Il voto sulle leggi di stabilità e bilancio, al di là delle turbolenze e delle prospettive politiche, che sarà bene rinviare ad altro momento, pone noi tutti – nessuno escluso - dinanzi a delle precise responsabilità nei confronti del Paese, della solidità della sua economia, della coesione sociale e – non ultimo - degli impegni assunti con il Patto di Stabilità europeo. Forse non è superfluo ricordare che non molto lontano da noi, l’Irlanda e il Portogallo sono state contagiate dal quel virus della speculazione evidentemente non ancora debellato, che la primavera scorsa colpì la Grecia e rispetto al quale nessuno può considerarsi immune.
Vanno interpretate in questo senso le recenti parole d’allarme pronunciate dal Presidente del Consiglio europeo Van Rompuy, secondo cui gli squilibri interni agli Stati-membri più fragili dell’Unione rischiano di compromettere la solidità e la stessa esistenza dell’Eurozona.
L’onestà intellettuale mi porta a riconoscere che l’Italia, grazie all’azione condotta in questi due anni di Governo, non è la Grecia. Questa stessa onestà, però, mi porta a nutrire l’ambizione per cui l’Italia possa un giorno essere migliore della Germania. Il nostro è un Paese in cui la ricchezza è formato famiglia. Un Paese che eccelle in imprenditorialità e risparmio. Di queste sane virtù italiche, un tempo bistrattate e derubricate a ‘provincialismo’, ci siamo accorti solo negli ultimi anni, quando abbiamo scoperto che l'economia figlia della finanza, in realtà, non solo non ha fatto funzionare la vera economia (quella reale), ma l’ha addirittura danneggiata e che le imprese, per prosperare, hanno bisogno di regole certe, di infrastrutture e di un mercato che permetta loro di lavorare e di dare lavoro. Naturalmente, abbiamo bisogno di un mercato che non premi il guadagno a brevissimo termine, perché questo scoraggia proprio quelle attività produttive di cui, invece, avremmo bisogno. Infatti, un sistema produttivo che spinge semplicemente a commerciare, piuttosto che a produrre, non può che provocare una riduzione del tenore di vita di ciascuno.
Indifferibili ed urgenti sono anche per questa ragione le responsabilità nei confronti della stabilità del nostro tessuto economico-produttivo, composto per oltre il 97% da piccole e medie imprese che, in assenza di grandi gruppi industriali, i quali hanno imboccato la strada tutta in discesa della delocalizzazione, costituiscono l’asse portante della nostra economia e rappresentano l’indotto del lavoro delle grandi aziende. Ebbene, proprio le piccole e medie imprese, che vivono d’innovazione, di competenza e di un simbiotico rapporto con il territorio, ci chiedono risposte per archiviare definitivamente la crisi dell’economia reale. Possiamo farlo solo riformando le regole, anziché aggirarle sbandierando il principio dell’emergenza, che, se protratto oltre il necessario utilizzo, allarga i margini dell'impantanamento, dell'immobilismo, come – a ragione - denunciano le associazioni di categoria tutte, che, proprio in vista dell’approvazione della legge di finanza pubblica, hanno dato prova di unità d’intenti siglando documenti propositivi sulle emergenze sociali, quali sono: Mezzogiorno, ricerca e innovazione, semplificazione.
Oggi più di ieri occorre investire in ricerca ed innovazione, mettendo i ‘piccoli’ in condizione di competere non tanto dal punto di vista della quantità, sul quale sono destinate a perire al cospetto delle economie dei Paesi emergenti, ma da quello della qualità, dell’eccellenza dei nostri prodotti, a beneficio del sistema Italia, di quel ‘made in Italy’ che il mondo ci invidia. Allora, abbiamo il dovere morale, prima ancora che istituzionale, di uscire dalla torre d’avorio in cui troppo spesso la politica si rifugia per farci carico delle istanze dei vari e tanti soggetti produttivi. E’ per noi giunta l’ora di ascoltare la voce dei piccoli e anche dei grandi produttori per dare finalmente corso ad un nuovo patto tra capitale e lavoro per edificare un’economia al servizio del popolo. Abbiamo, infatti, esaurito le alternative! Oggi è drammaticamente necessario che tutti abbiano un lavoro. E’ questa la priorità dell’Italia. Altrimenti corriamo il rischio di diventare un Paese vassallo e non possiamo permettercelo e abbiamo il dovere di mettere i nostri cittadini, le famiglie e le imprese in grado di guardare con speranza al futuro. In questo senso, il lavoro, manuale o intellettuale che sia, dipendente o autonomo, è centrale in economia e nella società. Il lavoro è il luogo dell’economia. Un’economia che vogliamo far tornare ad essere sana e solida. Il lavoro come possibilità di riscatto di ogni persona, perché abbia la possibilità di esprimere se stessa ed il proprio portato culturale. Non credo di esagerare dicendo che è in gioco la vita e il futuro dei cittadini di oggi e di quelli che verranno, se si pensa che è solo di domenica scorsa la notizia dell’ennesimo suicidio di un imprenditore trevigiano, il quale non ha retto alla concorrenza cinese e all'insolvenza dei committenti che non pagavano le forniture. Responsabilità, senso della misura e bene comune devono – mai come ora – essere la stella polare della buona politica, come instancabilmente auspicato dal Presidente della Repubblica. Non si gioca con l’avvenire delle famiglie, dei lavoratori, dei giovani e di coloro che, malgrado i meriti conseguiti, un lavoro faticano a trovarlo!!!
