Perugia segna uno spartiacque della politica italiana. E un momento di chiarificazione, a beneficio di quanti si confondono nel bailamme del giorno per giorno.Gianfranco Fini domenica ha fatto una cosa di destra. Molto di destra. Una cosa che spalanca davanti a Berlusconi non solo l’incognita di qualche settimana di crisi di governo, ma soprattutto l’evidenza di una leadership finalmente davvero alternativa alla sua. Potenzialmente vincente nel suo stesso campo. Con i caratteri, i simboli e le parole adatte a convincere il popolo berlusconiano: è tempo di cambiare capo.
La notizia è enorme, in tanti devono rifare i propri conti. A destra, al centro, nel centrosinistra.
Nei prossimi giorni assisteremo a tanti tira-e-molla: i ministri che si dimettono o no, il rimpasto, la fantapolitica di un governo berlusconiano senza Berlusconi, la rabbia cieca dei Feltri e dei Belpietro, la fedeltà pelosa della Lega, i dubbi sul doppio ruolo di Fini, il balletto delle date per la formalizzazione della crisi.
Il punto politico però è quello che Europa aveva identificato fin dai primi segnali dello strappo finiano, fin da luglio, mentre il circo politico-mediatico se la spassava con Fini idolo del centrosinistra.
Esaurita la speranza di un passaggio indolore di consegne, messo anzi fuori dalla porta, il presidente della camera decideva di provare a prendere con la forza ciò che non aveva avuto con la fedeltà.
La platea perugina osannante, il nome scritto enorme nel simbolo, il palco colossale, il format “capo che arringa i seguaci”: tutto trasmette all’elettore del centrodestra l’immagine di forza che costui era abituato ad associare a Berlusconi.
E la forza del capo è ciò che gli italiani di destra chiedono alla politica più di ogni altra cosa.
È un’operazione importante perché, per quanto presidenzialista, prova comunque a iniettare valori costituzionali, rispetto delle regole e senso civico nel corpo desensibilizzato del popolo di destra.
Post-berlusconiana e antiberlusconiana in senso culturale prima che politico. Certo, però, rimane un’operazione puramente di destra: elevarla al rango di 25 aprile, come fa Repubblica, può confondere le idee.
Naturalmente il segno e l’indiscutibile efficacia dell’operazione finiana si ripercuotono sull’intero quadro politico, non solo nel devastato campo berlusconiano. Ci sono dei conti da aggiornare, sia nello speranzoso terzo polo che nel centrosinistra.
È evidente l’asse che il presidente della camera ha stabilito col suo predecessore. Per Casini, la prospettiva di fare coalizione con Fli è un po’ un ritorno all’antico: al centrodestra dei primi anni del bipolarismo, senza il grande federatore. Ora i finiani appaiono un po’ più laici e moderni dell’Udc, ma sono dettagli nella prospettiva di succhiare via milioni di voti a un Pdl esangue.
Un po’ diverso il discorso per chi, come l’Api di Rutelli, puntava sulla nascita di Kadima, cioè di un polo centrista post-ideologico parimenti alimentato dai reduci delle fallimentari esperienze Pdl e Pd. Potremmo sbagliare, ma non è esattamente questo il senso di Perugia. Il nuovo centrodestra di Fini e di Casini è, appunto, un centrodestra. Ed è anche bene che sia così, se gli affidiamo la missione di chiudere la stagione berlusconiana a colpi di consenso reale e non di trame di Palazzo. Fare l’ala sinistra liberale del futuro centrodestra alternativo al centrosinistra: questo il percorso di Api? Un percorso difficile.
L’esplosione del nuovo competitor sulla scena dovrebbe rianimare, non deprimere, le ambizioni maggioritarie dei democratici.
Fanno bene Bersani e Bindi a rivendicare l’autonomia del partito dalle mosse altrui: la manifestazione dell’11 dicembre cade nel momento giusto, sarà un successo perché darà voce e protagonismo a persone che non vogliono delegare a nessuno il proprio colpo al declinante Berlusconi.
Non basta però. Paradossalmente, Fini può diventare una minaccia mortale: se riuscisse a rifondare con l’Udc un centrodestra forte oltre Berlusconi, il Pd sarebbe condannato all’opposizione per un’altra lunga stagione.
Coltivare il proprio orto è sempre meno sufficiente. Di nuovo la competizione si gioca dove l’elettorato è più mobile, e si gioca ora, nel momento di massima incertezza. Il week-end democratico, fra le assemblee di Roma e di Firenze, non è estraneo a questo discorso: qui su Europa ne faremo – da oggi in poi – l’oggetto principale del nostro lavoro di analisi e di commento.
editoriale del quotidiano "Europa"
Europa ha colto il senso profondo del discorso del Presidente Fini, Fli non sarà un partitino, ma guarda alla costruzione di un nuovo centrodestra alternativo alla sinistra !
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