Per anni il dibattito su questo ruolo, ancora marginale, delle donne ha visto contrapposte due diverse fazioni: da una parte le oltranziste (secondo una vecchia definizione, “le femministe”), secondo le quali la scalata ai posti di comando e a un legittimo riconoscimento delle loro capacità sarebbe dovuta avvenire in libera concorrenza con l’antagonista maschile, in una gara basata esclusivamente sul merito, dall’altra le più dialoganti, per le quali l’elemento essenziale era costituito dall’approdo a una legislazione ad hoc.Nel frattempo, mentre la politica maturava convinzioni che in non pochi ambiti della società civile già erano stati acquisiti e metabolizzati, emergevano dal mondo della finanza segnali di grande apertura in questo senso. Del 2009 è la dichiarazione di due riconosciuti protagonisti quali Corrado Passera (Intesa San Paolo) e Alessandro Profumo (Unicredit), a favore di un aumento delle donne dei cda, “anche attraverso quote rosa temporanee” (pur continuando a ritenere la selezione doverosamente ancorata al merito); più recente, dell’ottobre del 2010, l’intervento di Anna Maria Tarantola (Banca d’Italia), sull’utilità delle quote rosa come strumento di transizione.Ancora un dato, utile forse a delineare in maniera meno approssimativa la crescita femminile nei posti che contano: recenti indagini demografiche (sondaggio Aipb) evidenziano come il 37% (negli Stati Uniti è del 33%) della ricchezza nel nostro paese sia gestita da donne, nonostante esigue percentuali di libere professioniste (9%), imprenditrici (8%) e dirigenti (3%).Da ultimo, perché recentissimo e non certo in ordine alla sua importanza, un elemento di riflessione suggerito dalla lettura del “44° Rapporto sulla situazione sociale” del paese, redatto dal Censis. A fronte di una diffusa fragilità sia personale che di massa che si tramuta in una «perdita di consistenza del sistema» e di un largamente esteso fenomeno di disinvestimento individuale dal lavoro, risalta come l’occupazione femminile sembri contrapporsi alla crisi in maniera più efficace rispetto a quella maschile e, soprattutto, come, più in generale, le donne italiane abbiano un potenziale di aspirazioni molto alto. Si tratta evidentemente, volendo contestualizzare questi rilievi nel periodo di crisi del paese, senza peraltro fare cenno allo “scatto in avanti” che essi comportano per il “sottoriconosciuto” mondo femminile, di un punto di forza che sarebbe delittuoso non utilizzare. Finalmente nella settimana appena trascorsa, dopo il via libera della Commissione Finanze della Camera, Montecitorio ha approvato la proposta che introduce il 30% di quote rosa, con l’obbligo di tre mandati, nella composizione di cda e collegi sindacali delle società quotate e di quelle a partecipazione statale (nel 2011 dovranno essere nominati i cda di Eni, Enel, Poste, Terna e Finmeccanica …). E ora passerà al Senato.Se come auspicato si arrivasse alla sospirata svolta, pur ribadendo, ancora, la minoranza femminile, l’Italia, scavalcherebbe, d’un colpo, nell’ordine, Germania (8,5%), Svizzera (8,8%), Irlanda (8,9%), Grecia (10,2%), Spagna (11%), Belgio (11,1), Francia (11,9%), Austria (12,5%), Inghilterra (13,5%), Danimarca (13,9%), Olanda (15,8), fino alle spesso richiamate Finlandia (25,9%) e Svezia (28,2%), rimanendo seconda soltanto dietro al modello Norvegia (37,9% nel 2010, addirittura 44,2% nel 2009!).