martedì 9 novembre 2010

SOGNI DI ALMIRANTIANA MEMORIA









“L’ultimo atto si riassume in tre righi: la Dc perderà il potere, il Pci perderà l’anima e il 99% degli italiani perderà quel molto o poco che ancora loro resta”. Con buona probabilità, neppure l’Oracolo di Delfi ci avrebbe consegnato una profezia così penosamente veritiera. Certamente nel 1974, allorché l’arguto e giovanissimo Giovanni Sartori sentenziava, nulla lasciava presagire il verificarsi di uno scenario così esiziale. Non è intenzione di chi scrive porre l’accento sulla endemica crisi degli anni ’70 e sulla controversa “Repubblica conciliare”, né tantomeno sul capzioso scenario internazionale, che svolse senz’altro un ruolo determinate nell’orientamento delle politiche italiane. Quelli erano gli anni di Piombo, con le loro peculiarità, i loro pregi e i loro difetti. La nefasta congiuntura della metà degli anni ’70 appariva, per certi versi, anche più complessa di quella attuale, ma non è difficile coglierne aspetti di similitudine.

Il “caso Italia” si presentava come un misto di crisi istituzionale e degrado della funzione politica, caratterizzato dalla totale perdita di controllo sia sulla dimensione della spesa che sulla sua gestione, con una crescente commistione di interessi pubblici, partitocratici e privati, aggravata dall’esplosione di scandali trasversali. Questa complessità veniva affrontata “alla giornata”, essendo caratterizzata da un vuoto programmatico troppo spesso colmato con iniziative imprenditoriali e finanziarie d’avventura. Se il doppiopetto missino di Giorgio Almirante riusciva a regalare qualche barlume di rettitudine e serietà, la quasi totalità della classe dirigente era allo sbando: di lì a poco il socialdemocratico Mario Tanassi finì alle sbarre, risultando il primo ministro della Repubblica a cui fosse stata applicata una sanzione detentiva; lo scandalo Lockheed costrinse alle dimissioni il presidente Giovanni Leone; il caso Sindona rivelò misteriosi collegamenti tra politica, finanza e malavita, che riapparvero nella loro terrificante confusione strutturale e patologica con la morte di Roberto Calvi, misteriosamente appeso sotto il ponte dei Frati Neri a Londra; il coinvolgimento della finanza vaticana negli spericolati affari condotti dall’insolita alleanza tra banche “cattoliche” e “laico-massoniche”. L’establishment democristiano iniziò a vacillare e vennero alla luce i primi sintomi di una crisi ancestrale del sistema-Italia, che a poco a poco avrebbe eroso gli argini dell’apparente stabilità garantita dalla diarchia Dc-Pci. E in quel quadro di disfacimento istituzionale e morale della Prima Repubblica si aprì il delicato processo di inserimento delle opposizioni nel sistema, che avrebbe portato sia il Pci che il Msi “in mezzo al guado”. Certamente, oggi non siamo di fronte a una situazione politica drammatica come quella degli anni ‘70, se non altro per la scomparsa della logica di Yalta e per una riconquistata autonomia politica che ha consentito all’Italia di inserirsi nei consessi delle grandi Potenze. Eppure il conflagrare di violenza e recriminazioni, odi e tensioni sociali, manifestazioni, scioperi e scandali ci ha riportato alla mente gli anni dell’Austerity. L’obiettivo non è dipingere lo scenario attuale come un quadro di Munch, non è arrovellarsi in bizantinismi per innescare negli italiani un sentimento di paura, non è voler a tutti i costi rievocare una apocalittica situazione di crisi. Soltanto un innocente parallelismo da cui trarre delle riflessioni. Assistiamo oggi ad una forte crisi degenerativa dei partiti politici. Qual è il foedus tra candidato eletto ed elettore? Si vota un simbolo ed è il partito a designare l’amministratore-politico, molto spesso tramite cooptazione. E così, abbiamo assistito inermi alla fine della politica reale, con i suoi comizi, i suoi programmi e soprattutto la sua dialettica interna. Prioritaria è stata la funzione di socializzazione politica allorché, attraverso la loro azione, i partiti educavano gli elettori alla democrazia. Oggi si accetta l’esistenza di gruppi di pressione che articolano soltanto i propri interessi, spesso utilizzando la politica come mero strumento di “depurazione”. E poi l’arma vincente della classe politica è principalmente il web, col conseguente deficit di “realismo” che ne consegue. Sono scomparse le idee, il dibattito, la funzione “pedagogica”, la passione, il confronto. Ecco, da questo punto di vista negli anni ’70 forse stavamo meglio; seppur con le sue distorsioni e un nepotismo imperante, la politica dava qualche emozione in più. L’aspetto sul quale occorre soffermarsi è l’appiattimento di tutto ciò che riguarda la Res Publica. Dall’avvento della fantomatica rivoluzione liberale all’inizio degli anni ’90, tutto è stato ridotto ad una logica aziendale e l’universo politico ha perso qualsiasi connotazione democratica. Non è che siamo sprofondati in un autoritarismo alla Pinochet, oppure in un regime alla Kim-Il-Sung, ma non possiamo più ignorare la distanza che caratterizza il rapporto governati-governanti e soprattutto l’inquietante disaffezione dei cittadini nei confronti della politica. È chiaro che orientare i dibattiti esclusivamente a scandali, sexy gate, e via dicendo non ha fatto che estraniare e nauseare gli italiani, molto più preoccupati del caro-vita piuttosto che dei gusti sessuali dei politici. E, se proprio si affrontano questioni squisitamente politiche, ecco che i maggiorenti si lanciano in confronti assolutamente incomprensibili ai più. La sinistra, poi, ha totalmente smarrito “la retta via” e ha lasciato per strada tutti suoi cavalli di battaglia, relegando al dimenticatoio le cosiddette “questioni sociali”. Mi pare abbastanza evidente che il quadro, seppur non proprio a tinte fosche, non si può certo definire un Renoir. Il timore più grande e che a questo contesto così dichiaratamente piatto e sterile, con lo spettro sempre più forte di un astensionismo massiccio alle prossime elezioni, segua un periodo in cui eletto ed elettore non si capiscano più, in cui il popolo perda la capacità di indignarsi e di far valere i propri diritti, e dimentichi di chiedere a gran voce di concorrere alla costituzione del proprio futuro. Adesso più che mai, è necessario ricostruire un rapporto tra società civile ed istituzioni, ristabilire un patto tra elettori ed eletti, riannodare i fili d una politica che sembra in preda a una profonda crisi di identità. FLI rappresenta una speranza. Una speranza soprattutto per noi che gli anni di Piombo gli abbiamo solo letti nei libri, vissuti davanti allo schermo del cinema o della TV e capiti attraverso i racconti dei nostri genitori. Il futuro appartiene a chi crede nella bellezza dei propri sogni. Noi vogliamo tornare a sognare.

di Clio Pedone

1 commento:

  1. Ha ragione l'amica Clio Pedone, la politica deve davvero tornare a fare "sognare".

    Chi fa politica deve guardare al futuro facendo proposte costruttive e concrete !

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