Rieccoci. Torna il Natale e ci risiamo, largo al politically correct che sa tanto di stupidità à la page.
Quest’anno è la scuola materna milanese di via Forze Armate 59 a uscirsene con la fulminante trovata: niente festeggiamenti natalizi, per evitare di offendere i bambini che appartengono a culture che non celebrano il Natale.
Lo racconta Franco Vanni in una pagina di cronaca cittadina del quotidiano Repubblica: data la presenza di un’alta percentuale di figli di genitori non cristiani e di bambini appena ammessi alla frequenza, che non parlano neppure italiano, per il collegio dei docenti della scuola la festa di Natale non s’ha da fare. A poco sono valse le proteste delle mamme che hanno tentato di spiegare come la festa del Natale «non fa male a nessuno» e, anzi, «Natale può essere un momento di incontro per le famiglie di ogni cultura e religione». La responsabile della scuola Angela Airaghi non ha dubbi: « È logico che i figli di testimoni di Geova, ebrei o musulmani non debbano imparare canzoncine cristiane».
L’anno scorso, stesso stile, era stata la volta di un’altra proposta: la “festa delle luci”. Un nuovo nome, copyright della scuola elementare Manzoni di Cremona, per chiamare il Natale, in modo da non offendere né escludere nessuno. Le luci? E allora i bambini ciechi? C’era già venuto da chiederci. Sì, perché, buonismo vuoto per buonismo vuoto, la prossima obiezione sarebbe potuta essere precisamente quella: niente luci decorative per non mettere a disagio chi non può vedere. Qualcosa di simile allo stucchevole perbenismo di chi si batte dimenandosi per chiamare gli handicappati diversamente abili e poi si dimentica in gran silenzio di fare gli scivoli per loro sui mezzi pubblici.
Peccato, però, che le questioni non si risolvano con un’appariscente ipocrisia di facciata, né i problemi si affrontino infiocchettandone il nome. Difficile pensare che si possa insegnare a un bambino il senso profondo del rispetto della diversità svuotando di significato e censurando i simboli della sua religione e della sua tradizione che non appartengono ai suoi compagni. Non servirà togliere Gesù bambino dalla culla per insegnare il valore dell’accoglienza. Né misconoscere le proprie radici per onorare il dialogo con chi ha storie e percorsi diversi.
Tanto più se l’oggetto in questione è il Natale, la festa dell’accoglienza e dell’inclusione per antonomasia. Quella che racconta di come il mondo degli umili abbia accolto una creatura fragile e indifesa e porti come protagonisti nel presepe innanzitutto gli emarginati, poveri, migranti e fuggitivi. E non importa se si creda o meno che quel bambino sulla paglia sia il Dio incarnato. Quel che conta è che quel simbolo faccia parte di noi, della nostra storia e tradizione. E sia un simbolo d’amore.
di Cecilia Moretti
da "www.ffwebmagazine"
Un bell'articolo di Cecilia Moretti che fotografa perfettamente l'ipocrisia del Natale non celebrato nelle scuole per un presunto rispetto del multiculturalismo che si trasforma in un auto-censura controproducente e irrispettosa delle nostre tradizioni !
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