domenica 26 dicembre 2010

"COSI' RACCONTO MESSINA DENARO "L'INVISIBILE" DELLA NUOVA MAFIA"

Giacomo Di Girolamo ci parla del suo libro e del "giornalismo residente"

«Non sei neanche un cinquantino. Sei nato nel 1962.
Ami le diavolerie tecnologiche.
Fumi tanto, preferibilmente Malboro rosse.
Portavi da giovane occhiali Rayban a goccia, per nascondere il tuo occhio strabico.
Ti piace vestirti alla moda.
Fai affari con mezzo mondo. Te lo ha insegnato tuo padre.
Hai il rimorso di vedere tua figlia pochissime volte. E sempre di fretta.
C’è chi ti chiama Diabolik per la tua passione per il fumetto.
Ti piace farti chiamare “Alessio”.
Da buon siciliano, sei molto legato alla tua famiglia.
Ti piacciono le donne straniere.
Qualcuno ti considera il ministro degli Esteri di Cosa nostra.
Se avessi continuato gli studi, avresti fatto il dottore o il mercante d’arte.
Qualcun altro ti chiama “u siccu”, il magro.
Di te dici: “Ho ucciso così tante persone che potrei riempire un cimitero”.
Questo, Matteo, è la tua storia. Che un po’ è anche la mia».

Matteo, è Matteo Messina Denaro. A raccontarlo è Giacomo Di Girolamo nel libro L’Invisibile (Editori Riuniti, 553 pagine, euro 15,00), che inizia con queste parole. Non una semplice biografia, ma un’inchiesta appassionata e documentata. Ogni giorno, in radio, Di Girolamo, cura una rubrica che si chiama “Dove sei Matteo?”, alla ricerca di indizi sulla sua latitanza.
Tutto nel segno di un “giornalismo residente”.

Di Girolamo, cos’è il “giornalismo residente”?

Rispetto ad un certo modo di fare giornalismo in Sicilia, si è creata nel tempo una sorta di retorica per cui si pensa che per far bene il mestiere di giornalista si debba per forza rischiare la vita. Ora, senza sottovalutare i pericoli – e senza dimenticare le storie di grandi giornalisti come Fava - si può fare bene giornalismo in Sicilia senza arrivare al giornalismo “resistente” e militante, assoluto, cioè un giornalismo che decide di liberare la Sicilia dalla mafia con una spinta missionaria. Il “giornalismo residente” recupera la funzione di giornalismo che racconta le cose e le chiama per nome. Si può fare in modo tranquillo e correndo sì dei rischi, che però ci sono in ogni mestiere. Quando ricevo una minaccia ovviamente mi faccio prendere dallo sconforto. Ma non credo che un minatore in Sardegna o un lavoratore delle saline di Trapani faccia una vita migliore della mia. Sono dei rischi che bisogna mettere in conto. Se tutti in Sicilia riprendessero il vizio di raccontare quello avviene attorno a loro, si passerebbe da un giornalismo resistente -che appartiene a pochi - a un giornalismo residente che invece è un valore di tutti. Senza raccontare i massimi sistemi, perché non cominciamo a raccontare bene ciò che ci circonda?

Come si racconta un latitante?
Un latitante si racconta dalle sue tracce - perché tutti lasciamo tracce - dai segni che lascia nel territorio, che sono tantissimi. Però bisogna saperli leggere. Il problema è che la “propaganda” della cattura dei latitanti spesso ci impedisce di leggere quelli che sono i segni della mafia sul territorio. Applaudiamo all’arresto di Falsone ma ci dimentichiamo, senza accorgercene, di parlare di come la mafia entra nei supermercati, nell’energia eolica, di come riesca a fare adepti tra i giovani, di quanta mafia ci sia negli studi di commercialisti, notai e avvocati.

Perché hai scelto di “raccontare” Matteo Messina Denaro?
Perché io “accanto” ho Matteo Messina Denaro. Dobbiamo smettere di sopravvalutare anche questo: il latitante non è un supereroe, un “Fantomas”. Se applichiamo la regola del marketing per cui tra le persone ci sono sei gradi di separazione questo significa che io e Matteo Messina Denaro abbiamo in comune un sacco di frequentazioni, essendo entrambi dello stesso territorio.