La Responsabilità ed il bene comune, però, da soli non bastano. Occorre anche lungimiranza, la capacità di progettare e il coraggio di operare scelte che non siano di piccolo cabotaggio, ma di ampio respiro e a ‘lunga conservazione’, intendendo con ciò azioni e provvedimenti con ricadute positive nel medio e lungo periodo. Siamo, infatti, ammalati di presentismo. La crisi economica e sociale che stiamo vivendo è figlia del "presentismo": di quella fuorviante tendenza a sacrificare all'utilità del momento ogni investimento per il futuro. E l’aspetto più grave è che la politica riflette, forse persino amplifica, questa malattia. Ed è inconcepibile perché è questo il momento di ritrovare l'ambizione di realizzare progetti solidi e duraturi, se davvero vogliamo che il sistema Paese si agganci alla seppur flebile ripresa economica. Dunque, l’approvazione delle leggi di stabilità e finanza pubblica andrebbe inquadrata nella direzione di riaffermare - nonostante tutto - la centralità del Parlamento per adottare misure, sì finalizzate a contrastare il perdurare degli effetti della crisi economica, ma anche e soprattutto ad innescare - finalmente - una nuova fase di crescita. Questo secondo aspetto, però, è ancora carente. Manca, infatti, tutta la parte del rilancio e dello sviluppo. La Germania, ad esempio, che aveva un debito molto elevato, ha varato una finanziaria con importi ridotti rispetto ai nostri, ha messo molti segni positivi alle voci innovazione e ricerca.
Certo, va dato atto al Governo, e al Ministro Tremonti in particolare, di non essersi questa volta arroccato sulle proprie posizioni, consentendo di ridefinire alcuni valori tabellari ed introducendo alcune voci di intervento laddove inizialmente non erano previste. La missione che ha animato i lavori è sempre la stessa: razionalizzare la spesa pubblica e combattere l’evasione. In un contesto ereditato dove l’una e l’altra cosa erano in crescita esponenziale. Inoltre, si è operato per garantire condizioni di stabilità per la finanza pubblica, salvaguardando per ovvie ragioni il sistema creditizio e il risparmio delle famiglie, sostenendo i redditi e i consumi, estendendo e rifinanziando gli ammortizzatori sociali. Il tutto, nel rispetto dei vincoli europei. Diversamente, l’Italia non avrebbe ‘tenuto botta’ alla crisi. Diversamente, l’Italia non avrebbe potuto tenere sotto controllo la pandemia distanziando il gruppo dei Paesi ultimi in Europa, i cosiddetti ‘Pigs’ (Portogallo, Irlanda - che ha ormai preso il posto dell’Italia nella black list - Grecia e Spagna). Positiva anche l’introduzione nella legge di stabilità per l’anno venturo di alcuni provvedimenti che vanno nella direzione auspicata dalle Parti Sociali, tra i quali: lo stanziamento di nuovi fondi per il rifinanziamento degli ammortizzatori in deroga e la proroga per il 2011 della detassazione degli aumenti salariali di produttività. Importante anche l’utilizzo dei Fondi Fas (1,5 miliardi per l'edilizia sanitaria pubblica) che andranno per l'85% al sud e per il 15% al centro-nord. Così come apprezzabile è stato l’inserimento dell’ecobonus del 55% per le ristrutturazioni edilizie, anche se spalmato in dieci anni, per il quale si è tanto battuto Futuro e Libertà per l’Italia. Ebbene, tutto questo va nella giusta direzione, ma non è ancora abbastanza. Si può e si DEVE fare di più. E’ il Paese che ce lo chiede. Tenendo presente che non esiste un provvedimento che da solo possa risolvere i problemi. Non si può continuare ad avere una visione della politica economica ristretta, a ‘compartimenti stagni’, provvedimento dopo provvedimento. Al contrario, si deve proseguire sinergicamente nei vari ambiti, dalle banche alla pubblica amministrazione, passando per la semplificazione delle normative.
di Catia Polidori
Deputato XVI Legislatura – Gruppo parlamentare FLI
capogruppo delle Commissioni X (Attività produttive, commercio e turismo) e parlamentare d’inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in ambito commerciale.
Interessanti riflessioni dell'Onorevole Polidori, sull'Economia come non mai in questo momento l'Italia deve fare squadra al di là delle divisioni per il bene del Paese !
RispondiEliminaUn buon risultato il patto di stabilità 2010, frutto proprio di questi fattori, si può però e si deve fare di più puntando su riforme strutturali che diano nuova linfa alla nostra economia !