venerdì 15 ottobre 2010

Dalla parte di Liu Xiaobo. Dalla parte della Libertà

Otto ottobre 2010: il Norwegian Nobel Committee affida il Nobel per la Pace a Liu Xiaobo, uno dei più noti dissidenti cinesi, che sta attualmente scontando una condanna a undici anni di carcere per tentativo di “sovversione dei poteri dello Stato”, a causa di alcuni articoli da lui pubblicati.
Da qualche anno il premio Nobel per la Pace si configura come un premio conferito a personalità impegnate nella lotta contro regimi anti – democratici. Alcuni studiosi sono arrivati ad asserire che gli assegnatari siano scelti sulla base di un ben preciso disegno politico, che andrebbe incontro alla più importante potenza occidentale: gli Stati Uniti.
Francamente ci sembra un’interpretazione dietrologica azzardata e poco suffragata da dati reali. Pur tuttavia, è possibile discutere sul fatto che il contesto economico internazionale e ragioni di realpolitik influenzino l’assegnazione del Nobel. Vediamo perché.
Attualmente gli Stati Uniti corrono il serio rischio di insolvenza del debito pubblico. Ciò comporterebbe anzitutto una crisi valutaria per il dollaro. Una crisi sul debito pubblico statunitense potrebbe ripercuotersi sui Paesi asiatici maggiori esportatori verso gli USA ed in primo luogo sulla Cina. Le autorità monetarie cinesi, grazie ad un tasso di cambio artificiale fortemente sottovalutato, del 55 % circa, hanno compresso le importazioni ed hanno ottenuto un surplus di esportazioni, soprattutto verso gli USA. La Cina ha così accumulato un forte ammontare di riserve valutarie in dollari. In una crisi valutaria, la Cina rischierebbe di perdere molto del valore delle riserve monetarie accumulate.
Per tale motivo, i destini economici di Cina ed USA sono ormai indissolubilmente intrecciati e le relazioni diplomatiche tra i due Paesi non possono che risentire dei loro rapporti economici. E’ doveroso precisare lo status delle relazioni economiche tra i due Paesi, indipendentemente da considerazioni ideologiche.
Perchè dunque l’Istituto del Nobel ha scelto di premiare Liu Xiaobo, malgrado le considerazioni di cui sopra e la minaccia di Pechino di conseguenze sulle relazioni con Oslo?
Docente all’università, Liu ha preso parte alla protesta di Tienanmen nel 1989 tentando una mediazione tra polizia e studenti. Piazza Tienanmen fu prima di tutto un profondo scontro di potere all’interno del Partito Comunista Cinese; fu inoltre il tentativo del nuovo ceto medio cinese che si stava sempre più prepotentemente formando, avendo come punto di forza le università, di ottenere maggiori libertà. Tali pulsioni democratiche di un ceto medio in progressiva ascesa vennero bruscamente tacitate dalla repressione.
Inoltre Liu è stato tra i firmatari e i creatori di Carta 08, manifesto per la democrazia in Cina e ha costantemente sottolineato l’oltraggio dei diritti umani perpetrato dalla Cina. La campagna per il rispetto e l’applicazione dei diritti umani fondamentali è stata portata avanti da milioni di cinesi e Liu è diventato il portavoce ed il paradigma di questa lotta.
Il presidente americano Barack Obama ha chiesto al “governo cinese che rilasci il neo premio Nobel il più presto possibile. [...] Premiando Liu, il comitato dei Nobel ha scelto qualcuno che è stato un sostenitore coraggioso e fermo dell’avanzamento dei valori universali attraverso metodi pacifici e non violenti, compreso il suo sostegno alla democrazia, i diritti umani e lo stato di diritto”.
E’ di oggi, poi, l’importante notizia che il premier nipponico Naoto Kan ha espresso apprezzamento per l’asseganzione del premio al dissidente che ha dimostrato alla comunità internazionale e alla Cina che “i diritti umani sono un valore universale e che dovrebbero essere maggiormente rispettati”.
Kan si era finora astenuto da qualsiasi presa di posizione netta su Liu, con l’obiettivo di non peggiorare i rapporti tra Cina e Giappone, ma oggi ha rilasciato un’inequivocabile dichiarazione: “La mia opinione è che il rilascio di Liu sia auspicabile, ma come dare forma a questa richiesta dovrà essere motivo di discussione”, ha osservato Kan in risposta a una domanda se il Giappone avrebbe inviato un appello formale alla Cina.
Se infatti la Cina ormai ha una posizione di rilievo a livello internazionale a causa della sua forte economia ed è pertanto un partner tanto prezioso quanto temibile, è proprio tale status che le impone l’assunzione di “accresciute responsabilità”, come sottolinea il presidente del comitato del Nobel Thorbjoern Jagland. Ciò non può essere sottovalutato dalla comunità internazionale.
Negli ultimi decenni, ha aggiunto Jagland, la Repubblica Popolare Cinese ha compiuto progressi economici quasi senza precedenti, portando il Paese ad essere la seconda economia al mondo. Centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà. Si è anche ampliato il raggio di azione per la partecipazione politica. Il nuovo status della Cina deve implicare un’accresciuta responsabilità. La Cina, tuttavia, viola diversi accordi internazionali di cui è firmataria, oltre alle proprie norme relative ai diritti politici. L’articolo 35 della costituzione cinese, infatti, afferma che “i cittadini della Repubblica popolare cinese godono di libertà di espressione, stampa, riunione, associazione, manifestazione”. Nella pratica, tali libertà sono negate ai cittadini cinesi, come sottolineato coraggiosamente da Liu Xiaobo.
La reazione del governo cinese all’assegnazione del Nobel è stata dura ed immediata: “un’oscenità”. Secondo un portavoce del ministero degli Esteri cinese, l’importante riconoscimento assegnato a Xiaobo sarebbe contrario agli obiettivi del Nobel e nuocerà alle relazioni tra Cina e Norvegia.
La minaccia attuata dal governo cinese è chiara ed è forse proprio a causa della potenza economica attribuita alla Cina che alcune grandi potenze sono state fino ad ora un po’ tiepide nel rivendicare la liberazione di Liu Xiaobo.
Ma si può “barattare” il rispetto dei diritti umani tanto cari all’Occidente con vantaggi economici e finanziari?
Verrebbe da dire che in nome dell’importanza dell’universale rispetto dei diritti umani, gli Stati dovrebbero mettere da parte le proprie ragioni di politica interna e favorire in ogni modo il rispetto di tali diritti. Spesso siamo troppo presi da vicende di politica nazionale, peraltro importanti, che non guardiamo al contesto internazionale nel quale ci muoviamo. Se non iniziamo ad ampliare lo sguardo e le prospettive, le politiche nazionali saranno sempre più miopi e vuote di senso nel lungo periodo, conducendoci verso un punto di non ritorno.
Se “la filosofia è il proprio Tempo appreso col pensiero”, rispolveriamo l’arte del pensiero e della ragione per decifrare lo Stato, gli individui ed il senso del tempo in cui viviamo. Non lasciamoci andare solo al decifrare singoli episodi contingenti, spingiamoci a capire il contesto globale in cui agiamo, sì da comprendere meglio lo scenario nazionale e guidarlo verso mete sensate!
di Gavina Masala

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