaldi e c’è sempre stata. Matteo Messina Denaro verrà ucciso perché porta con sé segreti troppo grandi.
Leggerà il tuo libro?
Leggerà il tuo libro?
Credo l’abbia già letto! La vera novità di questo libro è che mette assieme tutto il materiale su di lui.
La Sicilia è “irredimibile”?
La Sicilia è “irredimibile”?
Lo è. E non perché lo ha detto Sciascia. Cosa Nostra potrà scomparire, ma non la mafia. Però non dimentichiamoci che lo stesso Sciascia poi continua la frase dicendo: “ma bisogna continuare ad agire come se lo fosse”. Ed è questo che ci dà la forza e la dignità di andare avanti ogni giorno assumendoci ognuno la responsabilità del proprio lavoro. Cosa che dovrebbero fare tutti: giornalisti, imprenditori, politici, ecc…
di Giovanni Marinetti
di "www.ffwebmagazine.it"
Etichette:
boss,
Cosa Nostra,
Giacomo Di Girolamo,
giornallismo,
legalità. latitante,
Mafia,
Messina Denato,
Stato
DIFFERENZIATA, LA GIUNGLA DEI CASTELLI
Ariccia e Ciampino sono i piu' virtuosi: Castelgandolfo, Albano, Genzano e Velletri ancora in forte ritardo
Comune per Comune la situazione di una modalita' di gestione dei rifiuti che stenta a decollare
E’ Ariccia il Comune più virtuoso dei Castelli in fatto di raccolta differenziata. La percentuale di riciclo nel comune del Ponte sfiora quel 70% che solo Ciampino a livello castellano, col 66%, riesce ad insidiarle. Per il resto lo scenario è decisamente variegato. Una vera giungla tra gestori, discariche, modalità di raccolta e prospettive future: complice anche l’altissima frammentazione amministrativa che fa dei Castelli uno dei territori a livello regionale più variegati, la sensazione diffusa è che – in mancanza di un piano d’insieme – ognuno proceda per sé. Almeno sei i gestori dei servizi ambientali: dal Gaia alla Asp di Ciampino, dalla Aimeri Ambiente (Rocca di Papa e Grottaferrata) alla Volsca Ambiente (Velletri): dalla multi servizi dei Castelli, di Marino all’Ama. Della serie: di tutto, di più. Tre le discariche nelle quali i Comuni castellani conferiscono i propri rifiuti non riciclati: quella di Colle Fagiolara, a Colleferro (Frascati, Velletri, Lariano, Grottaferrata, Monte Porzio, Montecompatri, Rocca Priora,Colonna), quella di Roncigliano nel territorio comunale di Albano (Marino, Castelgandolfo, Rocca di Papa, Albano, Ariccia, Genzano, Lanuvio e Nemi) e quella romana di Malagrotta dove conferiscono i soli rifiuti di Ciampino. Tre discariche ormai al limite del collasso per le quali la chiusura è davvero dietro l’angolo. Non solo: tra isole ecologiche da individuare, realizzare ed attivare e impianti di compostaggio da studiare e costruire, tra un Piano regionale che detta regole in una certa direzione e fondi provinciali per chi sceglie il porta a porta, ci si muove in una vera giungla di progetti, idee, autorizzazioni e prospettive.
Cerchiamo di fare ordine e di fornire una fotografia puntuale della situazione, Comune per Comune. Si è detto di Ariccia: il porta a porta funziona e la percentuale di riciclato è cresciuta talmente tanto da permettere all’amministrazione comunale di finanziare con i fondi derivanti una terza isola ecologica. Un risultato che, vicinissimo a quel 75% indicato dal comitato ‘Noinc’ quale quota da raggiungere per scongiurare la necessità di un inceneritore (è di pochi giorni fa la bocciatura del gassificatore di Roncigliano da parte del Tar del Lazio), ma queste cifre sono una vera rarità.
“La volontà – assicura Daniele Castri, responsabile legale del comitato – è tutta ed esclusivamente politica. La Provincia di Roma finanzia per due anni, per circa 200mila euro all’anno, l’attivazione del porta a porta, considerando i 24 mesi il periodo di tempo necessario per mandare a regine il sistema. Riteniamo, secondo stime effettuate, che senza particolari accorgimenti si possa ragionevolmente arrivare a percentuali di riciclo del 75%: numeri che scongiurerebbero la necessità degli inceneritori”.
Ciampino è al 66%: “Abbiamo esteso il porta a porta sull’intero territorio comunale – dice il sindaco Walter Enrico Perandini – ed i risultati sono in continuo miglioramento”. Il rischio più grande, come detto, è legato proprio a Malagrotta, discarica in via di dismissione. Sfiora il 50% Rocca di Papa che, dopo aver affidato il servizio alla Aimeri Ambiente adotta il porta a porta nel centro storico e nel quartiere Vigne. Buoni anche i risultati di Grottaferrata, col 48% di riciclato: “Dopo un anno e mezzo di servizio su tutto il territorio – dice l’assessore all’Ambiente Guerisoli – i risultati sono buoni anche se abbiamo ancora qualche difficoltà nella gestione degli sfalci e degli scarti da verde: provvederemo alla realizzazione di un’isola ecologica (impianto che nei mesi scorsi aveva suscitato vibranti polemiche, ndr) ed un impianto di compostaggio”. A Frascati (Gaia) il porta a porta è attivo solo nel centro storico e la riduzione dei rifiuti conferiti a Colle Fagiolara è quindi bassa e non arriva al 10%. “Voglio però sottolineare – spiega l’assessore all’Ambiente Paolo Ciuccoli– che la quota pro capite di rifiuti prodotti dai frascatani è di circa 700 kg/anno, superiore alla media perché a Frascati passano almeno 50mila persone al giorno. Sono numeri con i quali dobbiamo fare i conti. Sul piano dei controlli e delle sanzioni stiamo formando alcuni operatori ecologici: per quanto riguarda l’estensione del servizio nelle periferie spero di poter partire entro pochissimi mesi”. Marino è invece scelto la via della ‘differenziata stradale’: isole di raccolta per evitare il porta a porta. “Una scelta contestata e coraggiosa – ammette l’assessore all’Ambiente, Prinzi – che però ci sta dando ragione. La proposta della Provincia non ci ha convinto perché riteniamo che due anni di finanziamenti siano pochi e si rischia di far gravare l’intera operazione sulle spalle dei cittadini. Sappiamo anche che con questo tipo di differenziata non potremo arrivare oltre il 35% ma intanto pensiamo a raggiungere quei livelli”. Dietro l’angolo l’arrivo di ispettori ambientali per il controllo del conferimento dei rifiuti nelle isole, da parte dei cittadini; la realizzazione di un impianto per il compost e un porta a porta magari domenicale per gli sfalci. A Lanuvio il porta a porta funziona piuttosto bene e pur non essendo esteso sull’intero territorio comunale si arriva al 40%: differenziata buona anche a Nemi dove si arriva al 30%. Di poco superiore la percentuale a Colonna dove il porta a porta sta dando discreti risultati. “Siamo soddisfatti – dice l’assessore competente, Giuseppe Galati – anche dell’installazione della fontana leggera che ci fa risparmiare circa 1000 bottiglie di plastica al giorno”. Differenziata a macchia di leopardo anche a Monte Porzio mentre a Montecompatri (Ama) ci si sta preparando. Qualche difficoltà per la partenza a Castelgandolfo (Asp di Ciampino): “Siamo quasi pronti per la gara per la realizzazione dell’isola ecologica alle Mole”, dice il sindaco Maurizio Colacchi. Differenziata al5% ad Albano, dove il sindaco Marini ha posto l’attivazione del servizio tra gli obiettivi a breve termine del suo mandato: difficoltà anche a Genzano dove il nodo resta proprio l’attivazione dell’isola di via Monte Giove. Servizio in arrivo nei prossimi mesi anche a Rocca Priora. Porta a porta in arrivo entro il 2011 anche a Velletri, i cui servizi ambientali sono gestiti dalla Volsca ambiente: “Per l’isola ecologia di Troncavia e l’impianto di compostaggio di contrada Lazzaria siamo quasi pronti”, dice il sindaco Fausto Servadio.
