“Le catastrofi della natura sembrano tutte uguali”. Così suggeriva al suo pubblico radiofonico Walter Benjamin nel programma ‘Il terremoto di Lisbona’, trasmesso dai microfoni del Berliner Rundfunk il 31 ottobre 1931. “A nessuno piacerebbe sentir raccontare solamente di case che crollano l’una dopo l’altra, del terrore per l’incendio che si propaga o della paura per l’acqua, dell’oscurità, dei saccheggi, dei lamenti dei feriti e di chi cerca i propri cari. E, d’altro canto, sono proprio queste cose che ricompaiono, pressoché identiche, in qualsiasi catastrofe naturale”. Il 23 novembre del 1980 una scossa di magnitudo 6,5 (scala Richter) della durata di circa 90 secondi devastò l’Irpinia. Erano le 19.34 di una fredda domenica di fine autunno quando la terra tremò violentemente, sconvolgendo e distruggendo la vita di migliaia di persone. Gli sfollati furono circa 280.000, 8.848 i feriti e 2.914 i morti. Gli effetti del terremoto si propagarono rapidamente in tutta l’area centro-meridionale della penisola: Avellino, Salerno e Potenza le tre province maggiormente sinistrate, ma subirono effetti devastanti anche le zone di Benevento, Caserta, Matera, Foggia, Napoli e Potenza.
Sono passati esattamente trent’anni, ma ormai parlare del terremoto dell’Irpinia non è più di moda. Non è più interessante per i media, non conviene ai politici e, soprattutto, sarebbe più opportuno consegnare definitivamente all’oblio la questione. Oggi la ricostruzione è ancora al 50%, eppure lo Stato di soldi ne ha mandati, pure tanti. E non bisogna dimenticare che nel 1980 la Campania, la Lucania e tutte le zone accidentate erano saldamente ancorate al governo, avevano illustri rappresentanti nei palazzi del potere e potevano contare, dunque, persino su un appoggio ‘da privilegiati’. Non era ancora calato sul Paese lo spettro della Lega, che con le sue derive secessionistiche ha cercato, in tutti questi anni, di ampliare il divario tra Nord e Sud, di contrapporre persone e mentalità, tradizioni e peculiarità al fine di alimentare una becera campagna propagandistica. No, era il 1980, l’Italia era ancora molto unita, si aggrappava ad un sentimento di solidarietà che le aveva consentito di resistere ai terribili Anni di Piombo, agli anni della crisi e del terrorismo, delle derive e dello sfascio. Ma le cesure, le soluzioni di continuità della nostra storia culturale non sempre stanno lì dove libri e manuali credono di averle collocate. Il terremoto dell’Irpinia non fu certamente percepito come un evento apocalittico, né tantomeno come il segno dell’’ira del Divino; la cultura europea e occidentale era uscita dallo ‘stato di minorità’ e guardava ormai, da un paio di secoli, ai fenomeni naturali con occhi scientifici.
Eppure, nonostante ciò, furono moltissime le persone che non riuscirono a trovare una spiegazione e, probabilmente, continuarono a discettare di peccato e di colpa, di catastrofe e di rischio. Malgrado ciò, avevano una speranza: tutto si sarebbe risolto grazie alla loro classe dirigente. Il terremoto dell’80 ha rappresentato un momento iconico nella nostra storia nazionale: il rischio, e non più il pericolo, veniva immaginato come permanente, e non più definitivo. Dalla catastrofe si dovevano ricercare soluzioni per indirizzare una concreta azione di ricostruzione, che implicava in sé l’idea stessa di sviluppo. Insomma, per dirla in altri termini, da quel disastro le depresse zone dell’Italia meridionale avrebbero potuto trarne dei vantaggi. E all’inizio sembrò proprio che lo Stato volesse procedere in quella direzione. La ricostruzione dell’Irpinia, alla stregua di quella del Friuli Venezia Giulia (terremoto del 1976) venne incentrata sul cosiddetto ‘rilancio industriale’. Tuttavia, la pioggia di contributi costituì una tentazione invincibile per parecchi, i finanziamenti arrivarono talmente concentrati da non riuscire ad essere spesi. In sette anni, 26 banche cooperative aprirono gli sportelli nella zona accidentata arrivando persino a fare prestiti alle imprese del Nord Italia.
La ricostruzione si rivelò, così, uno dei peggiori esempi di speculazione su una tragedia, il tradimento di un’intera classe dirigente nei confronti dei propri concittadini ed elettori. L’‘Irpiniagate’ ha rappresentato la fine della parabola ascendente di parte della classe politica meridionale della Prima Repubblica; mentre i cittadini, ancora oggi, stanno aspettando la ricostruzione, il rilancio del territorio, anche se, forse, hanno perso le speranze. Nell’inchiesta ‘Mani sul Terremoto’ sono state coinvolte 87 persone, tra cui l’on. Ciriaco de Mita, l’on Paolo Cirino Pomicino, il sen. Salverino De Vito, l’on. Vincenzo Scotti, l’on Antonio Gava, l’on. Antonio fantini, l’on. Francesco de Lorenzo, l’on. Giulio Di Donato e il commissario on. Giuseppe Zamberletti. Molti di essi, oltre a sedere in parlamento, occupavano dei ruoli di autentico potere. Dopo trent’anni, sia la ricostruzione che quell’auspicato ‘rilancio industriale’ sono ancora all’impasse, e intanto si è distrutta la speranza.
da www.areanazionale.it
Un'occasione sprecata quella della ricostruzione dell'Irpinia, un esempio da tenere a mente e da non ripetere !
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