Come il personaggio di Fitzgerald, la nostra élite sembra regredire
La classe dirigente, questa sconosciuta! Il dibattito sulla élite sembra sempre un inutile esercizio di improduttiva masturbazione mentale, fine a se stesso e sterile. Si sono consumate, masticate e digerite infinite disquisizioni sull’elite politica, culturale ed economica italiana e spesso il risultato è stato sconfortante, una lungo elenco di “dover essere” stucchevole e sempre vagamente moralista. Un bignami dei buoni valori, impraticabile e inutile a descrivere il mondo come è.
Ci hanno provato Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo a fare una profilo della classe dirigente e sono diventati i sovrani dell’immaginario collettivo con la loro bella casta. Anche la letteratura s’è interrogata e ha restituito della classe dirigente un’immagine cupa, crudele, violenta: basta pensare a George Orwell con 1984, ad Aldous Huxley con Il mondo nuovo, passando da Alan Moore con V per Vendetta fino ad arrivare i toni inquietanti della fatidica domanda di Watchman, dello stesso autore: “chi controlla il controllore?”.
Dove finisce la classe dirigente, quindi? In sostanza, chi è? L’immagine più fulgida della classe dirigente italiana e contemporanea sembra, però, averla creata in maniera del tutto inconsapevole e immaginifica Francis Scott Fitzgerald nella novella Il curioso caso di Benjamin Button, diventata un film con protagonista il re dei belloni planetari, Brad Pitt.
Al di là dell’aspetto estetico, la cui qualità non pare essere l’elemento chiave della anzianotta elite italiana, Benjamin Button è la nostra classe dirigente, la rappresenta, la sua storia ne è un emblematico ritratto. Infatti Benjamin Button percorre la vita all’indietro, nasce vecchio e diventa bambino. Il curioso caso della classe dirigente italiana, allora, riguarda il fatto che regredisce, come Benjamin va all’indietro.
La diagnosi è presto fatta, alcuni sintomi accomunano Button e certa classe dirigente. Entrambi subiscono un’inversione della maturità: ecco allora una politica sempre più litigiosa, vulnerabile, ormai dimentica delle buone maniere da usare in pubblico. Guardare Ballarò, Anno Zero o una votazione in aula per credere. Tornare bambini significa poi perdere proprietà di linguaggio: è ormai un luogo comune, infatti, ricordare i discorsi dei vecchi leader come esempi di sublime retorica. Si può fare un test: andare su YouTube e paragonare un intervento di Berlinguer, Almirante, Moro a una qualunque comparsata televisiva in prime time.
Rabbrividiamo, direbbero i bulgari di Aldo, Giovanni e Giacomo. Essere bambini poi significa provare un morboso attaccamento alla casa di papà, alla famiglia come unico spazio di confronto. I bambini inoltre sono in eterna competizione, fanno a chi ce l’ha più lungo, attitudine che altro non è se non un chiaro esempio di prova muscolare e di forza. C’è un’unica differenza tra Benjamin Button e la classe dirigente: la consapevolezza.
di Federica Colonna
da www.ffwebmagazine.it
Analsi spietata, ma inoppugnabile !
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