Un quadro, come visto, decisamente frammentato e variegato che rende la questione decisamente complicata. Con all’orizzonte, come detto, una sempre più imminente chiusura delle discariche attualmente in funzione e le immancabili polemiche che accompagnano l’ipotesi di realizzare nuovi inceneritori.
Comune per Comune la situazione di una modalita' di gestione dei rifiuti che stenta a decollare
Cerchiamo di fare ordine e di fornire una fotografia puntuale della situazione, Comune per Comune. Si è detto di Ariccia: il porta a porta funziona e la percentuale di riciclato è cresciuta talmente tanto da permettere all’amministrazione comunale di finanziare con i fondi derivanti una terza isola ecologica. Un risultato che, vicinissimo a quel 75% indicato dal comitato ‘Noinc’ quale quota da raggiungere per scongiurare la necessità di un inceneritore (è di pochi giorni fa la bocciatura del gassificatore di Roncigliano da parte del Tar del Lazio), ma queste cifre sono una vera rarità.
“La volontà – assicura Daniele Castri, responsabile legale del comitato – è tutta ed esclusivamente politica. La Provincia di Roma finanzia per due anni, per circa 200mila euro all’anno, l’attivazione del porta a porta, considerando i 24 mesi il periodo di tempo necessario per mandare a regine il sistema. Riteniamo, secondo stime effettuate, che senza particolari accorgimenti si possa ragionevolmente arrivare a percentuali di riciclo del 75%: numeri che scongiurerebbero la necessità degli inceneritori”.
Ciampino è al 66%: “Abbiamo esteso il porta a porta sull’intero territorio comunale – dice il sindaco Walter Enrico Perandini – ed i risultati sono in continuo miglioramento”. Il rischio più grande, come detto, è legato proprio a Malagrotta, discarica in via di dismissione. Sfiora il 50% Rocca di Papa che, dopo aver affidato il servizio alla Aimeri Ambiente adotta il porta a porta nel centro storico e nel quartiere Vigne. Buoni anche i risultati di Grottaferrata, col 48% di riciclato: “Dopo un anno e mezzo di servizio su tutto il territorio – dice l’assessore all’Ambiente Guerisoli – i risultati sono buoni anche se abbiamo ancora qualche difficoltà nella gestione degli sfalci e degli scarti da verde: provvederemo alla realizzazione di un’isola ecologica (impianto che nei mesi scorsi aveva suscitato vibranti polemiche, ndr) ed un impianto di compostaggio”. A Frascati (Gaia) il porta a porta è attivo solo nel centro storico e la riduzione dei rifiuti conferiti a Colle Fagiolara è quindi bassa e non arriva al 10%. “Voglio però sottolineare – spiega l’assessore all’Ambiente Paolo Ciuccoli– che la quota pro capite di rifiuti prodotti dai frascatani è di circa 700 kg/anno, superiore alla media perché a Frascati passano almeno 50mila persone al giorno. Sono numeri con i quali dobbiamo fare i conti. Sul piano dei controlli e delle sanzioni stiamo formando alcuni operatori ecologici: per quanto riguarda l’estensione del servizio nelle periferie spero di poter partire entro pochissimi mesi”. Marino è invece scelto la via della ‘differenziata stradale’: isole di raccolta per evitare il porta a porta. “Una scelta contestata e coraggiosa – ammette l’assessore all’Ambiente, Prinzi – che però ci sta dando ragione. La proposta della Provincia non ci ha convinto perché riteniamo che due anni di finanziamenti siano pochi e si rischia di far gravare l’intera operazione sulle spalle dei cittadini. Sappiamo anche che con questo tipo di differenziata non potremo arrivare oltre il 35% ma intanto pensiamo a raggiungere quei livelli”. Dietro l’angolo l’arrivo di ispettori ambientali per il controllo del conferimento dei rifiuti nelle isole, da parte dei cittadini; la realizzazione di un impianto per il compost e un porta a porta magari domenicale per gli sfalci. A Lanuvio il porta a porta funziona piuttosto bene e pur non essendo esteso sull’intero territorio comunale si arriva al 40%: differenziata buona anche a Nemi dove si arriva al 30%. Di poco superiore la percentuale a Colonna dove il porta a porta sta dando discreti risultati. “Siamo soddisfatti – dice l’assessore competente, Giuseppe Galati – anche dell’installazione della fontana leggera che ci fa risparmiare circa 1000 bottiglie di plastica al giorno”. Differenziata a macchia di leopardo anche a Monte Porzio mentre a Montecompatri (Ama) ci si sta preparando. Qualche difficoltà per la partenza a Castelgandolfo (Asp di Ciampino): “Siamo quasi pronti per la gara per la realizzazione dell’isola ecologica alle Mole”, dice il sindaco Maurizio Colacchi. Differenziata al5% ad Albano, dove il sindaco Marini ha posto l’attivazione del servizio tra gli obiettivi a breve termine del suo mandato: difficoltà anche a Genzano dove il nodo resta proprio l’attivazione dell’isola di via Monte Giove. Servizio in arrivo nei prossimi mesi anche a Rocca Priora. Porta a porta in arrivo entro il 2011 anche a Velletri, i cui servizi ambientali sono gestiti dalla Volsca ambiente: “Per l’isola ecologia di Troncavia e l’impianto di compostaggio di contrada Lazzaria siamo quasi pronti”, dice il sindaco Fausto Servadio.