È vero, è giusto, è arrivato il momento in cui le donne mostrino la forza del loro contributo, la capacità risolutiva dello spirito manageriale che gli è proprio, possano mettere in campo le loro indiscusse capacità relazionali (così indispensabili in un periodo nel quale è vitale ricucire “il tessuto delle relazioni umane”).Non è dunque un caso che proprio in queste ultime settimane, così delicate per le sorti delle donne e dunque per una loro meno “complicata” ascesa ai vertici, si siano intensificati gli appuntamenti con la componente femminile che anima i tanti circoli di Generazione Italia della regione Lazio, coordinati dalla responsabile Pari Opportunità, Paola Guerci.Dietro i tanti incontri romani ma anche laziali, si nasconde almeno un obiettivo, evidentemente presente senza essere inutilmente sbandierato: dare voce ai problemi di ogni donna, ascoltare per poter proporre, lavorare ad un progetto comune che abbia come fine il riconoscimento del contributo femminile anche nella politica.Ma perchè questo obiettivo sia raggiunto è necessario che venga non soltanto inteso ma realmente compreso l’insostituibile ruolo che tante donne possono fornire alla crescita del paese, al di là della percentuale che riuscirà a ricoprire ruoli di prestigio. Al realizzarsi di questo processo fornirà sicuramente un ausilio la politica delle donne di Fli del Lazio, considerando il numero rilevante di quelle che rivestono il ruolo di responsabile all’interno dei Circoli territoriali.L’ottimismo nasce dalla consapevolezza delle capacità, ma anche dall’osservazione dell’approccio ai tanti problemi esistenti, molti dei quali così radicati da essere divenuti “strutturali”. Uno per tutti quello costituito dalla necessità di coniugare le incombenze familiari con gli impegni professionali. Così, ad esempio, l’aver compreso che la possibilità reale di costruirsi una carriera in ascesa, che non di rado passa per una estrema flessibilità dell’orario lavorativo, debba contemplare scuole dell’infanzia ed elementari in aree liminari a quelle del proprio lavoro o addirittura comprese nello stesso edificio.Naturalmente questo tipo di operazione (straordinariamente compiuta non soltanto nell’americana Minneapolis, “la città ideale per le madri che lavorano” ma anche in non pochi centri nel nord Europa), che in casi di progettazione di nuovi complessi o nella riqualificazione di nuovi è plausibile, appare più ardua, benché non impossibile, quando si decida di intervenire su contesti già predefiniti. Ma questo è solo un esempio, in realtà sono numerosi i servizi che andrebbero potenziati per garantire alle donne una base di partenza simile realmente analoga a quella degli uomini.L’operazione di Fli, e specificatamente nel Lazio, appare tanto più convincente dal momento che si rivolge a tutto il mondo femminile: a quello delle manager e delle professioniste ma anche a quello di categorie forse più “invisibili” ma anche più numerose e certamente non meno trainanti per il paese, come le dipendenti (9%), le casalinghe (20%,) senza trascurare le pensionate (41%).
Il nostro è un Paese straordinario ma anche disgraziatamente ricco di contraddizioni. Lo sappiamo.Così, forse, proprio in questo, più che in altri ambiti, ancora non di rado permangono sconcertanti differenze sostanziali, tra Nord e Sud, nel riconoscimento di un importante ruolo della donna nel mondo del lavoro. Ma nello stesso tempo si può constatare come il mondo del volontariato e dell’associazionismo veda numerosissime donne impegnate al loro interno.I problemi sul tavolo continuano ad essere davvero tanti e di non facile risoluzione: la ridefinizione del ruolo delle donne in ogni loro ordine e grado all’interno della società non potrà che costituire una importante ricchezza per l’Italia, un determinante contributo per la sua ripresa, anche, economica. “Hard working”, lavorare duro, perché ciò si concretizzi, è quanto si prefiggono le donne di Fli.
di Manlio Lilli
da www.ffwebmagazine.it
Per troppi anni in Italia si è trascurato e non si è valorizzato l'apporto delle donne nella nostra Società !
RispondiEliminaFuturo e Libertà ha il dovere di invertire la tendenza e continuare ad investire su di loro a partire dallo straordinario lavoro fatto da Paola Guerci nei suoi numerosi incontri sul territorio !