Lo sciacallaggio mediatico sulla tragedia familiare di Avetrana
C'è qualcosa di profondamente malato nella vicenda di Sarah Scazzi. E no, non stiamo parlando delle indagini, dei presunti colpevoli o del movente. Quella è roba da giudici e criminologi, da investigatori e forze di polizia. Aspetteremo l'esito delle indagini e alla fine, si spera, sapremo come è andata. Quello che è malato, morboso, è il comportamento dell'opinione pubblica. È normale che le strade di Avetrana si riempiano, nel pomeriggio di una domenica qualsiasi, di turisti dell'orrore, di voyeurs del macabro, di ossessionati sciacalli alla ricerca del pozzo, del garage di casa Misseri, della strada ormai nota che da casa di Sarah portava a quella degli zii? Domanda ovviamente retorica, visto che tutta questa anormale e pruriginosa curiosità non è accettabile. La colpa, manco a dirlo, pare essere della televisione. Non siamo tra quelli che per qualsiasi problema se la prendono con la tv. Consideriamo il tubo catodico un mezzo di comunicazione dalle potenzialità enormi, difficile da gestire, certo, ma sicuramente non un Satana del 2000 sul quale scaricare tutte le nostre malefatte.
È assodato, però, che quello che hanno fatto le tv italiane nel corso di questa tristissima vicenda è stato ingiustificabile, orribile, un vero e proprio sciacallaggio. C'era stato Novi Ligure, poi Cogne, Garlasco ed Erba, e pensavamo di aver visto davvero tutto. Speravamo, anzi, che il fondo del barile fosse stato raschiato a sufficienza e che i giornalisti (soprattutto quelli televisivi) si fossero resi conto di aver creato un mostro mediatico-scandalistico che si cibava dei più bassi istinti umani e sguazzava tra le miserie della cronaca nera. La nostra flebile speranza di ridimensionamento, però, è stata frustrata dalla storia di Avetrana. Da settimane le troupe televisive hanno invaso il piccolo centro pugliese, con giornalisti pronti a scannarsi l'un l'altro pur di ottenere un misero e miserabile scoop. Gli amici di Sarah, le cugine, la zia, l'attonita e pietrificata madre (vera eroina tragica dell'intera vicenda), tutto fa brodo in tv. Tutto pur di rosicchiare i pochi brandelli di carne rimasti attaccati alla carogna dell'evento-animale.
La sera del ritrovamento del corpo senza vita di Sarah, Federica Sciarelli ebbe la (s)ventura di apprenderlo in diretta a Chi l'ha visto?, proprio mentre stava intervistando la madre della giovane. Da giornalista di lungo corso, la Sciarelli lo ha riferito alla signora Concetta, perché non poteva davvero fare altrimenti. Lo ha fatto con garbo e delicatezza e subito dopo ha chiuso il collegamento. Il sintomo di una preoccupante invasività televisiva? Forse, ma le critiche seguite a quella trasmissione ci sembrano oggi davvero enormemente sproporzionate rispetto a ciò che è successo dopo. Ore e ore di dirette, centinaia di servizi in telegiornali, rotocalchi e contenitori pomeridiani (come sempre i più voraci quando c'è da spolpare una carogna). Altro che Sciarelli, altro che cinico scoop in diretta.
Ma la cosa che trasforma un dramma di tale portata in una farsa grottesca e senza vergogna è un'altra, è il mezzo stesso che si autoaccusa, che urla allo sciacallaggio mediatico, che versa lacrime di coccodrillo, che chiede rigore etico e delicatezza professionale. E intanto, mentre un occhio piange, l'altro continua a scrutare ossessivamente, a muoversi nervosamente alla ricerca di qualche altro brandello putrido di uno scoop che non c'è più, che non ci potrà più essere, che da lecita inchiesta di nera si è trasformato in un enorme e macabro circo, che sembra godere delle disgrazie della gente comune, che cerca e trova linfa vitale nelle miserie umane. Continui pure, il triste carosello dei tombaroli travestiti da reporter. Ma non chiamatelo giornalismo. Quello, per fortuna, è un'altra cosa.
di Domenico Naso
Una bella riflessione sulle storture del giornalismo applicato ai fatti di cronaca !
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