Un quadro, come visto, decisamente frammentato e variegato che rende la questione decisamente complicata. Con all’orizzonte, come detto, una sempre più imminente chiusura delle discariche attualmente in funzione e le immancabili polemiche che accompagnano l’ipotesi di realizzare nuovi inceneritori.
di Giorgio Capponi
da "www.ilmamilio.it"
Etichette:
Castelli Romani,
Daniele Castri,
discariche,
No Inc,
raccolta differenziata
DOVE ERAVAMO RIMASTI ? I NOSTRI CONTENUTI VALGONO PIU' DELLE ALLEANZE
Una settimana di passione, sconfitta alla Camera,formazione del Terzo polo con progetti ancora poco intelleggibili, sondaggi in calo. Già stiamo cadendo nella sindrome della sinistra, che discute da anni di alleanze e non porta avanti un’idea nuova per il éaese. La nostra non è ancora una democrazia avanzata, con partiti storicamente stabili. La tendenza di chi fa politica, però, dovrebbe essere quella di portarci all’interno di un sistema politico che acquisti gradualmente più stabilità.
Per farlo bisogna passare da un periodo di riforme istituzionali che incidano profondamente sulla struttura organizzativa dello stato e dei sistemi decisionali, combinato con un periodo di riforme economiche e sociali. Un partito nuovo come Futuro e Libertà, ha però il dovere di partire dai contenuti. Che riforme vuole, quale idea di paese intende perseguire? La strada percorsa finora da Generazione Italia fatta di democrazia, partecipazione e trasparenza, è stata completata dalla nascita di Futuro e Libertà e dall’adesione di decine di migliaia di persone al Manifesto per l’Italia. Riprendiamo il Manifesto e leggiamolo bene.
Quello deve essere il punto di partenza della nostra attività politica, dei nostri progetti di legge, delle nostre iniziative. Quello è il nostro perimetro culturale, valoriale ed identitario. Una volta aderito al Manifesto tutto vien da sè ed il partito potrà convincere sulla base dei contenuti che propone e non sulla base dei sondaggi, delle alleanze, degli scontri verbali e parlamentari, etc. Non voglio con questo dire che le alleanze non sono importanti e che la gente non ci presta attenzione, anzi. Di attenzione da parte dell’opinione pubblica ce n’è fin troppa. Dobbiamo esser bravi noi a non far guardare il dito, ma la Luna. Del resto se il nostro perimetro politico è dato dal Manifesto è anche facile spiegare il perchè di certe direzioni prese e di certe alleanze che debbono essere conseguenza dei contenuti e non causa principale. Facciamo degli esempi ed iniziamo con la prima frase del Manifesto per L’Italia: “Noi amiamo l’Italia, la nostra Patria e la vogliamo orgogliosa e consapevole, unita nelle sue differenze, civile e generosa, tollerante ed accogliente;” possiamo certamente affermare che una frase del genere rende incompatibile un’eventuale alleanza con un partito che all’art. 1 del suo statuto recita:”Il Movimento politico Lega Nord per l’Indipendenza della Padania ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”.
Altro esempio:”Un’Italia severa con chi vìola le leggi, attenta alla sicurezza dei cittadini; un’Italia con un fisco equo, che sanzioni l’abusivismo e l’evasione fiscale, che combatta parassiti e furbi e premi la dignità del lavoro.”………”Un’Italia intransigente contro la corruzione e contro tutte le mafie, che promuova la legalità, l’etica pubblica e il senso civico”. Queste due frasi appaiono in netto contrasto con l’immagine e parte della politica che ad oggi persegue il PDL. Continuiamo:”Un’Italia del merito, senza privilegi, caste e rendite di posizione, dove tutti abbiano uguali opportunità e vengano premiati i più capaci.” Questa frase sarebbe compatibile con la prima Forza Italia, quella dellarivoluzione liberale, ma francamente oggi appare quantomeno risibile se associata ad un’eventuale alleanza con il partito autotrasformatosi in destra radicale. Ad un’attenta analisi sono veramente poche le frasi che potrebbero suffragare un’accordo con l’attuale PDL. Una volta superato il berlusconismo, però, chissà. Certamente ci sono frasi che escludono a priori anche un’alleanza con la sinistra vendoliana: “Un’Italia protagonista e competitiva nel mondo, aperta al mercato e alla concorrenza.”………”Un’Italia che rimetta in moto lo sviluppo economico puntando sulle imprese, sui giovani e sulle donne, sull’economia verde, sullo sviluppo della rete, un’Italia che produca più ricchezza e garantisca una maggiore qualità della vita.”
Una volta definiti i contenuti tutto è più facile, comprensibile e spiegabile alla gente, che del resto vuole semplicità, buona volontà e riforme che rimettano in marcia il paese dal punto di vista sociale, culturale ed economico. Siamo qui per questo.
Per farlo bisogna passare da un periodo di riforme istituzionali che incidano profondamente sulla struttura organizzativa dello stato e dei sistemi decisionali, combinato con un periodo di riforme economiche e sociali. Un partito nuovo come Futuro e Libertà, ha però il dovere di partire dai contenuti. Che riforme vuole, quale idea di paese intende perseguire? La strada percorsa finora da Generazione Italia fatta di democrazia, partecipazione e trasparenza, è stata completata dalla nascita di Futuro e Libertà e dall’adesione di decine di migliaia di persone al Manifesto per l’Italia. Riprendiamo il Manifesto e leggiamolo bene.
