lunedì 18 ottobre 2010

Un "fronte comune" per togliere ossigeno alla mafia

Io non mafio


«Occorre fare fronte comune non solo in occasione delle tragedie o nelle commemorazioni. Il problema è fare fronte comune per recepire le istanze della magistratura e delle forze di polizia». La frase del presidente della Camera, Gianfranco Fini, può sembrare ovvia, ma non lo è. Pronunciata commemorando l’omicidio Fortugno, questa semplice frase è paradossalmente sempre più scomodo di questi tempi. 

La forza delle mafie è culturale ma anche economica: «La forza della ‘ndrangheta, ma anche la tragedia della Calabria e della democrazia, è racchiusa in una cifra: la densità criminale della Calabria, e cioè il rapporto tra persone contigue ai clan e popolazione, è pari al 27%, il che significa che ogni 4 abitanti ce n’è uno che ha qualche rapporto con la ‘ndrangheta. Il Pil (Prodotto interno lordo) della ‘ndrangheta vale 40-45 miliardi di euro, è più grande di quello dello Stato nella regione e rappresenta il 3-4% della ricchezza nazionale. Questo significa che tutte le statistiche che riguardano l’economia calabrese sono falsate, dal momento che della quantità enorme di finanza criminale che circola beneficiano migliaia di persone, al di là della cerchia ristretta delle cosche mafiose. Nella regione e ovunque l’impresa criminale attecchisca, la concorrenza, valore fondante dell’economia di mercato, è stravolta, i diritti dei cittadini umiliati, la democrazia svuotata» (da Mafia pulita, di Elio Veltri e Antonio Laudati, Longanesi, euro 14,60).

Un altro appello simile Fini lo ha fatto la settimana scorsa da Palermo, durante la riunione Osce (Organizzazione mondiale per la sicurezza e la cooperazione) che ha riunito 350 rappresentanti di istituzioni di 56 Paesi: ha esortato il Parlamento ad intervenire «per mettere a disposizione le risorse tecniche necessarie alle forze dell’ordine e alla magistratura che devono confrontarsi con la sofisticata tecnologia ormai nelle mani della malavita». 

Appello accolto con gioia dal procuratore Antimafia Piero Grasso, perché, come spiega, «le organizzazioni criminali hanno ampliato la rosa di beni e servizi illegali, sviluppando una flessibilità operativa attraverso il ricorso a cellule terroristiche. Soggetti che, dopo aver colpito, riescono a perdersi senza lasciare tracce, favorendo la continuità dei traffici»
La mafia è sempre più glocal, come direbbe Bauman: globalizzata ma con un “mercato” adattato e influenzato da “leggi” e “culture” (mafiose) locali.

Per questo servono più tecnologie (per agire nel contrasto globale) e più risorse e uomini ai magistrati e alla polizia (che invece lavorano sul territorio e ne conoscono “riti” e “culture”).

Che l’appello di Fini diventi un mantra allora, perché per combattere la mafia servono soldi. Più soldi. E più uomini e strumenti. E non è provocazione ma buonsenso. Se non lo abbiamo perso del tutto.


di Giovanni Marinetti

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