L’analisi del fabbisogno occupazionale consiste nella rilevazione delle esigenze di manodopera, manuale ed intellettuale. Queste analisi hanno il compito di descrivere la struttura del fabbisogno di lavoro sia individuando i settori più disponibili a creare nuova occupazione (comunicazione e terziario avanzato, sanità, studi professionali, ecc…) che le tipologie di professionalità in concreto richieste (web designer, cuoco, infermiere, programmatore in un determinato linguaggio informatico, consulente privacy, agente di vendita immobiliare, ecc…).
L’analisi, anzitutto, è utile se raggiunge un certo livello di dettaglio (spesso non raggiunto) e di diffusione. Assodato questo naturale obiettivo qualitativo del lavoro, rimane da evidenziare che se fatta a livello nazionale l’analisi del fabbisogno tende a produrre dati aggregati approssimativi e, soprattutto, dotati di scarsa utilità. E’ difatti chiaro che – soprattutto in un momento di crisi – la popolazione fa fatica a supportare i costi della mobilità territoriale ed i giovani, pertanto, sono prevalentemente orientati a costruire il loro percorso formativo/universitario nella regione di residenza. Una volta che sono laureati/formati anche i più fortunati – cui ad esempio viene offerto fuori zona un posto di lavoro – fanno assai fatica – visti i valori medi dei salari di prima occupazione – ad ipotizzare di trasferirsi per iniziare a lavorare per 1.200 euro al mese.
In altri termini, ai giovani (ma anche ai disoccupati in generale) non basta sapere che nel mercato del lavoro nazionale tira una certa professione. Hanno piuttosto bisogno di sapere cosa gli offre in concreto il territorio intorno a loro per programmare, conseguentemente, le loro più imminenti scelte di vita.
Ne deriva che spetta alle Regioni fare il lavoro di analisi del fabbisogno, anche provincia per provincia, al fine di offrire un fondamentale strumento di orientamento ai giovani che escono dalla scuola, ai disoccupati ed alle migliaia di lavoratori oggi sospesi in cassa integrazione senza grandi possibilità di riprendere a lavorare nella loro azienda (e che proprio per questo dispongono – con la legislazione vigente – di un consistente pacchetto di misure che ne incentiva la riassunzione da parte di altri datori di lavoro senza però che si sia un’idea precisa della direzione verso la quale orientare la loro riqualificazione professionale).
Come portare avanti questo lavoro? I presidenti delle Regioni ed i loro assessori alle politiche sociali e del lavoro dovrebbero coinvolgere in modo permanente enti locali, parti sociali, università. Il lavoro dovrebbe partire dalle ramificazioni territoriali di ciascuno di questi soggetti (unioni industriali provinciali, segreterie provinciali, province e comuni) per essere poi raccordato centralmente a livello regionale con il supporto di enti privati e/o pubblici (a partire da Italia Lavoro) specializzati nel campo. Una volta capito come è strutturato il fabbisogno occupazionale del territorio, diventerebbe poi fondamentale utilizzare gli elementi acquisiti – in raccordo con il ministero dell’istruzione – per distribuire le risorse al sistema universitario in modo che non venga premiato – come accade oggi – il corso formativo che laurea più studenti nel minor tempo possibile ma il corso formativo più utile alla collettività. Si potrebbero premiare i corsi professionali o di laurea più rispondenti alle attese del territorio e si potrebbero anche modulare le risorse per dottorati di ricerca. Lo dicevo in principio, è banale. Basta farlo.
di Marco Marazza
La politica deve dare le linee guida, gli organismi regionali a maggior ragione grazie al loro privilegiato punto d'osservazione sul territorio !
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