Quello deve essere il punto di partenza della nostra attività politica, dei nostri progetti di legge, delle nostre iniziative. Quello è il nostro perimetro culturale, valoriale ed identitario. Una volta aderito al Manifesto tutto vien da sè ed il partito potrà convincere sulla base dei contenuti che propone e non sulla base dei sondaggi, delle alleanze, degli scontri verbali e parlamentari, etc. Non voglio con questo dire che le alleanze non sono importanti e che la gente non ci presta attenzione, anzi. Di attenzione da parte dell’opinione pubblica ce n’è fin troppa. Dobbiamo esser bravi noi a non far guardare il dito, ma la Luna. Del resto se il nostro perimetro politico è dato dal Manifesto è anche facile spiegare il perchè di certe direzioni prese e di certe alleanze che debbono essere conseguenza dei contenuti e non causa principale. Facciamo degli esempi ed iniziamo con la prima frase del Manifesto per L’Italia: “Noi amiamo l’Italia, la nostra Patria e la vogliamo orgogliosa e consapevole, unita nelle sue differenze, civile e generosa, tollerante ed accogliente;” possiamo certamente affermare che una frase del genere rende incompatibile un’eventuale alleanza con un partito che all’art. 1 del suo statuto recita:”Il Movimento politico Lega Nord per l’Indipendenza della Padania ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”.
Altro esempio:”Un’Italia severa con chi vìola le leggi, attenta alla sicurezza dei cittadini; un’Italia con un fisco equo, che sanzioni l’abusivismo e l’evasione fiscale, che combatta parassiti e furbi e premi la dignità del lavoro.”………”Un’Italia intransigente contro la corruzione e contro tutte le mafie, che promuova la legalità, l’etica pubblica e il senso civico”. Queste due frasi appaiono in netto contrasto con l’immagine e parte della politica che ad oggi persegue il PDL. Continuiamo:”Un’Italia del merito, senza privilegi, caste e rendite di posizione, dove tutti abbiano uguali opportunità e vengano premiati i più capaci.” Questa frase sarebbe compatibile con la prima Forza Italia, quella dellarivoluzione liberale, ma francamente oggi appare quantomeno risibile se associata ad un’eventuale alleanza con il partito autotrasformatosi in destra radicale. Ad un’attenta analisi sono veramente poche le frasi che potrebbero suffragare un’accordo con l’attuale PDL. Una volta superato il berlusconismo, però, chissà. Certamente ci sono frasi che escludono a priori anche un’alleanza con la sinistra vendoliana: “Un’Italia protagonista e competitiva nel mondo, aperta al mercato e alla concorrenza.”………”Un’Italia che rimetta in moto lo sviluppo economico puntando sulle imprese, sui giovani e sulle donne, sull’economia verde, sullo sviluppo della rete, un’Italia che produca più ricchezza e garantisca una maggiore qualità della vita.”
Una volta definiti i contenuti tutto è più facile, comprensibile e spiegabile alla gente, che del resto vuole semplicità, buona volontà e riforme che rimettano in marcia il paese dal punto di vista sociale, culturale ed economico. Siamo qui per questo.
di Alessandro Piergentili
Etichette:
alleanze,
contenuti,
Fli,
Futuro e Libertà,
Generazione Giovani,
Generazione Italia,
idee,
Pdl,
polo della nazione,
Terzo Polo
INTERVISTA A SERENELLA ACCORSI
![]() |
| Serenella Accorsi |
Uno Stato liberale e laico, una Destra, liberale e laica. Questo è il messaggio.
A conferma che l'uomo morto è certamente quello con la pistola è che le reazioni non si sono concretizzate in parole altrettanto rispettose.
Sms e email minacciose non hanno comunque intimidito la sorridente leader di Generazione Italia. Forse qualcuno si è stupito leggendo che votava a sinistra. Qualcun'altro invece del fatto che in momenti così incerti come quelli che stiamo vivendo c'è qualcuno che abbia le idee così chiare.
Ho sentito il desiderio di farle alcune domande. Tre minuti dopo (potenza della rete) avevo già concordato l'intervista con Serenella. Partiamo appunto con la chiarezza delle idee e da cosa hanno origine.
![]() |
| Serenella Accorsi e Italo Bocchino (dall'album di FLI liberali e laici - Serenella Accorsi ) |
I 3 valori più importanti per te, nella vita e nella politica.
Più che valori li chiamerei imperativi categorici, traducendo il concetto in termini filosofici. Francamente non riesco a fare distinzioni tra gli imperativi categorici più importanti nella vita e nella politica. Per me sono gli stessi. Perché la politica, almeno come la intendo io e come vorrei fosse, non è finzione e non è separata dalla vita. Quando si separa non fa più parte della Polis, è già marcia e corrotta, perché distante dai cittadini. Dunque, coerenza, giustizia e coraggio. Questi sono i miei imperativi, in ogni cosa che faccio. Nella vita, nel lavoro e nella politica.
Teatro e Politica. Quali le cose in comune?
Molte, moltissime cose in comune. Perché il teatro è un luogo prima di tutto di aggregazione e poi è uno strumento formidabile per veicolare messaggi. Il teatro può essere anche politica, e non sto parlando del cosiddetto teatro d’impegno civile, parlo del teatro in generale. Anche il teatro comico può veicolare messaggi di tipo politico, e con questo attenzione non intendo partitico, non produrrei mai uno spettacolo per fare propaganda finiana o altro per intenderci, intendo proprio di interesse collettivo. Produco spettacoli di Giorgio Albertazzi così come di Leonardo Manera, per fare due esempi, totalmente apoliticizzati ma con grandi contenuti, veicolati ovviamente attraverso generi diversi. Il teatro è un posto magico per questo, perché non ha barriere e non ha filtri, l’attore e tutto lo spettacolo parlano diretti alla mente e al cuore delle persone. Il teatro non è finzione. Forse è il luogo più reale che ci è rimasto.
Finiana o Fli-sta? Credi nella leader?
Più finiana che Fli-sta, nel senso che la visione politica di Gianfranco Fini mi corrisponde moltissimo. Quella di Fli è difficile a dire quanto mi corrisponda. Primo perché è fatta di tante anime così come è giusto che sia, secondo perché è ancora in divenire, è ancora tutta da costruire. Certamente mi sento di appartenere a Fli, perché è dal primo di aprile che lavoro incessantemente per arrivare alla costruzione di questo nuovo soggetto politico. Pensi che ho aperto il circolo di Generazione Italia Bologna su Fb la notte tra l’1 e il 2 aprile. In maggio appena è stato possibile ho costituito il circolo territoriale di Bologna. Si può certo dire che aspettavo questo momento da tanto, tanto tempo.
