mercoledì 15 dicembre 2010

E ORA, SI TORNI A FARE POLITICA

Sarà una partita difficile, ma l'unica da giocare


Berlusconi ha vinto, Fini ha perso. Quest’ultimo aveva scommesso – numeri alla mano – sulla sfiducia al Presidente del Consiglio e in subordine sulle sue dimissioni prima del voto in aula. Non è andata così e dunque c’è poco da sottilizzare circa l’esito reale della conta.
Bersani, ottimista oltre ogni misura, ha definito quella del Cavaliere la classica “vittoria di Pirro”. In effetti, tre voti di maggioranza – peraltro ottenuti grazie ai ripensamenti dell’ultima ora di alcuni finiani – sono davvero pochi per governare come la situazione dell’Italia richiederebbe. Resta il fatto che con questo risultato Berlusconi ha conseguito almeno tre obiettivi, dal suo punto di vista tutt’altro che irrilevanti:
1) ha dimostrato, a chi lo dava con un piede nella fossa, di essere ancora lui il più forte, non perché toccato da un carisma che lo rende invincibile e potenzialmente insostituibile agli occhi degli italiani, come si ostinano a dire i suoi seguaci, ma perché ancora dispone di risorse doti e riserve – materiali e psicologiche – che gli altri semplicemente non hanno nella stessa misura;
2) ha affossato qualunque ipotesi di governo tecnico o istituzionale, per il quale con ogni evidenza non esistono i numeri in Parlamento, ammesso sia mai esistito un serio accordo politico tra le opposizioni finalizzato a questo traguardo (figuriamoci, queste ultime non si sono mai messe d’accordo nemmeno su un’ipotesi di legge elettorale alternativa all’attuale);
3) ha preso saldamente nelle sue mani la guida politica della crisi (quella formale resta ovviamente di pertinenza del Capo dello Stato), che a questo punto – vista l’oggettiva precarietà numerica del governo – potrà imboccare solo due strade: l’allargamento al centro dell’attuale maggioranza (Lega permettendo e a Casini piacendo) oppure elezioni anticipate che nessuno a questo punto potrà negargli.
Quanto a Fini, le sconfitte bruciano, ma in politica – come la storia e la cronaca insegnano – non sono mai definitive, purché se ne tragga la giusta lezione, il che significa chiedersi cosa non ha funzionato nelle scelte e nei ragionamenti del Presidente della Camera.

Perfetto da Mirabello sino a Bastia, l’impressione è che il suo percorso si sia fatto più accidentato e sfuggente nelle settimane successive. Per cominciare dal discorso tenuto nella cittadina umbra, c’era proprio bisogno, dopo aver annunciato il ritiro della propria delegazione dal governo, di mettere sul tappeto, in quel modo tanto plateale e ultimativo, la richiesta di dimissioni del Presidente del Consiglio? Non sarebbe stato meglio riservarsi questa carta per un momento successivo? Come se non bastasse, nelle settimane che hanno preceduto il voto di fiducia i finiani hanno dato l’impressione di muoversi un po’ troppo all’impronta e senza un chiaro disegno politico, di inseguire prospettive e ipotesi troppo diverse tra di loro, persino inconciliabili le une con le altre: il Terzo Polo, l’esecutivo di emergenza nazionale, il Berlusconi bis, un centrodestra guidato da Tremonti o Letta, una grande coalizione con la sinistra. Un eccesso di tatticismo, che ha confuso l’opinione pubblica e, alla fine, creato ondeggiamenti anche nello stesso campo finiano.

Campo dal quale, nello stesso frangente, si sono levate troppe voci contrastanti, qualcuna persino querula e ossessiva, specie quando si è trattato di spiegare all’opinione pubblica le ragioni profonde del proprio dissidio col Cavaliere. Se un conto è la critica radicale al berlusconismo, la cui parabola discendente è sotto gli occhi di tutti, tutt’altro è l’estremismo ideologico antiberlusconiano di cui hanno dato prova alcuni finiani, probabilmente abbagliati dai troppi riflettori puntati su di loro. Forse è stato uno sbaglio – politico e di stile – mostrarsi così sprezzanti e aggressivi, addirittura insultanti, nei confronti di un leader con il quale dopotutto si è condiviso un lungo quindicennio di storia. Certo, i berlusconiani non hanno giocato di fioretto in questi mesi, specie nei confronti del Presidente della Camera, ma proprio per questo, per banale opportunismo, non bisognava scendere sullo stesso terreno: nel clima da stadio il Cavaliere ha sempre avuto la meglio.

Qualcuno dirà, a questo punto, che Fini è politicamente morto. In realtà, andato a vuoto il tentativo di far cadere Berlusconi per via parlamentare, secondo logiche e modalità d’azione tutte interne al Palazzo, per lui si apre ora una strada, certo tutta salita, ma potenzialmente foriera di buone opportunità. Una volta deciso di voler stare all’opposizione sino alla fine della legislatura, elezioni anticipate permettendo, Fini ha ora il tempo che gli serve per strutturare in modo più credibile e convincente il suo progetto di alternativa politico-culturale al berlusconismo. Visto che il tatticismo non ha pagato, gli tocca tornare al respiro politico lungo, quello che lo aveva caratterizzato – e reso interessante agli occhi di molti elettori ed osservatori – nel corso degli ultimi due anni. Se il suo obiettivo strategico è e rimane davvero edificare una “destra nuova” alternativa al populismo leghista-berlusconiano, di cui l’Italia ha disperatamente bisogno, l’appuntamento per lui decisivo è la nascita, il prossimo febbraio, del suo nuovo partito.

Da qui ad allora, dopo quello che è successo ieri, è chiaro che dovrà scontare dissidi e malumori, e magari qualche ulteriore defezione, al centro come in periferia. Ma è il prezzo da pagare per la strada che ha scelto di intraprendere. In questa prospettiva, dovrà anche chiedersi – cosa che ha non fatto sinora – se per realizzare i suoi ambiziosi obiettivi può affidarsi esclusivamente a compagni di strada che gli sono legati da rapporti di antica amicizia, personale e politica, ma che condividono poco o nulla del suo nuovo percorso.
Gli toccherà insomma svecchiare e innovare, anche a livello di gruppo dirigente, se non vuole ritrovarsi a guidare – come ha sempre negato di voler fare – una piccola e insignificante An. Dovrà lasciarsi alle spalle le alchimie e le formule di bassa politica parlamentare con le quali si è inutilmente spaccato la testa in queste settimane e tornare a dialogare con l’opinione pubblica e la società, dando sostanza al disegno movimentista e riformatore che ha annunciato a suo tempo.

Sarà una partita anche questa difficile, ma è l’unica, per come si sono messe le cose, che gli rimane da giocare. Se la vincerà, potrà inserirsi nuovamente da protagonista nello scenario comunque ineluttabile del dopo-Berlusconi. Se la perderà, non sarà perché il destino è boia o il Cavaliere immortale, ma perché qualcuno al suo posto si sarà dimostrato politicamente più creativo, convincente, determinato e lungimirante.


di Alessandro Campi

direttore scientifico della fondazione "Farefuturo"


da "Il Riformista" del 15 dicembre 2010

1 commento:

  1. Il punto di vista di Alessandro Campi sul "day after", sull'esigenza da oggi 15 dicembre di pensare a costruire una destra europea che guardi al futuro !

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