martedì 30 novembre 2010

LA FLESSIBILITA' DEL LAVORO DEVE COSTARE DI PIU'



Nel suo discorso di Bastia Umbra Gianfranco Fini ha assunto una posizione molto chiara sui temi del lavoro e sulle prospettive dei giovani: la flessibilita’ deve costare di piu’. E’ stato il primo a dirlo con questa nettezza e nella settimana il concetto e’ stato ripreso in termini del tutto identici da Raffaele Bonanni, segretario della CISL. Anche il nuovo segretario della CGIL, al suo primo intervento di piazza da leader, sabato ha posto al centro il problema dei giovani.
La strada giusta per proteggere i giovani dalla trappola del precariato, per svincolare la flessibilita’ dalla precarieta’, può essere quella del “welfare progressivo” che il nostro gruppo di ricerca sta perseguendo con determinazione. Si tratta di un modello di welfare in grado di dosare il livello di protezione del lavoratore in ragione del suo grado di debolezza economica misurato, in concreto, prendendo a riferimento l’entita’ del compenso.
Per le professionalità più deboli, cui il mercato riserva i compensi più bassi, deve essere disponibile il solo contratto di lavoro subordinato, con il suo statuto di regole inderogabili e con limitate eccezioni che possano giustificare rapporti di lavoro a termine. Ciò in modo che in applicazione di una regola semplice, quindi facile da verificare per sindacati, ispettori del lavoro e magistrati, ad un basso salario corrisponda sempre un adeguato e sostanzioso livello di protezione sociale che consenta, come richiede la nostra costituzione, la realizzazione della persona umana. Coerentemente, al crescere dell’entità del compenso deve poter crescere sia la facoltà delle parti di scegliere tra una pluralità di diverse tipologie contrattuali (anche tra lavoro autonomo e subordinato) sia il grado di derogabilità dello statuto protettivo del lavoro da parte della contrattazione collettiva ed individuale senza che ciò, a ben vedere, postuli una modifica dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Con un siffatto criterio di distribuzione delle tutele la flessibilita’ costerebbe di piu’. Non si concentrerebbero alti livelli di flessibilità su soggetti privi di un reddito in grado di sostenerla. Con ciò evitando che i lavoratori che, oggi, vivono i primi sei/dieci anni di lavoro in una condizione che percepiscono di sfruttamento, una volta assunti in modo stabile, strumentalizzino le tutele che finalmente gli vengono concesse per dare sfogo al risentimento nel frattempo maturato nei confronti del loro datore di lavoro (in una logica, perversa, che finisce per pregiudicare gli interessi degli stessi datori di lavoro che, con la stabilizzazione, si attendono la massima propensione collaborativa da parte dei dipendenti).
Contemporaneamente risulterebbe tangibile la spinta al sistema produttivo, secondo la nota logica del diritto premiante, ad alzare il livello dei salari per attivare le fasce di flessibilità richieste dalla produzione.
Potendo gestire la flessibilità sulle fasce di lavoratori meglio retribuiti, i sindacati riuscirebbero anche ad aprire un nuovo canale di comunicazione con i lavoratori più professionalizzati della società industriale. Ingegneri, informatici, creativi, che non si identificano affatto in un modello di protezione studiato a suo tempo per gli operai e che, per questo, si tengono lontani dal sindacato (non e’ un caso che Regina Goerner, importante rappresentante del prestigioso sindacato tedesco IGMetall, in un recente incontro ristretto si sia a lungo soffermata proprio sugli sforzi che il suo sindacato sta facendo per recuperare rappresentatività nelle nuove professioni).
Potrebbero entrare in crisi solo quei settori che vedono nello sfruttamento del lavoratore l’unica speranza per mantenere la concorrenzialità della loro offerta e che, proprio per questo, hanno negli ultimi anni utilizzato strumenti contrattuali inappropriati ed, in molti casi, illegali, che nel sistema sopra descritto verrebbero impediti. Ma puntare su quei settori, e non sulla loro riconversione, vuol dire accettare una sfida pericolosa in grado di aprire scenari che si collocano ben oltre la questione di Pomigliano.


di Marco Marazza

Professore ordinario di diritto del lavoro

1 commento:

  1. Ciò che è assodato all'estero, in Italia è un concetto sconosciuto:

    la flessibilità non vuol dire precarietà finanziaria, non esiste che non venga premiata !

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