Per quanto riguarda la leadership credo che oggi, più che di un altro leader, francamente ne abbiamo fin troppi, abbiamo bisogno di eroi, di poeti rivoluzionari, citando Oriana Fallaci. Perché “la storia del mondo ci ha ben fornito la prova che morto un leader se ne inventa un altro, morto un uomo d’azione se ne trova un altro. Morto un poeta, invece, eliminato un eroe, si forma un vuoto incolmabile, e bisogna attendere che gli dei lo facciano resuscitare. Chissà dove, chissà quando”. Ecco, io mi aspetto da Fini che faccia l’eroe in questo senso. D’altra parte non sono un’iconolatra: credo nelle idee, nei pensieri, non nelle immagini delle persone. Dunque non è solo Fini. E’ la squadra che ora deve riempire Fli di contenuti partendo, e non tradendo, la traccia finiana. In questo devono stare molto attenti. Perché se si perde la strada di Fini si perderanno moltissimi consensi.
![]() |
| Serenella Accorsi a Perugia (dall'album di FLI liberali e laici - Serenella Accorsi ) |
A governare assieme? Ma questa è una domanda tipo “preferiresti vivere l’inferno o morire”…no non ci cado.
Esclusa categoricamente la prima la seconda è pura fantapolitica. Fini e Vendola politicamente sono distanti anni luce per fortuna. Diciamo che mi piacerebbe vedere piuttosto uno scontro bipolare Fini - Vendola, ecco, questo sì.
Quante sono le probabilità di unire tutte le opposizioni prima del voto?
Non sono una politologa e non ho nemmeno la sfera di cristallo. Avrei preferito che Fli andasse da solo, con il suo nome il suo logo e il suo “eroe”, lo chiamo così rispetto a quanto detto prima. Ma oramai credo sia necessaria l’alleanza in corso, il cosiddetto Terzo Polo, a patto che vengano rispettate le identità. Fli è di destra liberale, è laico e guarda all’Europa. Così è nato e così deve restare, anzi crescere. Si rispetti la nostra identità e noi rispetteremo quella dei nostri alleati ma senza essere fagocitati dal centro. Se abbiamo fatto tutto questo solo per mettere i bastoni tra le ruote a Berlusconi, il progetto Fli fallirà. Perché il progetto di Fini è un progetto alto ed ambizioso che ha risvegliato la passione politica in moltissimi italiani, oltreché a ridarci finalmente la dignità. L’alleanza funzionerà solo se riusciremo ad essere prima di tutto convinti noi di questo, e poi se riusciremo anche a comunicare alle persone che non si tratta di una manovra di Palazzo, ma come dice Campi di “un progetto duraturo e articolato”. L’abbiamo detto più volte. Non moriremo democristiani. Non abbiamo nessuna intenzione di farlo.
E' più di destra il terzo polo o il pdl?
Il Pdl non è. Non mi faccia aggiungere altro. L’ha detto Fini a Mirabello: “come si fa a rientrare in qualcosa che non esiste più”. Ecco il Pdl non esiste più. Ora è solo un agglomerato di persone che una volta sparito Berlusconi svaniranno come neve al sole. O in qualche galera. Purtroppo però qualcuno si riciclerà, come sempre avviene. Spero che a quel punto ci sia da parte di Fli uno sbarramento d’acciaio. Che vengano rottamati tutti e si mettano finalemnte in gioco, come Generazione Italia ha detto all’inizio, facce nuove e giovani, che portino energia e idee. Spero vivamente mantengano questa promessa. La base, mi creda, sta guardando con attenzione a questo. E se non accadesse sono sicura che non se ne starà in un angolo a guardare. Anzi.
Che ne dici delle Primarie anche nel polo della nazione?
Per quel che ho visto nel centro sinistra sono un falso giochino. I vincitori sono sempre stati decretati prima dell’inizio della partita. Comunque, ragionando così su un’ipotesi, ovviamente io, noi, vogliamo Fini a capo del PDN, e sarebbe anche giusto perché se non ci fosse stato Fini, questa pagina di Storia nessuno l’avrebbe girata. E’ stato coraggioso come nessun politico dell’era berlusconiana. E questo gli va riconosciuto. In caso non fosse così e immaginando le primarie la sfida sarebbe tra Fini e Casini, Rutelli ha poco peso direi, e a quel punto sarei pronta a giocarla. Anche se, diciamolo con franchezza, si vince anche con il denaro e i due finanziatori di Casini, sono molto potenti da questo punto di vista. Ma non mi fanno paura. Perché a volte le idee coraggiose vincono contro il potere. Davide ha vinto contro Golia. Bisogna crederci e avere coraggio.
Gasparri e La Russa. Un aggettivo per ciascuno.
Passiamo alla prossima domanda per favore. Preferisco impiegare il mio tempo in modo migliore.
Moffa dice: Il disegno originario che ha dato vita a Futuro e liberta' e' stato snaturato, perche' Fli doveva restare nel perimetro del centrodestra senza fughe terzopoliste.
Quanto Condividi da 1 a 10?
Sono d’accordo con quanto hanno affermato Sofia Ventura e Alessandro Campi, Berlusconi deve essere un concorrente ma non un nemico. La sinistra si è affossata con il “sistema del nemico”. E’ sotto gli occhi di tutti però che non era più possibile restare nel Pdl, ed è inutile che ripercorra tutte le tappe della vicenda. Berlusconi ci ha sbattuto fuori e fino alla settimana scorsa ha fatto finta di trattare. La cosa che mi stupisce un po’ è che i nostri ci abbiano provato fino all’ultimo giorno a trovare un margine d’intesa…ci sono stati assieme 16 anni e ancora non avevano capito che di lui non ci si può fidare? Bene, credo ora l’abbiano capito. Dunque a questo punto condivido quanto detto da Moffa 1, visto che lo zero non c’è.
Hai ricevuto ancora minacce?
