9 novembre 1989 - IL RISCATTO
di Clio Pedone
Emblema della Guerra Fredda, il Muro non è stato soltanto una semplice cinta muraria, ma una poderosa e insormontabile frontiera psicologica. Due barriere di calcestruzzo che racchiudevano ottanta chilometri quadrati di spazio, controllati da torvi cecchini costantemente appollaiati sulle torrette di guardia; oltre trecento torri di controllo, ventibunker, numerose trincee anticarro, una strada interna di centosettantasette chilometri, definita “striscia della morte”. Con il materiale usato per erigere e fortificare quel Muro, si sarebbe potuto costruire un’intera città, e con il filo spinato circondare il mondo intero. Per le generazioni future resterà uno dei simboli indelebili del conflitto tra l’Est e l’Ovest.Si è trattato di un conflitto di natura globale, che ha assimilato geografie e tracciato linee di battaglia tra alleati ed avversari; ha contrapposto due sistemi politici ed economici del tutto estranei tra loro.
Si gareggiava per raggiungere un immaginario gap missilistico, i conflitti etnici e nazionalisti assumevano significati strategici. Le geografie diventavano blocchi, tinti inesorabilmente di rosso o di blu. La lunghissima muraglia, ridisegnando con perfetta simmetria la contrapposizione tra i due antitetici sistemi di potere, aveva proiettato per ventotto anni la sua ombra osmotica e sinistra sull’intero continente europeo. Se le bandiere con falce e martello e le stelle rosse restavano i simboli retorici di inesistenti paradisi immaginari, il Berliner Mauer era il simbolo effettivo del socialismo reale. Ununicum nella storia dell’umanità, serviva non già a proteggere dall’invasore, ma ad impedire al cittadino/prigioniero di scappare. In epoca postbellica, ha rappresentato la paradossale condanna del principio dell’autodeterminazione dei popoli, caldeggiato dalla Società delle Nazioni e debolmente assimilato dalla posteriore Organizzazione delle Nazioni Unite. Il 13 agosto del 1961 Walter Ulbricht aveva conficcato una spada di cemento nel cuore dell’Europa. Instaurare il comunismo in un Paese che aveva dato i natali a Karl Marx significava tutto per un militante radicale come Ulbricht, che aveva parlato di Muro di «protezione antifascista». Ma, con molta probabilità, fu proprio la posa della prima pietra a sancire l’abdicazione del modello comunista.
Quella che Walter Lippmann aveva argutamente definito Guerra Fredda, all’inizio sembrava strutturata e orientata alla conservazione di un impianto bipolare, la contrapposizione di due sistemi alla pari, che si proponevano e si affrontavano, seppur violentemente, nello scacchiere internazionale. Col Muro fu chiara e palese la sconfitta del modello sovietico, costretto a rinchiudere, in maniera radicale, i propri cittadini pur di non farli scappare. Gli esseri umani accettavano di vivere in una società comunista soltanto con l’imposizione di costruzioni impenetrabili: filo spinato, posti di blocco, cani da guardia e con colpi d’arma alle spalle. Significava che il sistema sovietico non solo non attraeva, ma piuttosto repelleva. Il Muro è stato il trionfo della forza come unico strumento di consenso, il socialismo reale che diventava dispotico, imponeva i suoi precetti e non voleva neppure che si vedesse il mondo da una prospettiva differente da quella da esso imposta. L’89 ha rappresentato l’apogeo finale del processo di dissoluzione del comunismo; tutto era iniziato nell’estate del 1961 e, nonostante timidi approcci diplomatici, da Willy Brandt a Helmut Schmidt, l’esiziale cecità dei leader della DDR perdurò fino a quell’incredibile 9 Novembre. Erich Honecker, capo della Germania dell’Est, neanche un mese prima della dissoluzione aveva dichiarato che “l’esistenza del Muro sarebbe stata assicurata per altri cent'anni”. Poi ci furono Egon Krenz, Günter Schabowski, Helmuth Kohl, interpreti delle contingenze storiche, ma forse soltanto esegeti della volontà dei berlinesi, estenuati da una situazione dilaniante. E così, dopo quarantaquattro anni, i tedeschi avevano saldato il loro debito con la comunità internazionale. L’Ottantanove è stato l’anno del loro riscatto.
di Clio Pedone
Ventun'anni dopo è ancora attuale l'immagine di quei ragazzi che abbattevano il Muro, quelle macerie diventarono una valanga per la libertà dell'Est europeo !
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