Il presidente di Confindustria Sicilia e la sua battaglia etica contro il pizzo
In una terra, come la Sicilia, in cui se hai un’impresa è alta la probabilità che prima o poi “per stare tranquillo” il pizzo agli “amici” dovrai pagarlo e dove diciannove anni fa un imprenditore, Libero Grassi, fu assassinato dalla mafia per aver scelto da solo, quasi donchisciottescamente – a quel tempo una realtà come Addiopizzo non era neanche immaginabile -, di opporsi a questo moderno servaggio, la sua presa di posizione ha fatto molto rumore. Sono passati tre anni - e di mezzo una minaccia di morte mafiosa - ma il presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, continua la sua battaglia. Quella di un codice etico che impone agli imprenditori aderenti all’organizzazione da lui guidata di denunciare gli estorsori. Se non lo fanno, la strada è una sola: l’espulsione da Confindustria. Perché la mafia si sconfigge anche scardinando il sistema di connivenze, di omertà e di paura su cui può contare il grande fratello mafioso. Lavorando sul consolidamento di quella cultura della legalità che è stata la protagonista nei giorni scorsi dei “Dialoghi asolani”, l’iniziativa di Farefuturo e Italianieuropei che ha ospitato anche la testimonianza di Lo Bello.
Come si può lavorare per disintegrare quel mix di clientelismo, assistenzialismo, parassitismo e corruzione che, condizionando il libero mercato, penalizza l’efficienza, l’innovazione e la qualità e blocca di fatto lo sviluppo economico dell’isola?La soluzione non è semplice perché la situazione è complessa. L’importante è avviare un percorso che passa per alcune questioni strutturali strategiche. Sul nostro territorio a causa di politiche sbagliate, sostanzialmente redistributive e assistenziali con una forte connotazione clientelare, si è consolidata una cultura clientelare e assistenziale che ha trasmesso alla società siciliana il messaggio per cui l’unica prospettiva di crescita sociale ed economica passasse attraverso la capacità di inserirsi in queste reti assistenziali e clientelari.
Che è l’opposto dell’humus su cui dovrebbe crescere una sana e proficua attività imprenditoriale.
Esatto. Questo ha reso molto debole la cultura del mercato, la cultura del merito, la capacità di competere con regole certe e chiare. Tutto questo ha avuto effetti economici rilevanti in quanto ha generato una dimensione pubblica ipertrofica. Basti pensare che le amministrazioni pubbliche siciliane nel loro complesso pesano sul Pil regionale per il 35%, mentre in Lombardia e in Veneto per il 12%. Quindi, c’è una società e un pezzo del mondo dell’impresa intriso di quella cultura parassitaria, che dipende in maniera molto forte dal pubblico e non è in grado di sfruttare le risorse per investimenti o per delineare strategie. Questo ha spinto le aziende a posizionarsi su mercati regolamentati dalla pubblica amministrazione, protetti, poco aperti alla concorrenza e quindi ha reso deboli le imprese che stavano sul mercato, con effetti distorsivi sul mercato del lavoro.
Quali?
La dimensione pubblica per decenni ha rappresentato un ottimo datore di lavoro sia per il livello dei salari sia perché non imponeva nessuna fatica vera ai lavoratori. Paradossalmente, le imprese private posizionate sul mercato e produttrici di ricchezza si trovavano a dover competere con l’amministrazione pubblica che pagava molto meglio i giovani.
Un meccanismo consolidato contro cui è difficile agire. Ma non c’è una via d’uscita?
Sì, ed è quella di smantellare questa dimensione pubblica ipertrofica e di mettere al bando le politiche redistributive assistenziali che negli ultimi anni, nonostante minori risorse pubbliche, hanno continuato sulla stessa strada indebitando le amministrazioni sia regionali che locali. Oggi, la sfida per il Sud sono il mercato e le regole. Sono gli unici elementi su cui il meridione può costruire un percorso di superamento della mentalità e della cultura clientelare che passa attraverso il disboscamento dei mercati protetti e irregolari che si sono costituiti nel tempo. Un percorso che può generare anche un potentissimo antidoto alle organizzazioni mafiose che si basano anche su convenienze quotidiane. Anche le organizzazioni mafiose condividono la stessa cultura parassitaria e assistenziale del ceto dirigente, il che non significa che la classe dirigente sia mafiosa. Tuttavia, entrambe condividono fattori culturali comuni. Quindi, una strategia che crei mercati, riduca il peso del settore pubblico e istituisca un po’ di regole ferree e serie da far rispettare è l’unica politica possibile che va associata a una rivalutazione della dimensione pubblica.