Diciamo così, visto che è tutto secretato: sono state più che sufficienti e veramente inquietanti. Ma non mi sono fermata nemmeno un momento. Ho coraggio, come ho detto all’inizio. E’ un imperativo categorico. E soprattutto, io ci credevo e ci credo ancora.
di Giovanni Coletta
da http://giannicoletta.blogspot.com
Etichette:
Alessadro Campi,
Berlusconi,
Fini,
Fli,
Fli liberali e laici,
Futuro e Libertà,
Generazione Giovani,
Generazione Italia,
Mirabello,
polo della nazione,
Serenella Accorsi,
Sofia Ventura,
Terzo Polo
IO SONO UN POLIZIOTTO
Io sono un poliziotto del Reparto mobile. Io c’ero martedì scorso. Ero a piazza del Popolo. A piazzale Flaminio. Ero sui mezzi a correre dove c’era bisogno. Ero ad ascoltare la radio, le richieste di aiuto dei colleghi in difficoltà. Ho letto i giornali. I gruppi di Facebook e i commenti su internet. La lettera di Saviano e gli editoriali di prestigiose firme e i commenti di gente normale. Vorrei poter dire che cosa si prova quando si è in piazza. Vorrei non dover leggere (tutte le volte) che i poliziotti scendono con l’animosità di chi si trova un nemico davanti. Noi non abbiamo nemici precostituiti. Noi non abbiamo nessuna voglia di menare le mani nè tantomeno di regolare dei conti. E quando leggo certe cose mi domando sempre: ma davvero c’è qualcuno che pensa che chi esce per lavorare lo faccia con la speranza di dover fare a botte? Noi lo sappiamo che oltre all’incolumità fisica rischiamo un avviso di garanzia o un’indagine interna nel caso si sbagli. La maggior parte di noi è sposata ed ha figli. Vi immaginate cosa prova quando gli dicono "è un atto dovuto. Nomina un avvocato". Io non dico che noi non sbagliamo mai. Sbagliamo. Io sbaglio. Ma vorrei con tutto il cuore che chi è chiamato, giustamente, a giudicare i nostri errori vivesse una giornata insieme a noi. Perchè quando senti urlare per radio "ci stanno massacrando" e riconosci la voce di uno dei tuoi amici ti vengono i brividi. Perchè nel cuore di tutti noi c’è il pensiero di poter essere quel finanziere solo a cui tolgono il casco. E perchè è un attimo che qualcuno ti salga sulla testa e ti spenga per sempre. Alla violenza non ci si abitua mai. Ricordatevi di Filippo Raciti. E’ morto per un colpo, che gli ha distrutto il fegato. Non per un colpo di pistola. Un sampietrino, un colpo di spranga, una molotov... possono uccidere. O lasciare segni che non passeranno mai. Sono un uomo come tanti. E faccio il poliziotto. Non sono il poliziotto migliore che ci sia. Forse ho colpito gente che non lo meritva. Ma io mi sono voltato a guardare piazza del Popolo dopo averla liberata dai manifestanti. E ho visto le carcasse delle auto bruciate, le vetrine infrante, la strada devastata, i monumenti imbrattati. E già sapevo che qualcuno avrebbe detto... "ma la polizia perchè ha permesso tutto questo?" O anche "è successo perchè i poliziotti hanno provocato". E sentivo il numero dei poliziotti feriti che saliva. Per me dietro ad ogni ferito c’è un nome e un volto. 57 feriti è statistica. 57 uomini sono 57 storie. Voi avete tutto il diritto di guardare al nostro lavoro con spirito e senso critico. Non mi voglio sottrarre alle valutazioni sulle mie azioni. Ma vorrei non venisse consentito a nessuno di giudicare il mio animo. Internet è pieno dei volti di manifestanti che raccontano di aver subito violenze da parte nostra. Alcuni hanno del sangue. Su internet non trovate i nostri volti. Le nostre ferite non le ostentiamo. Noi. Che non siamo diversi da "voi". Che non odiamo ma possiamo avere paura. Che non vorremmo dover colpire ma a volte dobbiamo farlo. Che mercoledì 22 saremo ancora in piazza. E sui mezzi che ci portano ore prima sui luoghi più caldi ci diremo che mancano tre giorni a Natale. E che... al ritorno... speriamo di essere tutti e di non dover pensare che c’è un collega a cui far visita in ospedale. Ora dovrei mettere un nome. Ma vi ho scritto cosa faccio, non chi sono. Per questo mi firmo..
Un poliziotto
da "Il Corriere della Sera" del 19 dicembre 2010
Etichette:
devastazione,
disordini,
forze dell'ordine,
manifestanti,
piazza,
polizia,
Poliziotto,
Roma,
scontri,
studenti
AUGURI DI NATALE DA UN TRADITORE
Ebbene sì, sono un traditore. Sono nato nel 1963, diciotto anni dopo la caduta di Berlino. Cinquantamila carri russi puntati sull’Europa. La dottrina dell’equilibrio strategico (nucleare perdinci!). Cuba. Il Vietnam. Il comunismo era una minaccia reale, concreta. E io ho respirato anticomunismo fin dai primi istanti.
Sono cresciuto negli anni ’70. Il “regime” DC (e PCI) e lo stragismo. La contestazione studentesca (frequento il liceo a Milano, figuriamoci). Gli anni di piombo e le Brigate Rosse. Choc petrolifero e austerity. La caduta di Saigon (mi ricordo come fosse ieri, avevo 12 anni). Il Patto di Varsavia sembra inarrestabile. Si vive un po’ in uno stato d’assedio, unica luce Montanelli. E l’anticomunismo è per noi una religione. Per tutti gli altri la destra è una bestemmia, soprattutto a Milano dove si vive nelle catacombe (le fogne appunto, come ironicamente ripreso dalla fanzine “La voce della fogna” dei ragazzi della Nuova Destra). Conservatori o fascisti o liberali, ci sentiamo in guerra (non so se i più giovani riusciranno mai a capire …) e ci prepariamo di conseguenza. L’imperialismo americano fa nascere i primi dubbi. Il golpe del Cile, i desaparecidos argentini.
Sono diventato uomo negli anni ’80. La fine degli anni di piombo, della contestazione e la sconfitta del terrorismo. Reagan e la Thatcher. Wojtyla e Solidarność. Il “disimpegno”, CL e la new wave. Craxi e il pentapartito. La mia personale, scoperta di de Benoist e della Nuova Destra, che mi allontana da preconcetti e schemi, e, in buona sostanza, dalla politique politicienne. Nonostante lo scontro SS-20 vs. “euromissili” si sente nell’aria che qualcosa sta cambiando. Non ce ne accorgiamo quasi ma arriva il 1989. Sono sotto le armi il 9 novembre quando cade il muro, e piango come un bambino. Pare che l’incubo sia finito e Fukuyama elabora la “fine della storia” (“lol” verrebbe da dire con il senno di poi).
