giovedì 28 ottobre 2010

SE IL MIO COLLEGA E' FIGLIO DI...

Qualche giorno fa in redazione è arrivata la lettera amareggiata di un giovane – chiamiamolo Giovanni - che racconta la sua storia. Una storia che potrebbe essere quella di tanti, fatta di studio e di lavoro, di entusiasmo e di frustrazione per aver visto delusa la sua aspettativa per una meritata crescita professionale.
Trent’anni, di un paese del Sud, laureato, un lavoro in una grande azienda. All’inizio, l’entusiasmo, l’abnegazione, l’impegno al limite delle sue possibilità, l’umiltà, la voglia di crescere, di migliorare, di imparare sempre di più. Un impegno che viene ricambiato, cosa rarissima soprattutto in un frangente economico come quello che stiamo attraversando, con un contratto a tempo indeterminato. Poi, nel suo ufficio arriva un nuovo dipendente dal cognome molto conosciuto, figlio di un noto sindacalista. Un giorno, così, tanto per marcare un po’ il territorio, papi si presenta in visita dal direttore dello stabilimento e dai vari manager. Da allora il destino di questo giovane meritevole nell’azienda è segnato, subisce una frenata brusca, mentre quello del nuovo arrivato decolla rapidamente, proiettato verso le cariche più alte degli uffici amministrativi, senza averne alcun titolo, anzi, con una formazione diversa rispetto al tipo di lavoro che deve svolgere.
Un tipico e sfacciato esempio di familismo, tanto più fastidioso perché arriva da una figura che formalmente dovrebbe tutelare i diritti dei lavoratori e non utilizzare il proprio ruolo per “sistemare” la progenie. E la cosa ancora più fastidiosa, per Giovanni, è che la nuova direzione appena insediata aveva dichiarato guerra ai “figli di...” e agli “appartenenti a...”. Ma a quanto pare questa determinazione non vale per questo nuovo dipendente. E il motivo, in base alle informazioni in possesso di Giovanni, c’è. Ed è che dietro a questa assunzione c’è un patto del sindacato rappresentato dal papi con l’azienda. Per cui, il nuovo arrivato è non solo intoccabile, ma anche destinato a diventare responsabile del settore amministrativo del gruppo.
Una storia di ordinaria italianità, verrebbe da dire se non fosse ingeneroso per quella parte del paese che ogni giorno lotta per costruire un paese diverso. Ma come non chiedersi quanto potrà durare ancora questa logica per cui gli interessi della famiglia, della parte e della cordata vengono anteposti al bene di tutti, della comunità, del paese? Come si può sperare di far ripartire l’economia e il Sud se si perpetua la logica della “raccomandazione” che talvolta può favorire giovani in gamba e preparati per il ruolo che vanno a occupare, ma talaltra avvantaggia individui che non ne hanno le qualità e le competenze, con danno per la qualità del lavoro e per l’efficienza? Purtroppo, sembra che di questo a qualcuno – o a più di qualcuno - non importa. Quanti “figli di…” sono parcheggiati nelle scrivanie sbagliate?
Perché, chiede amareggiato Giovanni, si continua a promettere di riconoscere il merito, di voler aprire le porte ai giovani che si impegnano e hanno le capacità per imporsi nel mondo del lavoro e poi invece si cede davanti al raccomandato di turno, incapace e impreparato alla mansione che gli viene riservata? Perché non dare a tutti la possibilità di giocare ad armi pari e di misurarsi sul terreno?
Interrogativi legittimi e comprensibili, ma che si scontrano con una realtà consolidata che perpetua un’anomalia. Quella che Banfield alla metà degli anni ’50 individuò in un paesino della Lucania e definì come “familismo amorale”, che fa prevalere le logiche del clan a discapito del senso di appartenenza a comunità più ampie, ostacolando anche lo sviluppo del senso civico.
E così, ancora spesso, il legame familiare e di gruppo rimane un infallibile strumento di promozione professionale e un salvagente sociale protetto da una solida rete che – per proteggere gli interessi di cordata – manda in soffitta la selezione attraverso il merito, mette un’ipoteca sulla crescita e sul cambiamento del paese e danneggia il mercato del lavoro dividendolo - come osservava tempo fa l’economista Giavazzi in un articolo – tra un gruppo di super-tutelati e un esercito senza alcuna protezione. La via d’uscita? È un’utopia, forse, ma non arrendersi, non rassegnarsi a piegare la testa davanti alla logica della raccomandazione, del familismo e del clientelismo. 


di Rosalinda Cappello


da www.ffwebmagazine.it

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