Questo significa che comunque il mercato non deve sostituire del tutto il pubblico?
Proprio così. Oggi il carattere parassitario-assistenziale del pubblico fa sì che i servizi pubblici non funzionino. La loro qualità invece è una grande scommessa per il Mezzogiorno, sia a livello nazionale che locale. Mi riferisco all’istruzione – che pur essendo formalmente uguale su tutto il territorio nel Mezzogiorno è più carente che altrove – e alla giustizia civile – garante delle regole con cui si crea ricchezza, che presiedono ai mercati, ai contratti, alle trattazioni tra persone, ai diritti di proprietà -. Senza una giustizia civile efficiente e celere è difficile che si possa consolidare nel Sud, e anche nel resto del paese, una vera cultura del mercato.
Quanto conta la responsabilità individuale, di un comune cittadino come di un imprenditore che si trova ad agire nella società, per un cambiamento di prospettiva?
Moltissimo, ma ha bisogno di choc sistemici. Attualmente una parte significativa, oggi non più maggioritaria, del nostro mondo sta dentro quella cultura assistenziale e clientelare, non pensa che il luogo in cui si produce ricchezza sia il mercato, ma crede che la ricchezza si produca attraverso rapporti politici o collusioni con la mafia. Questa è una cultura che ha distrutto la ricchezza. Un segnale positivo è che gli operatori che stanno sul mercato cominciano a rendersi conto che i colleghi che colludono con la mafia o trafficano con la pubblica amministrazione danneggiano l’intera categoria economica.
È una consapevolezza diffusa? A che punto è la battaglia che porta avanti da tre anni?
Non è stata vinta, ma la consapevolezza è stata raggiunta in quel segmento di aziende che si misurano con il mercato, che si internazionalizzano, in cui l’imprenditore viene valutato per la sua capacità di fare buoni prodotti, di venderli a consumatori sparsi per il mondo. Queste aziende comprendono che quel sistema non li fa competere ad armi pari con i concorrenti di altri paesi o di altre parti del nostro paese a causa del peso della cattiva politica, della cattiva amministrazione e di una cultura mafiosa che sul territorio è un condizionamento forte.
E il federalismo può aiutare?
Nel Mezzogiorno il dibattito è aperto e nessuno ha paura del federalismo. Faccio fatica a capire che cosa significhi “federalismo solidale”… Sono slogan che la gente comprende poco. Oggi gli imprenditori che hanno fatto un passo culturale molto forte credono che il federalismo implichi una maggiore responsabilità della classe politica. Questo significa che nessuno pagherà più per le inefficienze delle classi politiche locali. Si pensa che responsabilizzandole si otterrà un miglioramento della qualità dell’amministrazione pubblica.
In una realtà complessa e difficile come quella meridionale, come si può agevolare la cultura della legalità? Facendo capire ai cittadini e agli imprenditori che quel sistema in cui sono stati immersi finora non è più conveniente. A volte qualcuno mi critica perché parlo di convenienze e non di convinzioni etico-morali. Ho una fortissima carica morale e una passione civile, però so benissimo come si convince la gente. La si convince facendole capire che il sistema in cui la redistribuzione avveniva con risorse pubbliche ha creato un debito pubblico enorme che sta portando il Mezzogiorno a un disastro finanziario che influisce sui cittadini e sulle aziende. Lo sforzo deve essere dunque quello di far capire ai cittadini che supportare quel sistema creerà un’ipoteca sulla loro vita e su quella dei loro figli. Maturando questa consapevolezza la gente troverà più costruttivo aderire a una cultura fatta di nuovi valori. È da queste valutazioni che nasce la passione civile.
Nel suo intervento durante i “Dialoghi asolani” ha parlato della gogna sociale come deterrente. Può funzionare davvero?
Sì, se viene applicata con rigore e continuità. Con la nostra iniziativa non ci aspettavamo un’adesione così rapida. E invece ci sono alcuni imprenditori che temono di più l’espulsione da Confindustria che non un’accusa di favoreggiamento per non aver denunciato il pizzo. Questo è un segnale importante del fatto che se la sanzione sociale è applicata con rigore e continuità e senza deroghe, funziona tanto quanto e in alcuni casi di più della sanzione giudiziaria.
di Rosalinda Cappello
da www.ffwebmagazine.it
La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. (Paolo Borsellino)
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