Da Rabat, il presidente della Camera rilancia un nuovo modello di integrazione
«Il multiculturalismo inteso come possibilità di non imparare la lingua del paese che lo ospita, di non rispettare le regole di quel paese, di non inserirsi in un modo graduale e ordinato, è un fallimento. Non è multiculturalismo ma anarchia». È Gianfranco Fini a parlare e non da Montecitorio, bensì a Rabat, nel corso di una visita ufficiale in Marocco. Le parole del presidente della Camera si inseriscono nel più ampio dibattito a livello europeo innescato dalle affermazioni di Angela Merkel (“Il multiculturalismo è finito”). «Il dibattito in corso – ha detto Fini – è la conferma della necessità di una integrazione che comporti parità di diritti ma anche obbligo di rispettare dei doveri. È un dibattito estremamente ragionevole». Le risposte, però, possono essere molteplici e sfaccettate, anche se partono tutte da una considerazione di fondo: così com'è, il modello di integrazione in Europa è fallito miseramente.
Se Gianfranco Fini parla di “parità di diritti e obbligo di rispettare dei doveri”, forse è perché nel nostro continente si sono imposte, in periodi diversi, due posizioni antitetiche tra loro, entrambe fallimentari, superate dagli eventi e che necessitano di una nuova declinazione sintetica. Da un lato c'era chi chiedeva (giustamente) diritti per gli immigrati ma non non voleva sentir parlare di doveri; dall'altro, invece, c'erano (e ci sono ancora) i teorici dell'immigrazione succube e supina, che deve soltanto rispettare il paese ospitante senza ricevere niente da esso. Ecco, dunque, il multiculturalismo che per Gianfranco Fini è fallito. Quello degli estremi, delle posizioni partigiane e unilaterali. Pari diritti per tutti, doveri e regole da rispettare. Solo attraverso questo circolo virtuoso si può andare incontro alle esigenze di chi, da un lato, cerca una nuova e dignitosa vita e aiuta le nostre economie, e di coloro i quali, dall'altro, si trovano a ospitare migliaia di persone lontane dal loro modo di vivere e di pensare. Per il presidente della Camera, poi, è proprio l'Italia il paese potenzialmente più attrezzato per accogliere con successo questa corrispondenza biunivoca: «Non abbiamo un passato coloniale, quindi potremmo essere il luogo in cui viene messa a punto una strategia di integrazione dello straniero, che non sconti gli errori di un multiculturalismo eccessivo». Non si tratta solo di un libro dei sogni e dei desideri, perché qualche esempio positivo c'è già nel nostro paese ed è rappresentato proprio dalla comunità marocchina. Fini lo ricorda proprio a Rabat, incontrando il suo omologo marocchino, e indicando nel modello italo-marocchino un paradigma da ripetere anche nei rapporti con le altre comunità di immigrati. Il multiculturalismo è finito, dunque? Nì, perché la domanda è posta male. È di tutta evidenza che un certo multiculturalismo sta mostrando la corda e si è dimostrato incapace di gestire la difficile sfida dell'integrazione. Solo un modello multiculturale non eccessivo, tollerante (anzi orgoglioso) delle differenze ma esigente sul rispetto delle regole civili e democratiche del paese ospitante, può governare una fase così tumultuosa e inevitabile della storia umana. Gianfranco Fini lo ha ribadito ancora una volta, parlando a Rabat ma rivolgendosi anche e soprattutto a chi nel nostro paese ha palesato posizioni molto più dure e intransigenti. Ci sono processi storici che si possono soltanto governare e gestire nel migliore dei modi e non ammettono una chiusura totale e ottusa. Questa è la sfida da raccogliere, inevitabile e non più rimandabile.
di Domenico Naso
Discorso non più rimandabile su diritti e doveri !
RispondiElimina