E qui inizia il bello. L’onda lunga della “fine della storia” travolge la Prima repubblica. Craxi e la DC cadono sotto i colpi della Magistratura con plauso e gaudio di buona parte degli italiani (mi ricordo un brindisi in ufficio - tutti moderati o di destra - per il primo mandato d’arresto a Craxi). Ma c’è un problema, per noi di destra, i giudici lambiscono appena il PCI (sembrava impossibile, il “Partito Comunista” in sella, con tutto quello che era successo…). Nel 1993 faccio il mio primo viaggio nei paesi ex-comunisti, e in Germania mi sembra di rivivere “1984” di Orwell (libro che mi ha segnato come pochi). Al ritorno sembra ormai chiaro e sicuro che vincano “loro” che, intelligentemente senza toccare una virgola, fanno la “Bolognina” e si ripresentano candidi come gigli. E salta fuori lui. Proprio lui, Silvio Berlusconi. Dice che piuttosto che vedere sindaco di Roma uno di sinistra (Rutelli, curioso no?), voterebbe Fini (che peraltro fino al ’91 manifestava, nemmeno troppo a torto a mio avviso, a favore di Saddam contro l’imperialismo yankee). Fini? Un fascista? Perché no? Fini perde ma di poco, e nasce una speranza. Quella, inseguita da decenni, di avere nel nostro Paese un partito di destra democratico, moderno e presentabile (magari anche un po’ liberale, ma in senso “sabaudo”). Berlusconi, con mezzi, capacità e audacia davvero eccezionali, crea un’operazione politica storica e irripetibile. Con la sua struttura aziendale di promozione finanziaria, l’appoggio dei transfughi del PSI e dei cattolici di CL e soprattutto, dei suoi apparati mediatici, crea un nuovo partito dei moderati: Forza Italia. Non solo, coalizza (il diavolo e l’acqua santa), con indubbio merito storico gli ex fascisti dell’MSI che diventano Alleanza Nazionale con i leghisti (e pure i cattolici moderati di Casini e Mastella, curioso no?) e vince le elezioni. E l’anticomunismo è il vero collante di questa (e in fondo delle successive) vittoria elettorale. Smetto la cronistoria e vado al punto. Berlusconi vince tre volte le elezioni (1994, 2001 e 2008) e sempre con lo stesso mandato dagli italiani:
Sono cresciuto negli anni ’70. Il “regime” DC (e PCI) e lo stragismo. La contestazione studentesca (frequento il liceo a Milano, figuriamoci). Gli anni di piombo e le Brigate Rosse. Choc petrolifero e austerity. La caduta di Saigon (mi ricordo come fosse ieri, avevo 12 anni). Il Patto di Varsavia sembra inarrestabile. Si vive un po’ in uno stato d’assedio, unica luce Montanelli. E l’anticomunismo è per noi una religione. Per tutti gli altri la destra è una bestemmia, soprattutto a Milano dove si vive nelle catacombe (le fogne appunto, come ironicamente ripreso dalla fanzine “La voce della fogna” dei ragazzi della Nuova Destra). Conservatori o fascisti o liberali, ci sentiamo in guerra (non so se i più giovani riusciranno mai a capire …) e ci prepariamo di conseguenza. L’imperialismo americano fa nascere i primi dubbi. Il golpe del Cile, i desaparecidos argentini.
Sono diventato uomo negli anni ’80. La fine degli anni di piombo, della contestazione e la sconfitta del terrorismo. Reagan e la Thatcher. Wojtyla e Solidarność. Il “disimpegno”, CL e la new wave. Craxi e il pentapartito. La mia personale, scoperta di de Benoist e della Nuova Destra, che mi allontana da preconcetti e schemi, e, in buona sostanza, dalla politique politicienne. Nonostante lo scontro SS-20 vs. “euromissili” si sente nell’aria che qualcosa sta cambiando. Non ce ne accorgiamo quasi ma arriva il 1989. Sono sotto le armi il 9 novembre quando cade il muro, e piango come un bambino. Pare che l’incubo sia finito e Fukuyama elabora la “fine della storia” (“lol” verrebbe da dire con il senno di poi).
E qui inizia il bello. L’onda lunga della “fine della storia” travolge la Prima repubblica. Craxi e la DC cadono sotto i colpi della Magistratura con plauso e gaudio di buona parte degli italiani (mi ricordo un brindisi in ufficio - tutti moderati o di destra - per il primo mandato d’arresto a Craxi). Ma c’è un problema, per noi di destra, i giudici lambiscono appena il PCI (sembrava impossibile, il “Partito Comunista” in sella, con tutto quello che era successo…). Nel 1993 faccio il mio primo viaggio nei paesi ex-comunisti, e in Germania mi sembra di rivivere “1984” di Orwell (libro che mi ha segnato come pochi). Al ritorno sembra ormai chiaro e sicuro che vincano “loro” che, intelligentemente senza toccare una virgola, fanno la “Bolognina” e si ripresentano candidi come gigli. E salta fuori lui. Proprio lui, Silvio Berlusconi. Dice che piuttosto che vedere sindaco di Roma uno di sinistra (Rutelli, curioso no?), voterebbe Fini (che peraltro fino al ’91 manifestava, nemmeno troppo a torto a mio avviso, a favore di Saddam contro l’imperialismo yankee). Fini? Un fascista? Perché no? Fini perde ma di poco, e nasce una speranza. Quella, inseguita da decenni, di avere nel nostro Paese un partito di destra democratico, moderno e presentabile (magari anche un po’ liberale, ma in senso “sabaudo”). Berlusconi, con mezzi, capacità e audacia davvero eccezionali, crea un’operazione politica storica e irripetibile. Con la sua struttura aziendale di promozione finanziaria, l’appoggio dei transfughi del PSI e dei cattolici di CL e soprattutto, dei suoi apparati mediatici, crea un nuovo partito dei moderati: Forza Italia. Non solo, coalizza (il diavolo e l’acqua santa), con indubbio merito storico gli ex fascisti dell’MSI che diventano Alleanza Nazionale con i leghisti (e pure i cattolici moderati di Casini e Mastella, curioso no?) e vince le elezioni. E l’anticomunismo è il vero collante di questa (e in fondo delle successive) vittoria elettorale. Smetto la cronistoria e vado al punto. Berlusconi vince tre volte le elezioni (1994, 2001 e 2008) e sempre con lo stesso mandato dagli italiani:
- Liberarci da corporativismo e interessi particolari (sembra ironico col senno di poi) dilaganti a tutti i livelli;
- Ridurre il peso economico dello Stato e, soprattutto, le imposte;
- Rilanciare lo sviluppo economico e la “modernizzazione” del Paese.
