Prosecuzione e sviluppo dello Stato sociale e sostituzione dello Stato etico di novecentesca memoria coi partiti-chiesa, preposti a dare quasi un senso mistico alla vita dei militanti, sono stati, fino alla crisi di Tangentopoli, tra gli elementi caratterizzanti della Prima Repubblica. Il loro smantellamento è recente e si colloca nell’ottica della ‘purificazione’ dalla partitocrazia. L’Italia ha ondeggiato per decenni tra un modello capitalista fortemente contestato e un modello socialista mai seriamente delineato. Ha ondeggiato tra la vocazione europeista, già ben profilata negli anni ’50, e lo spettro dello scivolamento verso l’asse mediterraneo-meridionale. Quando si parla di crisi d’identità non si intende certo sostenere che l’Italia non abbia avuto un volto e alcune linee di volontà politica costanti. Tutt’altro. Le linee c’erano e ci sono state, solo che l’assenza di un’idea centrale ha portato a faticose e stentate mediazioni e ha precluso, in più di un’occasione, una convergenza su alcuni fondamentali obiettivi generali, che avrebbero dovuto essere collocati, come è avvenuto in altri paesi, al di sopra delle bandiere politiche. Anche se, in fondo, è stato proprio questo il ‘miracolo’ della Prima Repubblica: un gioco fatto di allusioni e sottintendimenti, mai esplicito e mai contrassegnato da posizioni dichiarate. Insomma, al grigiore della prima classe politica repubblicana va senz’altro riconosciuto il merito di ciò che non è accaduto. Eppure, col crollo del Muro di Berlino e la dissoluzione della diarchia comunisti-anticomunisti l’Italia è piombata in una depressione profonda, dalla quale ha cercato di curarsi col ‘prozac berlusconiano’. Solo che, come per qualsiasi psicofarmaco, l’abuso può avere effetti inversi e devastanti, anche sulle patologie più insidiose. E così, abbiamo dato vita a una fase politica caratterizzata dall’immobilismo; dopo il decretato e clamoroso fallimento dell’auspicata rivoluzione liberale siamo piombati in una fase di stallo. Essendo cessata la minacciosa contrapposizione dei ‘rossi’ e dei ‘neri’, dei ‘guelfi’ e dei ‘ghibellini’, la politica non ha più trasmesso paure, ma neppure entusiasmi, speranze né progetti, al di là, forse, della moneta unica. Il mercato è diventato il dominus della politica, anche se i problemi reali del Paese non sono soltanto quelli di natura squisitamente economica. La corsa ai consumi verso eccessive dispersioni individualistiche, la denatalità, la disoccupazione, la precarizzazione del lavoro, la crescita delle emarginazioni e della criminalità, gli inquinamenti, le immigrazioni incontrollate, il degrado culturale, la disaffezione alla politica. Qualcuno oggi evoca un nuovo ‘caso Milazzo’, ovvero la formazione di uno schieramento eterodosso, come quello formatosi nell’ottobre del 1958 in Sicilia intorno al cattolico conservatore Silvio Milazzo che, rompendo ogni schema, diede vita a una giunta regionale composta da democristiani, liberali, monarchici, socialisti, comunisti e missini. Insomma, una deflagrazione dell’arco costituzionale ben prima delle picconate di Cossiga. Ma, all’epoca, per missini e comunisti si trattava di rompere, per l’appunto, il cerchio della discriminazione, che dalla fine della guerra li condannava a una cittadinanza politica di seconda classe. Sorvolando sugli affrettati apprezzamenti espressi da Togliatti(“ci auguriamo che gli uomini che in Sicilia si sono uniti [...] possano fare dei passi avanti [...] anche se qualcuno potrà rimproverarci di collaborare, a questo scopo, con uomini che non appartengono al nostro partito, né condividono la nostra ideologia”) l’epilogo dell’inconsueta esperienza aggregativa non fu entusiasmante. Michelini ritirò ben presto i suoi dalla giunta Milazzo e venne architettato uno scandalo pilotato per contribuire alla débâcle dell'ambizioso e fantomatico progetto. E va anche ricordato che quello era uno schema assolutamente privo di progettualità, con scarsa o nulla originalità di idee. Gli effimeri connubi si rivelarono persino imbarazzanti, tanto da aver alimentato comuni tendenze a cancellare, o perlomeno a minimizzare, quella pagina di storia, relegandola tra le anomalie del ‘trasformismo’ isolano. Non possiamo accettare uno svuotamento delle idee politiche e una eventuale competizione elettorale privata del suo significato politico proprio di strumento di scelta di indirizzi di governo e di politica generale, non possiamo lasciar scivolare la politica sempre più sul terreno del voto di scambio, regalando ulteriori incentivi alla corruzione politica e all’uso del potere ai fini del consenso. Ora che FLI si collocherà formalmente nell’abito di un’opposizione di centrodestra a un partito di centrodestra, ai futuristi spetta l’arduo compito di elaborare un know-how. E speriamo che non sia necessaria una beffa come quella che Beppe Niccolai realizzò, nell’ormai lontano 1988, per i suoi ‘colleghi-compagni’, quando, all’inconsapevole e poi irritata direzione del MSI, riuscì, senza troppi sforzi, a far approvare un documento che riproduceva quasi fedelmente una risoluzione del PCI, per dimostrare che “le distanze tra gli italiani si stavano riducendo”. Che poi, nel caso di Niccolai, l’intento era nobile: dimostrare che sul tramonto degli anni ’80 i motivi conflittuali si erano svuotati e antichi rancori potevano essere sostituiti da una pacata attenzione ai nuovi problemi. Oggi, è probabile che gli effetti sarebbero un tantino differenti... di Clio Pedone |
lunedì 13 dicembre 2010
CENTRO-DESTRA DI GRAVITA' PERMANENTE
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Un excursus storico, di Clio Pedone,sulla politica italiana con il Centrodestra baricentro permanente di essa !
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