È la prima volta, forse, nella storia d’Italia che i figli stanno peggio dei genitori. È ormai un dato di fatto: i giovani stanno perdendo, oppure hanno già perso, le speranze per il proprio futuro. Eppure, tra i policy makers questo fenomeno non desta, poi, chissà quanta attenzione: gli analisti, gli strateghi, i letterati e tutti i cosiddetti esperti commentano e criticano, ma dribblano le soluzioni. Tutta colpa del benessere? Nell’era della globalizzazione, della glocalizzazione, della cibernetica e del consumismo imperante sono, dunque, diventati tutti dei bamboccioni? Troppo facile lasciarsi andare a generalizzazioni e propagande da campagna elettorale, il problema meriterebbe di essere affrontato, una volta per tutte, in maniera oggettiva. Vero è che la disoccupazione giovanile ha un minor impatto sociale nell’immediato e non è infrequente, quindi, che venga proscritta a tempi successivi; ma appare del tutto evidente che procedere con questa linea del “day after” non potrà che provocare effetti devastanti. "È richiesta un'esperienza di tre anni nel settore d'attività" - ci si sente dire dopo una lunga, e talvolta anche encomiabile, carriera accademica. Niente esperienza e niente lavoro. E niente esperienza senza lavoro. Paradosso supremo che avrebbe fatto impazzire persino Zenone. Ma nessuna reductio ad absurdum, la realtà è che oggi i giovani alla ricerca dell’agognato posto di lavoro sono quasi il 30%. Eppure, in Italia vi è spesso la tentazione di attribuire questo fenomeno ad aspetti culturali, molto spesso persino legati a scelte peculiari delle nuove generazioni, oppure a loro carenze intrinseche. Sfaticati, viziati, viziosi, oziosi, poco colti, poco competitivi, scarsamente flessibili, senza obiettivi né determinazione, insomma rassicurati e tutelati dall’ala protettrice delle loro famiglie. Tuttavia, queste considerazioni hanno un orizzonte molto limitato e si affidano a stereotipi e preconcetti ormai superati da un pezzo, ma soprattutto non valutano fino in fondo la portata e le conseguenze del fenomeno sulla competitività futura del nostro Paese. Siamo di fronte a un’intera generazione che entrerà nel mercato del lavoro con gravi ritardi, in condizioni sub-ottimali, sia da un punto di vista economico che psicologico e motivazionale. E a ciò va aggiunto che i ‘fortunati’ giovani che lavorano sono spesso indirizzati verso incarichi temporanei o a orario ridotto, contratti a termine senza garanzie per il futuro, ma neppure per l’immediato. Con molta probabilità, si tratta di un problema derivante dalla sproporzione tra l'offerta e la domanda sul mercato del lavoro, che non è automaticamente indice di inadeguatezza delle politiche pubbliche in materia di istruzione e formazione. I numerosi licenziamenti nelle imprese della new economy, che tanto aveva lasciato sperare, sono sintomo dei punti deboli dell'analisi che il settore privato fa delle sue stesse esigenze. I giovani adulti sono costretti ad accettare posizioni mal retribuite, poco gratificanti e poco formative,e questo cattivo inizio avrà ripercussioni su tutta la loro traiettoria professionale, come mostrano anche recenti ricerche condotte negli Stati Uniti. Le generazioni che iniziano a lavorare in periodi di recessione restano penalizzate per tutto il resto della vita: carriere più lente, lavori meno gratificanti, salari significativamente inferiori persino a distanza di molti anni dal primo lavoro, con elevatissimi gap retributivi rispetto alle generazioni più fortunate. Non solo, ma i giovani che devono fare i conti con un ingresso nel mondo del lavoro più ostico sviluppano anche una maggiore avversione al rischio, che si portano dietro per tutta la loro carriera: diffidenza nel cambiare lavoro, minori ambizioni. E questo si riflette non solo sulle sorti personali dei giovani lavoratori, ma avrà conseguenze su tutta la collettività. Soprattutto nei Paesi occidentali, infatti, l’invecchiamento costante della popolazione, e con essa i costi crescenti di pensioni, assistenza sociale e sanità, richiederanno una forza lavoro sempre più dinamica, produttiva, competitiva. Ma la forza lavoro di domani è fatta dai giovani di oggi: più svalutate sono le loro carriere, le loro competenze, i loro salari e le loro motivazioni e meno saranno capaci di contribuire alla crescita del Paese, mettendo quindi a rischio un equilibrio sociale ed economico già abbastanza fragile e incrinando quel patto generazionale che per anni ha consentito all’Italia di ‘galleggiare’ sulle crisi. Per questo, dovremmo smetterla di trattare il tema della disoccupazione giovanile come una questione temporale e circoscritta e affrontarlo come vera e propria questione nazionale, così come altri Paesi europei hanno già iniziato a fare. di Clio Pedone |
lunedì 22 novembre 2010
ITALIA 2020: OLTRE I 'BAMBOCCIONI'
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E' vero viene troppo spesso viene preso sottogamba il problema della disoccupazione giovanile, c'è in gioco l'intero stato sociale del nostro Paese da qui ai prossimi decenni !
RispondiEliminaLo scontro generazionale già in atto tra è in pensione o ci stà andando da una parte e chi lavora da poco o è alla ricerca di un impiego si avvia a diventare sempre più esplosivo !