Chi è Matteo Messina Denaro?
È il nuovo capo della mafia, colui che Totò Riina chiamava “il mio gioiello”, erede anche di Provenzano. È il nuovo capo di Cosa nostra non in base alla nomina della Cupola - che non si riunisce più da quando Riina è stato arrestato - ma per un potere di fatto che gli è venuto dall’investitura di Riina a ridosso del suo arresto. Matteo Messina Denaro è la nuova mafia, che ha unito vecchi business a nuovi.

Matteo Messina Denaro, racconti, è un boss atipico rispetto alla tradizione mafiosa: è laico, gli piacciono le donne. È moderno o è solo una eccezione?
È un boss contemporaneo. La mafia delle coppole e dei pizzini, della ricotta e della cicoria non esiste più. O meglio esiste ma è legata a un livello caricaturale. Paradossalmente il ricambio generazionale della mafia è più veloce di quello della società civile, di un paese bloccato dalla gerontocrazia. Matteo Messina Denaro è un giovane che ha vissuto l’era pop, compreso il suo rapporto con le donne. Cinquanta anni fa non sarebbe stata possibile la sua ascesa criminale. Oggi sì perché unisce tratti di straordinaria modernità - che gli permette di capire cosa succede nel mondo: ricordiamoci che parla le lingue, capisce di arte - a un background mafioso.

Confrontandola a Provenzano e alla sua vita quasi “ascetica”, la diversità di Matteo Messina Denaro pone dei problemi nel rapporto con gli altri mafiosi? Il rapporto con gli altri mafiosi com’è?
Il rapporto di Matteo Messina Denaro con i mafiosi del territorio è di assoluta venerazione. Soprattutto per i mafiosi della provincia di Trapani è una sorta di Dio. Ci sono nostri coetanei che darebbero la vita per stargli accanto. Ed è questo che gli permette di essere ancora latitante. Con gli altri mafiosi ha un rapporto alla pari, di rispetto.

Dopo la reggenza di Denaro cambierà anche il codice “deontologico” del sistema mafia? Magari diventerà più “liquida”?
Cosa Nostra non può diventare liquida perché non è nel suo dna, perché ha una struttura di tipo verticistico. Ed è questo che porterà alla sconfitta di cosa nostra. Penso che Matteo Messina Denaro sarà l’ultimo capo dei capi di Cosa Nostra, perché ad oggi non saprei indicarti un solo nome di un suo possibile successore. Però non verrà sconfitta la mafia. Poi, secondo me, Matteo Messina Denaro non verrà arrestato ma verrà ucciso in un conflitto a fuoco come Salvatore Giuliano. Sarà l’ennesimo episodio di questa trattativa lunga un secolo e mezzo tra Cosa Nostra e lo Stato, che parte da Garibaldi e c’è sempre stata. Matteo Messina Denaro verrà ucciso perché porta con sé segreti troppo grandi.

Leggerà il tuo libro?
Credo l’abbia già letto! La vera novità di questo libro è che mette assieme tutto il materiale su di lui.

La Sicilia è “irredimibile”?
Lo è. E non perché lo ha detto Sciascia. Cosa Nostra potrà scomparire, ma non la mafia. Però non dimentichiamoci che lo stesso Sciascia poi continua la frase dicendo: “ma bisogna continuare ad agire come se lo fosse”. Ed è questo che ci dà la forza e la dignità di andare avanti ogni giorno assumendoci ognuno la responsabilità del proprio lavoro. Cosa che dovrebbero fare tutti: giornalisti, imprenditori, politici, ecc…

di Giovanni Marinetti

di "www.ffwebmagazine.it"

1 commento:

  1. Il giornalismo residente è un arma disarmante, banalizza la divinizzazione del boss, lo rende simile a noi e depotenzia la venerazione di cui è oggetto !

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