sabato 2 ottobre 2010


Il Cav. ora deve convivere con Fini e rafforzare 


il Pdl sul territorio




Per quanto sullo sfondo resti la prospettiva delle elezioni anticipate, non mi sembra opportuno che da parte del centrodestra si enfatizzi il possibile evento più del dovuto. A dire la verità i toni, a cavallo tra il voto della Camera e quello del Senato, si sono alquanto stemperati. Chi nel pomeriggio di mercoledì scorso riteneva ineluttabile il ritorno alle urne in tempi relativamente brevi, ha corretto il tiro ventiquattro ore dopo, constatando da un lato la distensione del clima a Palazzo Madama, dove i finiani non sono risultati determinanti, e prendendo atto delle dichiarazioni di Bossi per il quali le elezioni non sono più l’inevitabile sbocco della crisi politica a meno che non si crei un incidente di percorso talmente grave da non porci mettere riparo in nessun modo.
La maggioranza è dunque ampia. Non sappiamo se è anche solida: ce lo dirà il tempo. Intanto è opportuno e doveroso ragionare sul quadro che abbiamo davanti e non sulle fantasticherie o i desideri di questo e di quello. Ed il quadro ci propone una riflessione alla quale non possiamo sottrarci: il pericolo per il Pdl di sottovalutare Futuro e libertà nel momento in cui si trasforma in partito politico, con una sua organizzazione capillare sul territorio nazionale, con le sue strutture operative, con il suo progetto. Sarebbe un errore considerarlo estraneo alla maggioranza, soprattutto quando ad essa si tiene avvinto come ha dimostrato nel passaggio parlamentare sulla fiducia al governo, ma sarebbe altrettanto illusorio se lo si ritenesse in qualche modo organico al Pdl. La scelta di Fini è la conseguenza di un processo di unificazione che in realtà (come ho sostenuto sempre) non c’è mai stato. Si è trattato piuttosto di una fusione per incorporazione, come prevede il diritto societario, ma non la ragione politica. Ed inevitabilmente i nodi sono venuti al pettine. L’amalgama non è riuscito e, forse, se si fosse prospettato per tempo – nell’autunno dello scorso anno, per esempio, quando i primi malesseri cominciarono ad affiorare insistenti – un cammino diverso che avrebbe potuto portare anche ad una federazione tra partiti, probabilmente non saremmo al punto in cui siamo.
Inutile piangere sul latte versato. Si cerchi piuttosto una convivenza pacifica e duratura a beneficio del Paese oltre che delle forze politiche stesse. Credo che Fini non abbia alcun interesse ad un ritorno immediato alle urne. Per Berlusconi sarebbero una iattura poiché l’incertezza del risultato non lo metterebbe certo in condizione di poter predisporre finalmente una stagione di riforme degna delle ambizioni che il centrodestra aveva manifestato. E allora, scansando le sirene che lo circondano, il Cavaliere farebbe bene a concentrarsi sui modi e le forme per poter ottenere la leale collaborazione di Futuro e libertà. D’accordo, c’è il “nodo” della giustizia che tiene in apprensione il premier, ma non credo che Fini sia disposto a fare le barricate e a sfasciare tutto mettendosi in discussione politicamente senza la garanzia di poterci guadagnare elettoralmente. Il suo partito ha bisogno di tempo, insomma.
Di fronte al Pdl sta piuttosto un rischio più grave, ingenuamente sottovalutato fino ad oggi: il disagio di non pochi parlamentari alla ricerca perlopiù di un posto al sole che potrebbero creare grattacapi al premier e andare ad ingrossare, qualora le loro pretese non trovassero risposta, le file di Futuro e libertà. Insomma, il pericolo della decomposizione del partito è incombente ed è il caso di fronteggiarlo per tempo, atteggiandosi realisticamente e non dispoticamente di fronte alle molte insoddisfazioni che sono emerse fin dagli esordi della legislatura. In particolare a livello locale bisognerebbe agire con tempestività. Intanto rivedendo gli organigrammi nei quali esponenti di Fli ancora ricoprono posizioni di vertice e ciò è a dir poco bizzarro; abbandonando poi la prassi della cooptazione e celebrando finalmente i congressi provinciali e regionali in vista di un’attivazione partecipativa più intensa ai processi decisionali ed alla vita del partito; infine dando spazio alla meritocrazia, a tutti i livelli, senza umiliare chi ha operato bene ed in cambio non ha ottenuto il benché minimo riconoscimento.
Il radicamento territoriale sarà il punto di forza di Fli. Non si capisce perché il Pdl debba continuare a trascurare questo elemento primario della vita di un partito politico insistendo nel presentarsi come cartello elettorale piuttosto che come soggetto organizzato. Se vuole avere una vita più lunga di una legislatura il Pdl deve fare oggi quello che non ha fatto ieri: darsi una “forma” diffusa in ogni angolo del Paese e lavorare alla definizione di una identità che tenga conto delle sensibilità, delle storie e delle culture dei “soci” che ne condividono lo spirito. E’ tardi, ma è ancora fattibile, prescindendo però dall’ossessione elettorale di cui parlavo.
I finiani, naturalmente, giocheranno la loro partita a tutto campo. Ed avranno bisogno di un rodaggio serio. A primavera ci sono le elezioni amministrative. Si voterà in alcune grandi città, come Napoli e Milano. Fli si presenterà ovunque sia per saggiare la sua consistenza popolare, sia per condizionare i candidati con i quali cercherà apparentamenti nei ballottaggi e cominciare dagli enti locali la sua marcia verso le elezioni politiche quando dovrà scegliere la sua collocazione anche in base ai rapporti di forza interni al neonato partito in cui convivono visioni diverse ed alle condizioni esterne che si saranno nel frattempo create.
Una riflessione su tutto questo da parte del Pdl è indispensabile. Il suo logoramento potrebbe derivare dall’inerzia. Con Fini ci si deve convivere e discutere. E’ parte della maggioranza: se ne prenda atto e la si faccia finita con l’irrealismo che spesso è sintomo di irresponsabilità.

di Gennaro Malgeri

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