Cos’è successo in questi sedici anni? Sono stati evocati complotti di ogni ordine e grado: i comunisti appunto, la magistratura, i “poteri forti” e chi più ne ha più ne metta. Ma nulla è stato fatto di quanto chiesto e sempre promesso. L’Italia è un paese sempre più lottizzato, in mano a corporazioni e poteri forti, in arretramento culturale e economico (scusate la priorità), con un peso dello Stato e delle imposte insostenibile, che sta soffocando tutto e tutti. E peggio ancora, senza una visione e un progetto di società né a “destra” e tantomeno a “sinistra”. Berlusconi ha avuto in due circostanze maggioranze notevoli o clamorose, e cosa è stato fatto? Leggi ad personam come la “Gasparri” (poveri noi…) tante, alcuni condoni, riforme serie nessuna. E noi moderati abbiamo bevuto tante belle storielle e siamo stati complici di tutto ciò con il nostro voto (anche se era ad AN). Ci siamo messi le fette di prosciutto davanti alla concentrazione dell’informazione e all’impoverimento culturale causate da quel modello (sì proprio quello!), davanti a comportamenti che sono diventati inauditi e che gettano vergogna su noi tutti (e da anni, non facciamo gli gnorri), davanti all’utilizzo sistematico di rancori e paure (ahimè mai sopiti), davanti al continuo sventolare di un anticomunismo che mi ricorda tanto l’antifascismo dei tempi passati (deve i fascisti erano quelli che non la pensavano come gli antifascisti medesimi o che a loro davano in qualche modo fastidio). Oggi in un mondo dove un Paese della zona Euro può dare default, dove Facebook ha 500 milioni di iscritti, dove è iniziato la più grande competizione globale da due secoli a questa parte, che senso ha tutto ciò, se non per difendere (anzi coprire) i propri interessi?
Allora sì sono un “traditore”. Non mi interessa più l’area di provenienza delle persone, possono essere stati anche marxisti, o cattolici, o fascisti. Ma se hanno una certa idea dell’Italia, se vogliono cambiare lo stato - vergognoso - delle cose, se vogliono costruire un’Italia migliore per i propri figli sono fiero di essere loro compagno di viaggio e di “tradire” i signori che più ci hanno governato negli ultimi 15 anni. E che hanno fatto fior di Bicamerali con i degni compari di sinistra, senza essere mai “traditori” loro. Il mio anticomunismo (sul quale non accetterei molte lezioni) lo butto a mare. Abbiamo visto di che cosa sono capaci con il “metodo Boffo” o le tragiche (per l’Italia) compravendite in Parlamento. Abbiamo visto i comportamenti indegni (altro che Paese normale, qui siamo al livello di una repubblica delle banane!) e io non ne posso più.
E voglio i miei regali di Natale. Ad esempio un progetto per evitare la catastrofe e per costruire un futuro non dico sereno ma degno e vivibile. Oppure poter esprimere le mie idee liberamente senza essere chiamato venduto. O anche un Paese che non soffochi nel pattume e dove non crollino i monumenti. E se non passa Babbo Natale? Sarà dura, lo sappiamo, dovremo fare da noi. “Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, (…), chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. “ (P. Neruda)
Tanti auguri a tutti, traditori e traditi.
Cos’è successo in questi sedici anni? Sono stati evocati complotti di ogni ordine e grado: i comunisti appunto, la magistratura, i “poteri forti” e chi più ne ha più ne metta. Ma nulla è stato fatto di quanto chiesto e sempre promesso. L’Italia è un paese sempre più lottizzato, in mano a corporazioni e poteri forti, in arretramento culturale e economico (scusate la priorità), con un peso dello Stato e delle imposte insostenibile, che sta soffocando tutto e tutti. E peggio ancora, senza una visione e un progetto di società né a “destra” e tantomeno a “sinistra”. Berlusconi ha avuto in due circostanze maggioranze notevoli o clamorose, e cosa è stato fatto? Leggi ad personam come la “Gasparri” (poveri noi…) tante, alcuni condoni, riforme serie nessuna. E noi moderati abbiamo bevuto tante belle storielle e siamo stati complici di tutto ciò con il nostro voto (anche se era ad AN). Ci siamo messi le fette di prosciutto davanti alla concentrazione dell’informazione e all’impoverimento culturale causate da quel modello (sì proprio quello!), davanti a comportamenti che sono diventati inauditi e che gettano vergogna su noi tutti (e da anni, non facciamo gli gnorri), davanti all’utilizzo sistematico di rancori e paure (ahimè mai sopiti), davanti al continuo sventolare di un anticomunismo che mi ricorda tanto l’antifascismo dei tempi passati (deve i fascisti erano quelli che non la pensavano come gli antifascisti medesimi o che a loro davano in qualche modo fastidio). Oggi in un mondo dove un Paese della zona Euro può dare default, dove Facebook ha 500 milioni di iscritti, dove è iniziato la più grande competizione globale da due secoli a questa parte, che senso ha tutto ciò, se non per difendere (anzi coprire) i propri interessi?
Allora sì sono un “traditore”. Non mi interessa più l’area di provenienza delle persone, possono essere stati anche marxisti, o cattolici, o fascisti. Ma se hanno una certa idea dell’Italia, se vogliono cambiare lo stato - vergognoso - delle cose, se vogliono costruire un’Italia migliore per i propri figli sono fiero di essere loro compagno di viaggio e di “tradire” i signori che più ci hanno governato negli ultimi 15 anni. E che hanno fatto fior di Bicamerali con i degni compari di sinistra, senza essere mai “traditori” loro. Il mio anticomunismo (sul quale non accetterei molte lezioni) lo butto a mare. Abbiamo visto di che cosa sono capaci con il “metodo Boffo” o le tragiche (per l’Italia) compravendite in Parlamento. Abbiamo visto i comportamenti indegni (altro che Paese normale, qui siamo al livello di una repubblica delle banane!) e io non ne posso più.
E voglio i miei regali di Natale. Ad esempio un progetto per evitare la catastrofe e per costruire un futuro non dico sereno ma degno e vivibile. Oppure poter esprimere le mie idee liberamente senza essere chiamato venduto. O anche un Paese che non soffochi nel pattume e dove non crollino i monumenti. E se non passa Babbo Natale? Sarà dura, lo sappiamo, dovremo fare da noi. “Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, (…), chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. “ (P. Neruda)
Tanti auguri a tutti, traditori e traditi.
di Stefano Marani Tassinari
Etichette:
"nuova Destra",
Berlusconi,
Fli,
Futuro e Libertà,
Generazione Giovani,
Generazione Italia,
traditore
Iscriviti a:
Post (Atom)


